Quella lite (poco conosciuta) tra Rousseau e Hume (Corriere.it)

di Dino Messina, del 21 marzo 2017

Nella disputa tra il ginevrino Jean-Jacques Rousseau e gli altri filosofi del tempo, dallo scozzese David Hume (nella foto in alto) agli illuministi francesi D’Alembert a Voltaire, i manuali di filosofia non dedicano una riga alla violenta lite nata da uno scherzo. Ne fu autore sir Horace Walpole, nobiluomo, poligrafo e buontempone londinese, che nel periodo più difficile per l’autore dell’”Emile” e del “Contrat social”, progettò una burla che avrebbe fatto spettegolare i salotti intellettuali dell’intera Europa. Nel dicembre 1765, mentre Rousseau, notoriamente uomo permaloso e vittimista e afflitto da manie di persecuzione, stava valutando di accettare l’ospitalità di David Hume a Londra, sir Walpole progettava di scrivere una lettera firmandosi come il re Prussia, in cui fingeva che il monarca se la prendesse con il filosofo accusandolo di non voler accettare la sua generosa ospitalità. E quindi minacciandolo di “renderlo infelice” poiché da re sapeva come fare. La falsa lettera del re di Prussia, pubblicata dopo alcuni mesi dal “Saint James Chronicle” di Londra, fece il giro dell’Europa e oltre a far ridere gli avversari del ginevrino, gettò il filosofo, ormai ospite di Hume in Inghilterra, in uno stato di tale sconforto da spingerlo ad accusare ingiustamente il suo protettore di tradimento e di essere l’ispiratore della beffa.

Il litigio tra i due grandi uomini non rimase un segreto. Infine gli amici D’Alembert e Voltaire convinsero Hume ad esporre pubblicamente le sue ragioni. Ciò che lo scozzese fece in un breve pamphlet che contiene anche il j’accuse di Rousseau. Ora quei testi inediti per l’Italia sono stati pubblicati a cura di Lorenzo Infantino in un volume edito da Rubbettino, “A proposito di Rousseau” (pagine 140, euro 12). Una lettura istruttiva, non soltanto perché ci riporta nel vivo di una gustosa controversia che vide protagonisti alcuni tra i maggiori esponenti del Secolo dei Lumi, ma perché ci dice quanto sin dalle origini fossero inconciliabili due scuole di pensiero che si sono riprodotte sino ai nostri giorni: da una lato quella del liberale, darwiniano, empirista David Hume, considerato dagli enciclopedisti francesi “il più grande spirito” del suo tempo, dall’altro l’egalitario Jean-Jacques, che ipotizzava uno stravolgimento dell’ordine sociale per ritornare a quello stato di natura che solo avrebbe potuto garantire la felicità.

Una concezione del mondo, questa, che fu all’origine di parte dei guai che tormentarono la difficile esistenza di Rousseau, incapace di trovare pace.

I rapporti tra Hume e Rousseau e l’inizio della nostra storia cominciarono nel giugno 1762, quando a Parigi fu spiccato un mandato di cattura nei confronti dell’autore dell’”Emile”. Dopo dieci giorni anche i magistrati di Ginevra ordinarono l’arresto del filosofo e il rogo delle sue opere, in particolare l’”Emile” il “Contrat social”. Rousseau trovò rifugio nella contea di Neuchatel, che rientrava nei domini dell’illuminato re di Prussia Federico ed era governata dall’inglese George Keith.

Negli ambienti intellettuali francesi scattò la solidarietà verso il filosofo perseguitato. La regina dei salotti parigini, Madame de Boufflers, chiese a David Hume, che tra il 1763 e il 1765 ricopriva l’incarico di segretario d’ambasciata a Parigi, di intervenire in aiuto di Rousseau, nonostante nell’”Emile”, scriveva la signora a Hume, “si trovino molti principi contrari ai nostri”. Hume accettò di buon grado di aiutare Rousseau e gli scrisse una lettera di invito. L’autore del “Contrat social” rispose con parole lusinghiere per il filosofo scozzese. Il contatto era stabilito ma non accadde nulla fino al settembre 1765, quando una folla inferocita di Motiers, il villaggio dove si era rifugiato, prese a sassate l’abitazione di Rousseau. Il filosofo ginevrino partì immediatamente per Basilea e Strasburgo e, infine, il 4 dicembre 1765, scrisse a Hume di accettare l’offerta di ospitalità.

David Hume si fece in quattro: trovò per il nuovo amico e la sua governante una residenza di campagna e, attraverso una raccomandazione, ottenne dal re Giorgio III una pensione per il filosofo ginevrino. L’unica condizione che posero a corte era che il fatto rimanesse segreto, per evitare attacchi dagli avversari politici.

Le cose sembravano procedere nel migliore dei modi per alcuni mesi sino alla pubblicazione della lettera firmata dal finto re Prussia. Rousseau, che evidentemente era isolato e tormentato, accusò il suo benefattore di essere a capo del complotto e in una lettera al generale Conway, l’uomo che su sollecitazione di Hume gli aveva procurato la pensione, scrisse che non poteva più accettare l’assegno. Rousseau, in preda a una mania di persecuzione, dietro la burla di Horace Walpole vedeva un complotto ordito da una “cricca holbachiana” di cui avrebbero fatto parte oltre a Hume, D’Alembert, Voltaire e il barone d’Holbach, l’enciclopedista tedesco naturalizzato francese.

Anche se la lite era diventata di dominio pubblico e infiammava i salotti europei, sulle prime Hume non voleva rispondere a Rousseau. Poi venne convinto da D’Alembert e da Voltaire e nel 1766 pubblicò da Becket & De Hondt di Londra “A concise and genuine account of the dispute between Mr Hume and Mr Rousseau”.

Questo libello non solo ci racconta il clima di una stagione intellettuale e il carattere di due filosofi, ma ci illumina, come scrive Infantino nell’introduzione al volume, sulle rilevanti divergenze teoriche tra il padre del liberalismo e il capostipite dell’egualitarismo moderno. I due filosofi la pensavano in maniera opposta sul sistema politico inglese. Hume credeva che se l’Inghilterra forse “non godeva del migliore sistema di governo”, perlomeno aveva “il più completo sistema di libertà mai visto dal genere umano”. Invece secondo Rousseau, nonostante l’accoglienza ricevuta, “il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso”.

Ma c’erano divergenze ancora più profonde. «Hume – scrive Infantino – non credeva nella possibilità di essere perfetti: riteneva che, per rendere possibile la cooperazione sociale, fosse necessario impedire all’uomo, quando è al peggio della propria condizione, di procurare danno al prossimo. Il che sta alla base della teoria liberale della società. Rousseau si poneva invece l’insolubile problema di espungere il male dalla vita degli uomini». E vagheggiava “un regno della virtù” simile a quello costruito nell’antica Sparta, una società collettivista in cui l’individuo era niente. Mentre dunque Rousseau ipotizzava un nuovo patto sociale che sradicasse il sistema esistente Hume esaltava la proprietà privata e soprattutto la libertà dell’individuo.

Mai due pensatori furono tanto distanti. Rousseau che credeva in uno stato ideale di natura cui bisognava tornare, mentre Hume, darwiniano convinto, considerava lo stato di natura «una semplice finzione non diversa dall’età dell’oro inventata dai poeti».

Una burla fece emergere anche la lontananza dei caratteri.