Quattro scelte di fondo (Bce inclusa) per uscire dalla crisi (Il Foglio)

di Redazione, del 20 gennaio 2012

Da Il Foglio - 19 gennaio 2012
Quelli che seguono sono stralci tratti da "Eresie, esorcisrni e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia", il nuovo libro di Paolo Savona
Per ottenere effetti permanenti al di là delle esigenze temporanee affrontate con le manovre, la prima scelta giusta sarebbe quella suggerita da Friedrich von Hayek, un economista le cui idee più a destra non si potevano collocare: trasformare in tutto il mondo le Camere alte (quindi il Senato in Italia) in luoghi dove dovevano accedere le menti elette, più sperimentate e avanti negli anni con il compito di curare gli interessi delle generazioni future, lasciando alle altre Camere quello di curare gli interessi delle generazioni presenti. Un necessario corollario è il potenziamento dell’istruzione a tutti i livelli. (…) La seconda scelta giusta di fondo, ossia al di là di quelle necessarie per affrontare la congiuntura, non sarebbe quella di riformare i mercati del lavoro e del capitale in modo da rendere meno rigido e costoso il lavoro e più sicuro il meccanismo di formazione del capitale, ma adattarne il funzionamento alle necessità della concorrenza globale avendo come guida (benchmark) l’innalzamento di livello della convivenza civile, non solo del benessere materiale. L’importante è che la combinazione dei due fattori portino sviluppo nell’equità come indicato dall’ordoliberismo, la corrente filosofica della Scuola di Friburgo fondata da Walter Eucken. Esso ebbe pratica attuazione nell’economia sociale di mercato voluta da Adenauer ed Erhard in Germania nel dopoguerra. Se non fosse che si è trasformata in un nuovo razzismo, quello economico, secondo cui vi sono popoli incorreggibilmente lassisti, che vanno governati con pugno di ferro, sarebbe un modo giusto di governare se venisse esteso all’unione politica europea; ma la Germania, che ha indubbi meriti economici, non perde i suoi vecchi vizi e li ripropone periodicamente in forme nuove. In questo contesto, il governo della distribuzione del reddito, certamente un tema centrale e ineludibile degli Stati moderni, non può essere lasciato al mercato nell’ipotesi che esso sia perfetto e si comporti come esplicitato nei libri di testo di economia, ma va affidato ai Parlamenti e alla contrattazione privata tra lavoro e capitale. (…)
La terza scelta giusta di fondo è quella che l’Italia non smetta mai di chiedere, la riforma dei due grandi accordi internazionali, quello dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e quello del Fondo monetario internazionale (Fmi). Dovrebbe farlo a ritmi martellanti, perché le malformazioni dei mercati sono intrinsechi ai loro Statuti. Quello del Wto va integrato con il principio che chi vuole partecipare a parità di diritti al commercio globale deve praticare lo stesso regime di cambio, al quale aggiungere, per equità, quello di non demolire gli istituti dello Stato del benessere laddove esistono, ma indurre chi non ce li ha a introdurli.(…) Quello del Fmi va emendato per portare gli Sdr, i diritti speciali di prelievo, al centro del sistema monetario e valutario internazionale, costringendo tutte le monete nazionali, quindi anche il dollaro, a riferire il suo valore a questo standard. La quarta scelta giusta di fondo è fare lo stesso con gli accordi europei vigenti, mandando a Bruxelles chi fa gli interessi dell’Italia e non di se stessi con il preciso mandato: a) di chiedere il completamento degli accordi sull’unione politica, mettendo le sorti in comune e dando all’euro la natura di moneta con dietro uno Stato dotato di tutte le sovranità; b) di avere una politica di bilancio, entrate e spese, concordata secondo il principio di sussidiarietà, già posta a base dei principi ispiratori del Trattato di Maastricht, che però ciascun paese non ha interpretato come dovere di concordare con gli altri le proprie scelte quando le soluzioni dei problemi non potevano essere efficaci se attuate a livello nazionale; c) di allargare le competenze della Banca centrale europea assegnando a essa il compito di intervenire anche sul mercato dei cambi e sui debiti sovrani, nonché esercitare pienamente il ruolo naturale di lender of last resort, come va facendo ma su basi spontaneistiche e discrezionali esercitate nei limiti imposti dal principio di sussidiarietà sottostante alla logica dei Trattati europei; d) di completare la liberalizzazione del libero movimento di persone, di capitali e di beni e servizi sia per ribadire la natura di patto democratico tra i paesi membri dell’Unione europea, sia per ovviare alla natura di area monetaria non ottimale dell’Eurozona. Se non venisse accettato questo programma-obiettivo, ci dovremmo preparare ad affrontare una dura crisi di transizione che ci porterebbe a recuperare spinta sullo sviluppo, ripartendo da una moneta nazionale svalutata sul mercato dei cambi di almeno un buon 40 per cento in meno dell’attuale valore dell’euro rispetto al dollaro, ossia 0,80 rispetto al valore corrente, peraltro già raggiunto subito dopo la partenza dell’Eurosistema. Discenderemo immediatamente parecchi gradini sulla scala dei confronti internazionali, ma saremmo in condizione di risalire gradino dopo gradino nella graduatoria dei paesi del mondo, possibilità che oggi manca. La politica dell’Unione europea ci costringe di restare inerti nella situazione di bassa crescita ed elevata disoccupazione, soprattutto giovanile, infliggendo agli italiani i costi equivalenti a quelli da sopportare se uscissimo dagli attuali accordi. Le altre scelte giuste sarebbero tutte di natura interna e dipendono dal realizzarsi in tutto o in parte dall’attuazione, che non dipende da noi, delle quattro indicate. Avremmo cioè tante possibili alternative, quanti sarebbero gli scenari con una o più di queste scelte soddisfatte. Il modo migliore per cavarcela senza troppe complicazioni e incomprensioni è di ipotizzare che nulla ci verrà concesso, molto ci verrà invece richiesto. Esiste quindi una quarta scelta giusta bis, quella di uscire dagli accordi europei e affrontare il mare aperto della speculazione, recuperando però l’uso degli strumenti propri della sovranità economica – quantità di moneta, tassi d’interesse, rapporto di cambio, entrate e spese dello stato – restando però nel contesto degli accordi globali, come quelli che reggono l’Onu, il Fmi e il Wto, e, se possibile, negli accordi di libero scambio europei. Penso che nessun paese membro abbia interesse a farci uscire, per cui l’evento è improbabile, ma  il solo minacciarlo rafforzerebbe il nostro peso contrattuale nell’ottenere la quarta scelta giusta, quella di restare nell’euro e nell’Ue.