Quando la croce liberava dal filo spinato. (L'Osservatore Romano)

di MARKO JACOV, del 8 Agosto 2013

Da L’Osservatore Romano del 08/08/2013

La missione umanitaria dei delegati religiosi tra prigionieri e internati civili nella Grande guerra.

Alberto Monticone è ben noto sia per via delle sue prestigiose opere, che del suo insegnamento universitario (Università di Messina, Università di Perugia, Uni versità La Sapienza di Roma e Università Lumsa di Roma), ed è alta mente apprezzato a livello nazionale e internazionale.  E non fu un caso che Roger Aubert, uno dei più grandi storici dei nostri tempi (spentosi il e settembre 2oo9), lo avrebbe voluto come suo successore alla cattedra di Storia della Chiesa presso l’Università Cattolica di Lovanio. Il desiderio di Aubert non fu esaudito a causa degli impegni di Montícone che richiedevano la sua presenza in Italia (presidente dell’Azione cattolica, deputato al Parlamento, senatore della Repubblica), impegni comun que che non gli hanno impedito di continuare le sue ricerche nell’Archivio Segreto Vaticano e in altri archivi europei statali e privati. Frutto di una tale ricerca è “La croce e il filo spinato. Tra prigionieri e internati civili nella Grande Guerra 1914-1918. La missione umanitaria dei delegati religiosi “(Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, pagine 361 ) opera che rappresenta un’assoluta novità sia per il suo contenuto che per l’approccio al problema in essa trattato. Sarebbe molto semplice descrivere le singole battaglie, spiegare i motivi dello scoppio delle guerre, capire l’attività diplomatica per porre fine ai conflitti, evidenziare le negative conseguenze economiche di tali conflitti. Cosciente di questo rischio, Monticone fa presente che «nella storiografia sulla Grande Guerra 1914-1918 il tema dei prigionieri è stato a lungo considerato prevalentemente in funzione delle sue ripercussioni sulle potenzialità degli eserciti combattenti e delle rispettive nazioni di appartenenza ovvero sotto il profilo degli effetti sociali, economici e politici al rientro in patria a conclusione del conflitto» (p. 7).
Egli, invece, concentra la sua attenzione sulle persone rinchiuse nei campi di prigionia, «posti in spazi aperti, distanti dai quartieri cittadi ni» che «fu la vera novità del primo conflitto mondiale» (p. 9).
Ouei nefasti campi, per la prima volta applicati durante la prima guerra mondiale, erano, lo sappiamo grazie alle testimonianze dei detenuti conservate in diversi archivi e dal Monticone attentamente studiate, delle «vere e proprie città di baracche, capaci di contenere diverse migliaia di uomini, talora decine di migliaia, con la conseguente invenzione di una vita posticcia con proprie strutture, regolamenti, servizi, lazzaretti e cimiteri, giungendo a piena funzionalità solo dopo un ampio lasso di tempo con pesanti conseguenze per quanti erano costretti a passare mesi e anni circondati da recinzioni varie munite di filo spinato. Prese così le prime mosse quell’universo concentrazionario che andrà crescendo a dismisura e che rimarrà come stigma del lato oscuro della storia del nostro tempo» (p. 8). Nonostante il fatto che «la sfera dell’animo e della coscienza morale» fosse stata «uno dei punti critici di coloro che per mesi e per anni vissero in quella realtà», scarsa è stata, osserva giustamente Monticone, «sinora l’attenzione della storiografia» (p. n 9). E perciò che egli giustamente attribuisce una adeguata importanza alle missioni svolte dai rappresentan- ti religiosi e dalle strutture umanita- rie, tra le quali al primo posto si tro- va la Croce rossa internazionale. «Per certi versi» però, osserva l’autore, facendo riferimento a migliaia di documenti conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, soprattutto nei fondi: “Segreteria di Stato”, “Prima guerra mondiale”, “Prigionieri di guerra” e “Nunziature”, da lui consultati, la Santa Sede avrebbe svolto una missione ancora più efficace «attraverso le sue rappresentanze di- plomatiche nei Paesi a presenza anche minoritaria cattolica, sia mediante la cooperazione degli episcopati, sia con l’istituzione in Vaticano di un appo- sito ufficio, chiamato Ufficio provvisorio in quanto non facente parte delle formali strutture di Curia, che durante tutto il con- flitto funse da centra- le di informazioni e di distribuzioni di aiuti di ogni genere in tutto il continente europeo e nell’area me- diterranea» (p. 1o). Avendo notato che «gli eserciti dei prin- cipali Stati belligeranti disponevano, già nei primi mesi del conflitto, di cappella- ni militari, più o me- no strutturati a seconda della specifica con- fessione cristiana, con forma di rico nosciuta competenza di una direzione centrale ecclesiastica negli Stati a netta prevalenza cattolica e con siste ma a rete in quelli a maggioranza evangelica» (p. 12), Monticone giu stamente osserva che tali cappellani «quasi nella totalità ignoravano la lingua o meglio le varie lingue dei prigionieri e soprattutto che, per quanto animati dalle migliori intenzioni, rappresentavano per essi co munque il nemico» (p. 12).
Poiché con il prolungamento della guerra e con essa del periodo della sofferenza, si dovette passare «da una situazione di emergenza vitale» a «una vera e propria pastorale della prigionia», diverse confessioni cri stiane «avevano bisogno di un inter mediario neutro al quale avessero accesso diplomatici, ecclesiastici e rap presentanti degli stati maggiori e al quale affidare il compito di promuo vere lo scambio di proposte, di con fronto e di eventuali contestazioni, nonché il transito degli strumenti e del personale necessari. Tale funzio ne venne ben presto assunta dalla neutrale Svizzera, non solo perché presso di essa erano accreditate le rappresentanze diplomatiche dei belligeranti e perché vi avevano sede la Croce rossa internazionale a Ginevra e altre organizzazioni cui aderivano molti Stati – ad esempio l’Ufficio internazionale del lavoro e diversi movimenti culturali e sociali, ma soprattutto perché in essa convivevano le due principali confessioni cristiane entrambe radicate in una robusta tradizione culturale e in stretta relazione con qualificati ambienti cristia ni d’Europa e d’America e la sua classe dirigente mostrava viva sensi bilità per ogni forma di promozione umanitaria materiale e spirituale. Il suo Consiglio federale annoverò tra il 1914 e il 1918 evangelici e cattolici, socialisti e conservatori che, con vari ruoli e secondo il criterio elvetico della rapida alternanza nei posti di responsabilità, fecero della Confederazione la centrale dell’assistenza re- ligiosa ai prigionieri e agli internati di ogni nazionalità. Il contributo più singolare della Svizzera in tale opera di pastorale fu costituito dalla creazione di un gruppo di visitatori ecclesiastici di entrambe le confessioni, che percorsero dal 1915 al 1919 le na zioni d’Europa in guerra, organiz zando il servizio religioso nei lager nei lazzaretti, celebrando liturgie,b amministrando sacramenti e confortando i malati parlando nella loro lingua, facendosi interpreti delle richieste e delle lamentele dei prigionieri, riferendo nel contempo al Consiglio federale e per il suo tramite a Governi e autorità ecclesia stiche quanto avevano potuto osservare e operare. Vennero scelti dal Dipartimento degli affari politici direttamente tra il clero evangelico più qualificato e d’intesa con l’epi scopato cattolico tra i cappellani militari dell’esercito federale, tra ecclesiastici docenti all’Università cattolica di Friburgo e tra sacerdoti in cura d’anime» (pp. 13-14, 5o, 343- 344) Il pastore protestante Theophile de Qyervain si propose, come scrive nel suo diario, «di offrire un servizio spirituale di soccorso all’uomo inte- grale quale dovere di carità nel senso più alto, secondo il modello del samaritano evangelico», proposta for temente condivisa «da tutti i suoi colleghi» sia protestanti che cattolici, «negli epistolari e nelle relazioni uf- ficiali» (pp. 15-16).
Anche il Papa Benedetto xv sostenne che la carità non si sarebbe dovuta limitare ai soli cattolici prigionieri , ma estendersi «a tutti coloro che, senza eccezione di religione o di nazionalità, sono detenuti» (p. 34). Perciò raccomandò di operare in spirito di pace e di riconciliazione, di rispettare il diritto delle genti e di fare si che l’aiuto umanitario non di «una sorta di complemento religioso a quanto messo in atto dal- le autorità politiche, ma un contributo efficace al fine di ottenere unmigliore risultato nel venire in aiuto ai prigionieri di ogni credo, nazionalità, grado e condizione sociale, considerati quali persone degne di un trattamento materiale e morale ade- guato». In questo modo il Papa for- mulò, secondo le ricerche cli Monti cone, «una sorta di progetto del suo pontificato, affrontando direttamente il problema della guerra e delle sue conseguenze sulla missione della Chiesa e dello stesso Pontefice» (p. 36).
Fu proprio nell’ambito del suddet- to progetto che la Sacra Congrega zione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, «cioè quella che trattava i rapporti con gli Stati, invitò, tramite le rispettive nunziature, tutti i vescovi dei Paesi belligeranti ad assumere nella loro cura pastorale, sotto il profilo religioso e anche materiale, i prigionieri concentrati nei campi presenti nelle loro diocesi» (p. 51). Rispondendo al suddetto invito, i vescovi cattolici di Germania e di Francia operarono in due direzioni: «Da un lato interessandosi ai prigio nieri presenti nelle loro diocesi, dall’altro cercando di avere notizie e di prendere contatto con i loro con nazionali catturati dagli avversari. A questo secondo fine si rivolsero al Consiglio federale elvetico allo scopo di provvedere, previe opportune visite, al servizio religioso nei cam- pi» (p. 51).Fu proprio grazie alla stretta col laborazione del Governo elvetico con l’episcopato francese e quello tedesco che il vescovo svizzero André Maurice Bovet fondò la Mission Catholique Suisse en faveur des prisoniers de guerre, che diventerà anche«punto di riferimento fondamentale per l’azione umanitaria della Santa Sede». Bovet incaricò l’abate Eugène Dévaud, professore dell’Università di Friburgo, «uno dei progonisti della pedagogia cattoli a del Novecento», di svolgere la missione di«visitatore cattolico nei campi di prigionia in Germania» (PP” 52-53). I compiti della Mission si ampliarono rapidamente, «sia in senso umanitario con la distribuzione di denaro non solo per scopi religiosi ai prigionieri e con la trasmissione di notizie ai familiari – sia soprattutto per affrontare una delle più dolorose conseguenze della guerra: la ricerca dei dispersi militari e civili» (p. 64). Dopo aver descritto la missione di Eugène Dévaud, l’autore, sempre in base ai documenti inediti d’archivio, sottolinea l’enorme impegno a favoredei prigionieri di guerra del cardinale Desiré Mercier, arcivescovo di Malines (pp. 66-68), nonché soprat tutto quello del benedettino svizzero Sigmnd de Courten. Fu proprio grazie a quest’ultimo che si realizzarono gli «accordi fra i belligeranti attraverso la mediazione della Svizzera e del Papa per lo scambio di alcuni tipi di prigionieri» (pp. 73-115 La grande missione del benedetti- no svizzero fu altamente apprezzata sia dal mondo cattolico che da quel lo protestante, specialmente dal pastore svizzero Theophil de Quervain. Quest’ultimo iniziò la sua attività missionaria a Parigi nel giugno 1916 e subito entrò in una stretta collaborazione con de Courten, collaborazione che presto si trasformò in «un’amicizia duratura, caratterizzatada piena consonanza di intenti, da solidarietà nell’azione e da spiritocristiano e umanitario» (p. 97). Dopo quattro mesi di missione nei campi di prigionia in Francia, de Qiervain partì per Berlino, dove per ben due volte fu ricevuto dall’imperatore Guglielmo 11 (24 ottobre 1916 e 28 gennaio 1917) e da lui ricevettedelle promesse di rendere più facile la missione tra i prigionieri di guerra in Germania, senza riguardo alla loro appartenenza nazionale, statale e religiosa. Un risultato degno di ogni lode, se gli ufficiali militari tedeschi, come osserva Monticone, non aves- sero ignorato gli ordini del Kaiser (pp. 125-129, 186). Tornato in Francia, de Quervain fu ricevuto, il 7 aprile 1917, dal cardinale di Parigi, Léon Adolph Amette, e dal presidente della Repubblica, Raimond Poincarré, che lo ringraziarono per la sua missione e lo pregarono di trasmettere la loro gratitudine anche al Governo svizzero (p. 201). Paragonando lo stato d’animo dei prigionieri tedeschi in Francia e di quelli francesi in Germania, de Quervain, scrive Monticone, constatò che i primi «avevano tendenza a forme individuali di svago, suonan- do strumenti, o al più cantando al coro», mentre i seconai «erano piu portati a fare gruppo e a manifestazioni di intrattenimento di carattere collettivo, come il teatro». Per questo motivo «i francesi sopportavano la prigionia meglio dei tedeschi» (p. 130).
Mentre gli ufficiali militari tedeschi ostacolavano l’opera di Theophile de Qucrvain, l’episcopato cattolico tedesco, appoggiandosi all’esperienza del benedettino de Courten, cercava «di provvedere ad analoga mis sione presso i prigionieri di guerra in Russia» (p. 1.15). La scelta cadde sul gesuita Henri Werling, cittadino del Lussemburgo e residente in Olanda, soprattutto perché parlava il russo, il tedesco, il francese e il po- lacco. Sarebbe stato affiancato dal docente del Seminario vescovile di Friburgo Hubert Savoy, «persona di vasta cultura, di carattere cordiale ma deciso». L’ini ziativa fallì a causa delle lunghe trattative con le au torità zariste, poi scoppiò la rivoluzione (pp. 116-117). Fu probabilmente anche la nuova situazione in Russia a mobilitare ancora di più la Mission, che, sotto la guida di Placide Colliard, vescovo di Losanna e Gine vra, divenne «la più impor- tante struttura cattolica a disposizione della Santa Sede nel soccorso ai prigionieri e nello stesso tempo un prezioso organo di mediazione umanitaria per conto del governo elvetico tra i belligeranti (pp. 139, 149). E in questo contesto che si inserisce la missione di Sig-mund de Courten nei campi di prigionia italiani in Austria e in quelli austriaci in Italia, missione altamente apprezzata dall’imperatrice Zita, dalla quale fu ricevuto il IO marzo 1917 (pp. 152- 153). Due mesi più tardi (8 maggio 1917) fu ricevuto anche da Benedetto xv, da cui ricevette mille lire «per la costruzione di una cappella nel cam- po di prigionieri austriaci a Molini Villa presso Montecassino per sopperire all’assistenza religiosa cli quei militari» (p. 176). E da sottolineare che tre mesi prima (13 febbraio 1917), Benedetto xv aveva ricevuto Eugène Dévaud, designandolo in quell’occasione delegato per le visite in Germania. Al classico tipo di missione Dévaud aggiunse «un servizio di più stretto collegamento tra i prigionieri e le loro fami-glie» (p. 233). «Qyell’incontro fu per il Papa l’occasione per valutare tutta l’opera della Mission e del Governo elvetico e per prospettare ulteriori sviluppi dell’azione umanitaria, in certo senso esso fu il fulcro della rete intessuta attraverso la Svizzera e la centrale di Paderborn con gli episcopati dei Paesi belligeranti gli con le rispettive autorità politiche e militari» (p. 191). «Il compito richiesto a Dévaud diveniva di particolare rilevanza nei rapporti della Santa Sede con la Germania sia per il succedersi rapido in un paio di mesi di radicali mutamenti nella situazione internazionale con importanti effetti sulla politica e sulla organizzazione militare tedesca anche in relazione ai prigionieri, quali la rivoluzione di marzo in Russia e l’intervento in guerra 139. 149). degli Stati Uniti il 7 aprile 1917, sia per l’improvvisa morte del nunzio in Baviera, mons. [Giuseppe] Aversa, e l’invio di Eugenio Pacelli in maggio quale suo successore» (p. 196). Ouando però avvennero «la sospensione e il mutamento delle visite Ilei delegati religiosi ai campi cli prigionia», la Svizzera, entro le cui frontiere si trovavano all’inizio del 1917 quasi trentamila prigionieri di guerra, divenne per loro «patria temporanea» (p. 233). Anche in questo caso la Mission Catholique Suisse svolse un ruolo eccezionale, che continuò fino alla liberazione dell’ultimo prigioniero. Sempre grazie a uno straordinario impegno della Santa Sede e della suddetta Mission, come, anche in questo caso in base ai documenti poco o per niente conosciuti, ci dimostra Monticone, all’inizio del 1919 furono rimpatriati dalla Germania 700.000 prigionieri francesi, inglesi, belgi e americani, mentre rimase irrisolta la situazione di 1.200.000 prigionieri russi, che «solo gradualmen te lasciarono il territorio tedesco» (p.300). Una parte di questi ultimi non tornerà mai in Russia, mentre gli altri finiranno nei gulag leniniani, do- ve si aggrapperanno alla croce come unico mezzo di libertà sulla terra e di salvezza in cielo.
Colpito dalla loro profonda fede, il convinto comunista francese, Pierre Pascal, residente in Russia dal 1916 al 1927, partecipe della rivoluzione e addirittura membro del Governo sovietico, non esitò davanti alle autorità bolscevi- che, che avevano proclamato l’atei- smo come religione di Stato, di con fessare la fede nel Cristo crocifisso e risorto.

DI MARKO JACOV

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