Quando Aron metteva in guardia sull'Europa Unita (Libero)

di Redazione, del 17 ottobre 2013

Da Libero del 17 ottobre

Autunno 1947. I tragici segni lasciati in Europa dalla seconda guerra mondiale sono ben presenti sia negli animi delle persone che sul suolo delle nazioni. A Monaco di Baviera, un poco più che quarantenne Raymond Aron tiene una conferenza dinanzi a un pubblico di studenti, durante la quale esprime, tra le altre, le seguenti convinzioni: «Certo la minaccia viene dall'Europa stessa altrettanto che da forze più o meno esterne. Sono delle nazioni europee ad aver dato l'esempio del disprezzo della verità o, più ancora, di una teoria secondo la quale è vero ciò che è utile a una collettività. Sono delle nazioni europee ad aver spinto fino alle sue forme più estreme il disprezzo della persona umana, sacrificata alle varie piramidi delle conquiste militari e dell'orgoglio razziale. Sono ancora esse ad aver messo alla prova la razionalizzazione dell'industria e dell'amministrazione e ad aver come dimenticato che quell'indispensabile razionalizzazione de genera in barbarie se non è limitata dall'opposta volontà di salvare i diritti delle persone e dei gruppi particolari». Ho trovato tali parole tironiane di straordinario interesse, soprattutto laddove ci invitano a riflettere sul fatto che l'Europa può diventare la prima e più pericolosa nemica di se stessa.
In effetti, a più di sessant'anni di distanza, questo monito sembra conservare una sua incisiva attualità: non casualmente, Raymond Aron, scomparso a settantotto anni nel 1983, viene considerato uno dei più acuti pensatori politici del XX secolo, valutazione di cui si ha convincente conferma leggendo il volume che, sotto il titolo Il destino delle nazioni: Il destino dell'Europa (Rubbettino, pp. 248, euro 18), accoglie il testo della conferenza sopra citata e vari altri interventi, in massima parte dedicati da Aron proprio ai problemi e alle prospettive del Vecchio Continente.
In quale modo l'Europa può danneggiare se stessa? La risposta dello studioso parigino è contenuta ancora in una conferenza, questa volta pronunciata al Senato francese nel 1975. Afferma il grande politologo: «Luogo di nascita della civiltà al contempo industriale e liberale, capace di unire l'efficacia tecnica e la libertà delle persone in un'organizzazione a misura d'uomo, l'Europa deve continuare a incarnare i propri ideali... L'Europa è morta per non aver una politica degna della sua cultura. Abbandonate le sue follie imperiali, deve mantenere le capacità politiche per salvaguardare le idee storiche che essa incarna». Dunque, Aron individua in un più stretto e fecondo rapporto tra dimensione culturale e azione politica la condizione essenziale per poter procedere alla costruzione di un'Europa solida: convinto che sul piano culturale il Vecchio Continente non debba temere confronti, egli si dimostra preoccupato piuttosto della debolezza di una politica incapace di tradurre in scelte concrete la ricchezza dell'immenso patrimonio di idee e di valori che caratterizza la civiltà europea. Quale, dunque, la via maestra da percorrere? Aron la identifica in quello che definisce «liberalismo elementare», le cui basi filosofiche sono essenzialmente due: «Da una parte la fede cristiana, dall'altra la nascita di un umanesimo che sarei tentato di chiamare umanesimo pessimista ». Ottimamente curato da Giulio De Ligio e arricchito da una prefazione di Alessandro Campi, questo libro ci permette di ascoltare ancora una volta con profitto la lezione di Raymond Aron, una lezione che non scolorisce con il passare degli anni.

Maurizio Schoepflin

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