Pretesti cinematografici: La dirompente illusione (Dalla parte del torto)

di Fabrizio Leccabue, del 01 settembre 2015

La dirompente illusione

Il cinema italiano e il Sessantotto 1965-1980

Abbiamo letto con curiosità l’interessante libro di Alberto Tovaglieri, La dirompente illusione. Il cinema italiano e il Sessantotto (1965-1980), Rubbettino editore 2014. Il libro ci è risultato interessante per tre ragioni. La prima. Il ripercorrere il ’68 o meglio gli anni ’60-’80, analizzando e interpretando dal punto di vista della produzione cinematografica quello che stava succedendo nella realtà politica sociale italiana e nella vita quotidiana. La seconda. La metodologia utilizzata dall’autore, che seleziona 7 film di ‘forte valenza artistica’: I pugni in tasca (1963) di Marco Belloccio, Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, La cagna (1972) di Marco Ferreri, La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri, Allonsanfan (1974) di Paolo e Vittorio Taviani, Buongiorno notte (2003) di Marco Belloccio, un confronto con Do You Remember Revolution (1998) di Loredana Bianconi. L’analisi dei film è accompagnata da saggi specifici che inquadrano e interpretano le problematiche: La ribellione giovanile prima del ’68, La contestazione studentesca, La ribellione degli intellettuali e il femminismo, Le lotte operaie dell’autunno caldo, Il conflitto tra vita personale e lotta politica, Il terrorismo rosso. La terza. La bibliografia di testi e dei film è ricca, ricchissima. Un unico appunto: non viene citato Luciano Bianciardi, in particolare Il lavoro culturale (Feltrinelli 1957, 1964), L’integrazione (Bompiani, 1960, 1993)  e il film di Carlo Lizzani (1964) tratto da La vita agra (Rizzoli, 1962). C’è poi una ‘sottovalutazione’ sulla nascita e sul ruolo di riviste ‘critiche’, di un nuovo marxismo, non in linea con i partiti tradizionali della sinistra (PCI e PSI): dai "Quaderni Piacentini" di Piergiorgio Belloccio, ai "Quaderni Rossi" di Raniero Panzieri, a "Problemi del Socialismo" di Lelio Basso… [basti leggere l’enorme e sistematico lavoro di Attilio Mangano con le pubblicazioni: Le culture del Sessantotto. Gli anni sessanta, le riviste, il movimento - Centro di Documentazione di Pistoia, Fondazione Micheletti, Comune di Pistoia, 1989 e Le riviste degli anni Settanta. Gruppi, movimenti e conflitti - a cura di Giorgio Lima (CDP/ Massari editore, 1998]. Il libro non poteva non iniziare con un’analisi e un commento su Pugni in tasca di Marco Belloccio per quello che ha rappresentato per una generazione di giovani che si affacciavano alla vita, alla politica, alla società. Goffredo Fofi, a commento della proiezione di Pugni in tasca di Marco Bellocchio al Festival del Film di Locarno - 50 anni dopo - in Piazza Grande, scrive: “… quando vidi il film a Venezia, fui sbalordito dalla sua forza, dal suo coraggio. Un grido di rivolta contro la famiglia, contro la piccola borghesia, contro la provincia e il provincialismo italici, addirittura – nel Paese più mammista del mondo – contro la mamma. …” ("Il Sole 24Ore", 2 agosto 2015). Nell’introduzione a La dirompente illusione del Sessantotto, Tovaglieri fa un’interessante osservazione: “ Ciò che invece con il passare del tempo ha attirato sempre più il mio interesse è stato un aspetto molto meno esplicito e visibile del Sessantotto, ossia la riscoperta della politica a partire dalla vita personale dell’individuo. Questa peculiarità è stata segnalata da vari storici, che in prevalenza l’hanno definita "l’irruzione della vita quotidiana nella lotta politica". E forse non siamo d’accordo sull’interpretazione del Sessantotto. Per chiarirci, credo che il ’68 non sia stato un movimento omogeneo né a livello nazionale né a livello locale. Esistono degli elementi comuni [Augusto Vegezzi li sintetizza bene in questi due brevi saggi pubblicati su questo stesso numero]: il rifiuto dell’autoritarismo, sia esso famigliare che universitario, in politica e nella società; la richiesta di partecipazione, il rifiuto del nozionismo rispetto ai contenuti, il rifiuto di una scuola e di un’università classista che discrimina per ceto sociale (vale la pena leggere la bellissima lettera a una professoressa dei ragazzi di Barbiana/don Milani), una visione non ‘provinciale’, essere partecipi di quello che succede nel mondo e solidali coi ‘dannati della terra’. Si aveva la percezione che la società doveva cambiare, le relazioni tra le persone, tra le gerarchie codificate nella società, nella politica, nella Chiesa, nella fabbrica, nell’Università. Il ’68 lo vedo come una sommatoria di movimenti e di idee e, a volte, con finalità diverse: l’Università di Torino con Palazzo Campana, la Pisa di Sofri, Sociologia di Trento, la Cattolica di Milano (Capanna), l’Università di Roma con Valle Giulia, … Ad esempio, Mario Pezzella su "il manifesto" del 29/07/2014 recensisce il libro di Kristin Ross, May ’68 and its afterlives (University of Chicago Press) sul ‘revisionismo storico’ che investe il Sessantotto, prodotto dalla ‘tradizione dei vincitori’. “E’ abbastanza diffusa un’interpretazione del Sessantotto come modernizzazione del capitalismo: questo sarebbe il suo merito o al contrario il suo peccato originale”, scrive Pezzella. Il Sessantotto funzionale al sistema e al suo sviluppo neocapitalistico. Un altro elemento che percorre il ‘revisionismo storico’ è quello di collegare il ’68 con gli anni di piombo e il terrorismo delle BR; anzi sembra che la logica conclusione di un periodo di lotte studentesche e operaie avesse come unico sbocco la rivoluzione armata. Credo che, come osservava Giovanni De Luna, ad un’analisi documentata del ’68 venga applicato molto spesso, e non solo al ’68, lo schema ‘imbalsamazione del passato e sua cancellazione’. Per concludere, il libro di Tovaglieri ci stimola a ripensare criticamente, anche attraverso la produzione cinematografica, al sessantotto, ad approfondire (storicamente) e mantenere aperto il dibattito.