Partitocrazia ()

di Fabio Trevisan, del 25 giugno 2014

dal blog uomovivo.blogspot.com

Con il titolo: “Partitocrazia” è appena stato pubblicato da Rubbettino in italiano (a cura di Pietro Federico) un saggio edito in Inghilterra nel 1911 (The Party System) da Hilaire Belloc (1870-1953) e Cecil Edward Chesterton (1879-1918), fratello minore del più celebre Gilbert Keith, morto sul fronte francese durante il primo conflitto mondiale dove si era arruolato volontario. Il testo, a dispetto del secolo abbondante trascorso, è sorprendente per la stupefacente attualità dei temi trattati e grande merito va ascritto alla Casa editrice che ha avuto il coraggio di proporlo all’attenzione anche degli italiani. Nella Presentazione di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) venivano messi allo scoperto l’intrallazzo del bipolarismo e la deviazione del “sistema dei partiti”: “La facciata e la forma esteriore di questa nuova e segreta forma di potere è la mera, meccanica, applicazione di quello che è chiamato “il sistema dei partiti”. Esso non è costituito di due partiti, bensì di uno solo. Se vi fossero dei veri partiti, potrebbe non esservi alcun sistema”. Anche nella Prefazione, suggerita dall’ambiguità dell’esito delle elezioni politiche del 1908 con l’ascesa del governo liberale guidato da H.H. Asquith, veniva ribadito il coraggioso e dichiarato intento del saggio: “Con questo libro ci proponiamo di dare voce a un desiderio condiviso già da moltissimi: quello di distruggere, soppiantare e mettere in ridicolo il sistema dei partiti, vale a dire il sistema che ha tolto spirito e significato al Parlamento”. Che cosa denunciavano i due autori cattolici? Stigmatizzavano la demagogia ed irriverenza degli slogan politici, come ad esempio: “Sia fatta la volontà del popolo” ed il teatrino allestito dal “sistema dei partiti”, sia che fossero whig o tory: “All’elettore medio tutto ciò deve cominciare a dare l’idea di una collusione. Egli non sa tutto; non sa che praticamente ogni mossa di questo sciocco e pericoloso gioco è stata precedentemente stabilita dagli alleati delle due coalizioni”. Nel loro monito, Belloc e Cecil Chesterton non lesinavano nomi e cognomi di influenti politici, denunciandone parentele e privilegi, smascherandone con ironia i reali propositi: “Abbiamo visto Lloyd George e Winston Churchill, da un lato rappresentati come patrioti che affrontano un’arrogante aristocrazia, di cui uno dei membri è il duca di Marlborough, cugino di Churchill ...”.

Nel primo capitolo (Il sistema rappresentativo) gli autori, pur considerando che nessun partito rifiutava la dottrina della sovranità popolare, rimarcavano l’assenza di una reale democrazia, che non poteva essere equiparata ai voti, alle elezioni ed alle assemblee rappresentative, che dovevano essere tutt’al più mezzi per realizzare la democrazia. Proponevano quindi che il modello della Camera dei Comuni (Comuni intesi come villaggi) rispecchiasse la piccola comunità, appunto il villaggio, come immagine della democrazia reale. Sostenendo che l’House of Commons fosse una Camera bassa e che doveva rappresentare i cittadini comuni che la eleggevano, ribadivano tre aspetti sostanziali: primo, la totale libertà nella scelta dei rappresentanti; secondo, i rappresentanti dovevano rispondere esclusivamente ai propri elettori; terzo, i rappresentanti dovevano deliberare in libertà e soprattutto essere indipendenti dall’esecutivo. Al contrario, deploravano che l’esecutivo (come si era realizzato praticamente) controllasse l’assemblea rappresentativa. Le cause di questo insano capovolgimento a scapito di una reale democrazia erano analizzate e così sottolineate: “Se dovessimo dare un nome al fenomeno che porta al pervertimento delle istituzioni rappresentative, quel nome sarebbe “sistema dei partiti”. Con sottile ironia, nel descrivere l’atteggiamento del pubblico verso i politici, facevano riferimento alle gare di canottaggio tra Oxford e Cambridge: “Della folla che ogni anno fiancheggia la strada lungo il fiume sono ben pochi quelli che hanno frequentato una delle due università...ma comunque tifano con grande entusiasmo... e proprio nello stesso modo che con impeto prendono le parti di un’università che non hanno mai frequentato, così parteggiano per un partito che non controllano”. Il capitolo si chiudeva con una rassegna storica molto puntuale su cos’era stato il passato, facendo esplicito riferimento alla “gloriosa rivoluzione” del 1688, causata dal tentativo (con risultato negativo) da parte di Giacomo II Stuart di abolire il cosiddetto Test Act, ovvero tutte quelle inibizioni che impedivano ai cattolici di accedere alle cariche pubbliche, governative e militari dell’Inghilterra. I due autori cattolici denunciavano senza mezzi termini l’esito del capitalismo che aveva sottratto e confiscato indebitamente, sulla scorta della precedente Pseudo Riforma di Enrico VIII, i beni ecclesiastici, dei conventi e dei monasteri: “La Rivoluzione fu compiuta non solo da, ma in favore di un gruppo di uomini avidi spinti dalla loro avidità. Quel gruppo di uomini e i loro successori andarono avanti ad arricchirsi a spese del popolo in ogni modo possibile ... ciò che trionfò infine nel 1689 non fu il popolo ma il Parlamento. Esso non rappresentava il popolo e nemmeno dichiarava di farlo...”. Accadde poi che questo sistema politico venisse turbato da due forze: le risorse materiali create dalla Rivoluzione industriale e le idee generate dalla Rivoluzione francese: “Le due forze combinate portarono alla Riforma doganale del 1832... e ad un allargamento della classe dei nuovi ricchi, che turbò l’equilibrio fra magnati del commercio e proprietari terrieri”. Se da una parte il cosiddetto “processo democratico” ha mostrato esteriormente l’estensione del diritto di voto fino al suffragio universale, dall’altra si è verificato internamente, secondo le testuali parole degli autori di questo mirabile saggio: “Il trasferimento dell’effettivo potere della Camera dei Comuni all’esecutivo, o, per parlare più precisamente, ai due fronti, governo e opposizione”.

Nel secondo capitolo (La casta al governo) Belloc e Cecil Chesterton cercavano di rispondere al quesito: “A chi era passato il potere della Camera dei Comuni?”. Ammonendo che la Costituzione, nel momento in cui dichiarava che i ministri fossero nominati dalla Corona, fosse disattesa, gli autori inveivano contro la “corporazione oligarchica” e la corruttela anche parentale dei due fronti apparenti: “Dobbiamo sottolineare che questi legami familiari non trovano i propri confini all’interno delle singole compagini politiche ... il fatto stesso che i politici cerchino in tutti i modi di impedire all’elettorato di conoscere la vera natura delle loro parentele ci sembra la prova più evidente della loro impostura”. Il pericolo di questa casta al governo (denunciata nel 1911) era quella di aver creato la figura del “raccomandato” e del politico come “professionista”, soprattutto se avvocato (“Nello stesso ordine di problemi rientra il gran numero di avvocati presenti in Parlamento, dove i legali abbondano perché ovviamente hanno qualcosa da guadagnarci”). Nello smascheramento del gioco politico anti-democratico, che aveva l’assoluto controllo della Camera dei Comuni, i due coraggiosi giornalisti (scrivevano nell’Eye- Witness, un settimanale di inchiesta politica) precisavano concretamente il controllo, da parte dei ministri cooptati, dell’agenda della Camera bassa, del tempo delle sedute parlamentari e dell’ordine del giorno di ogni seduta, come evidenziato nel capitolo terzo (La Camera dei Comuni così com’è): “I membri della Camera non possono sollevare le questioni che stanno loro a cuore, o far passare le leggi che ritengono importanti. Possono solo aspettare le leggi che verranno proposte dal governo...”. La riproposizione di innumerevoli emendamenti (caratteristica pure del sistema parlamentare italiano) era legata, secondo Belloc e Cecil Chesterton, entro i limiti che i fronti opposti hanno preventivamente accordato, perché nessuno vuole compromettere la possibilità di ottenere uno stipendio. L’atmosfera morale ed il richiamo ad una risoluzione etica della politica erano ben sottolineate dagli autori, che interpellavano in tal senso: “Fino a che punto il sistema dei partiti, con i due schieramenti che giocano a fare gli avversari, con i salari altissimi e tutto il resto, dipende dal tono morale della Camera?”. Interrogativi di stretta attualità, cui rispondevano con veemenza e con sincero coraggio: “Ciò che impedisce qualsiasi cambiamento è il controllo esercitato dal sistema politico sul Parlamento grazie ai fondi segreti elargiti ai partiti...”.

Nel capitolo quarto (I fondi segreti) denunciavano la corruzione, anche indiretta, attraverso quell’innominabile verità dei fondi segreti: “Se dunque le spese di un candidato sono pagate con un fondo segreto a disposizione del partito, succederà che il candidato non si sentirà responsabile davanti agli elettori, ma solo davanti alla cricca che lo finanzia”. In questo modo si potevano vendere le linee politiche così come il potere legislativo: “I due partiti politici hanno bisogno del denaro dei ricchi per portare avanti il finto scontro da cui dipendono il loro prestigio e i loro salari. La linea politica da scegliersi dunque deve attrarre un particolare settore della classe più ricca”. Nel quinto capitolo (Il controllo delle elezioni) l’assemblea dei partiti, la selezione dei candidati, la gestione di un’elezione, la scelta dei programmi erano realisticamente ed impietosamente affrontate e sviluppate con un impressionante riferimento conclusivo alla realtà che stiamo oggi vivendo: “Il popolo non solo non ha possibilità di metter bocca sul programma che il suo rappresentante dovrebbe mettere in atto, non solo le sue richieste possono essere totalmente ignorate, ma in più le misure più detestate, per le quali non c’è neanche l’ombra di un mandato popolare possono diventare legge, e gli elettori non hanno alcun potere di farle abrogare”. Il richiamo evidente per i cattolici al tradimento dei principi non negoziabili, dai temi della difesa della vita a quelli della famiglia come unione tra un uomo e una donna ed alla responsabilità educativa dei genitori, confermano purtroppo quanto paventato da Hilaire Belloc e Cecil Chesterton più di un secolo fa. Cosa fare ? Su quali basi reali può dunque poggiare un’autentica riforma? Nel sesto capitolo (La difesa) i due scrittori cattolici facevano ricorso a due gruppi fondamentali: “La massa popolare, disperata e senza voce e i giovani ... ingannati dalle messinscene dei politicanti ... non si può costruire sulla menzogna”. Nel settimo e conclusivo capitolo (C’è una cura?) Belloc e Cecil Edward Chesterton, anche qui con argomentazioni di scottante attualità, non reputavano determinante la modifica della legge elettorale: “Una modifica del sistema elettorale non porterà a nulla ... Se si desse a uno dei due schieramenti un potere superiore, l’onore che questo potere comporterebbe obbligherebbe i due gruppi a escogitare insieme una scappatoia che possa far tornare i due partiti in una condizione di semiequilibrio”. Persino sulle cosiddette “primarie” i due grandi e indomiti cattolici inglesi avevano ed hanno ancora qualcosa da dire: “L’istituzione delle primarie e la scelta dei candidati secondo le rispettive comunità locali a cui appartengono sarebbe cosa buona, ma bisogna ricordare che non sarà semplice istituire le primarie in un momento in cui l’iniziativa popolare inglese è tanto ininfluente”. Sollecitavano il legittimo uso del referendum per la democratizzazione della politica (un secolo prima dell’uso improprio e collegato all’ideologia liberale del Partito Radicale italiano), auspicavano una presenza forte ed un’educazione politica alla vera democrazia quali primi passi essenziali. Alla denuncia precisa, storicamente fondata (Hilaire Belloc è stato uno storico cattolico che ha pubblicato circa 150 saggi) anche attraverso i media dell’epoca, doveva corrispondere un anelito sincero alla verità delle cose: “Quando la verità è un fatto, e dunque piuttosto difficile da accettare, irrita e ferisce; mantiene però questo potere di crescere e di rendersi manifesta, che è la ragione per cui vale la pena dirla”.

In che modo dire la verità tutta intera, si chiedevano ultimamente nel saggio, per illustrare una possibile realizzazione efficace? Ecco la proposta: “Agli uomini piace molto ridere, e se voi siete in grado di presentare un bugiardo, un vigliacco, un ipocrita come un buffone non avrete sbagliato affatto; il sistema dei partiti non è solamente un insieme di buffoni, è più che altro un insieme di ipocriti, e si basa sulla menzogna. I suoi strumenti principali sono l’avidità e la paura. Queste cose sono terribili, non ridicole, ma è utile insistere sulla loro ridicolaggine...”. La necessità della purificazione non passava soltanto dalla denuncia (cosa riscontrabile in tanti gruppi o movimenti politici odierni), anche ironica, ma da misure in cui si doveva costringere il politico a non arrampicarsi su promesse generiche o astrusi giri di parole irresponsabili e senza sostanziali riferimenti alla vita quotidiana del popolo. La lettura attenta di questo encomiabile saggio di Hilaire Belloc e Cecil Chesterton può aiutare, anche ai giorni nostri, a comprendere il declino e l’innaturalezza di molte scelte politiche ed a stimolare una rinascita della vera politica nel perseguimento del bene comune.

di Fabio Trevisan

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