Opere d'inchiostro. Microracconti 2004
Opposti

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Collana: Varia
2004, pp 86
Rubbettino Editore, Fuori Catalogo
isbn: 8849809883
PREFAZIONE
In questa prefazione presentiamo i punti di vista degli esperti che hanno scelto i testi pubblicati.
Grazia Casagrande
Quali considerazioni posso esprimere come giurata di un premio per giovani narratori e poeti? Prima di tutto la gioia di vedere come anche chi è poco più che adolescente o addirittura poco più che bambino sappia cogliere nella scrittura una possibilità di comunicare emozioni e pensieri che difficilmente riuscirebbe a verbalizzare.
Forse questo rapporto con la pagina scritta finisce col rappresentare per molti anche un limite, se troppo spesso si sono potute leggere, tra i testi in concorso, veri sfoghi emotivi o eccessi di sentimentalismo.
Ma alcune poesie (e credo che proprio tra queste si trovino le cose migliori) hanno saputo davvero mostrare una intensità inusuale, una sensibilità acuta e una originalità compositiva che pur non trascura in un certo senso la tradizione della poesia contemporanea, e in particolare di quella americana della beat generation.
Due le poesie che segnalerei perché perfettamente rispondenti alle qualità sopra indicate,“Elisoccorso” di Luca Bolognini e“Senza titolo” di Simone Cagno, quest'ultima a me particolarmente cara. Ma altri sono ancora i testi meritevoli di segnalazione, che hanno anche sperimentato forme linguistiche originali a cui la pubblicazione in volume tributerà il giusto riconoscimento.
Jolanda Insana
Su un totale di 425 testi, con una percentuale di oltre il 60%, 271 sono presentati come 'poesie', spesso lontane dal tema proposto degli Opposti, evidentemente perché secondo l'opinione diffusa la poesia è cosa facile, che nasce dal 'cuore', e si produce naturalmente, per ispirazione, senza sforzi e senza fatica, rapidamente, senza pensarci. Comunque l'aspirazione (o bisogno?) a dire è forte, anche quando mancano le parole, la struttura sintattica o l'ortografia.
Tanto è vero che l'unico esempio di esercizio stilistico, l'unico sforzo di costruzione è rappresentato dall'haiku, che pure è forma estranea alla nostra cultura e tradizione, visto che moltissimi versi imitano i testi delle canzonette con tanto di ritornello e senza partitura musicale, e questo perché gli autori sono soltanto scrittori e raramente lettori di poesia.
Ma chi è anche lettore, sceglie la poesia americana degli anni sessanta, sicché la lingua usata è quella non sempre precisa della traduzione, e la trasgressione (o il disagio sociale e adolescenziale) si mette al riparo sotto l'ala protettiva di Ginsberg e della beat generation, in un gesto di fuga dalla realtà. Non manca però qualche lettore che passando per Carducci guarda a Zanzotto e impasta lingua e dialetto per dire la perdita degli affetti.
Lo stile messaggino stranamente non si trova nei testi dei giovanissimi, ma nella fascia degli ultradiciottenni, con qualche esempio felice ('Away'). Mediamente i giovanissimi sono più attenti agli eventi della contemporaneità, dalla guerra all'inquinamento acustico, dai cani assassini al disagio esistenziale. E però sono carenti gli strumenti espressivi, e non è raro trovare moduli desueti.
I testi in prosa, più che brevi racconti in sé conchiusi e compiuti, sono pagine di diario, appunti di viaggio, riflessioni varie, orazioni, o favole per bambini, molto liberi rispetto al tema. Anche qui i modelli sono vari, più stranieri (americani soprattutto) che italiani, da Calvino a Carver, sicché anche la lingua sa di 'traduttese', ha uno strano sapore di traduzione.
E c'è una curiosità o stranezza: la frequenza con cui ritorna il tema dei cavalli (10 testi su 88). Sono racconti fatti con lo stampino, varianti di un unico racconto, dove quasi sempre la figura del cavallo è strettamente congiunta alla figura di un nonno. E sempre tra i giovanissimi i cavalli trottano anche nei versi. Chissà perché a cantare le lodi dei cavalli sono autori nati quasi tutti nel 1987. Vengono dalla stessa zona, frequentano la stessa scuola, hanno fatto la stessa ricerca?
Piersandro Pallavicini
Scrivere ed essere costretti a stare dentro la griglia di un tema, e per di più essere costretti anche a rimanere nei limiti della brevissima durata è esercizio difficilissimo. Facile allora subire la tentazione di“scappare”, di usare trucchi, di giocare con le parole e con le idee provando a fare il funambolo, a mettere in campo la trovata per assolvere al , diciamo così ,“compito” assegnato. Ma vedere questo moltiplicarsi nella grandezza dei numeri e ripetersi nel dato di valore davvero statistico delle quattrocento e passa opere dei partecipanti a questo concorso, dà da pensare in termini persino sociologici! Alla maggior parte delle opere visionate manca“la realtà”. Manca il mondo, insomma, manca quello che ci sta intorno, manca l'intrigo di fatti e luoghi , locali e globali , in cui ci muoviamo noi e quel che conosciamo e anche semplicemente ciò di cui sentiamo parlare. Sarà che non ci capiamo più niente? Che ne abbiamo paura? Che ne siamo disgustati? O anche semplicemente che, di questo mondo che ci entra da ogni fessura spinto dal turbine dell'informazione, ne siamo stufi? E allora eccoci dentro al frattale della nostra fantasia, alla bellezza autoriferita ed ermetica del nostro pensare asettico.
Peccato, perché allo scrivere il compito di esplorare, osar dire, provocare, mostrare ebbene: spetterebbe ancora eccome. In un mondo tutto bonificato, tutto politicamente corretto, tutto plastificato , tutto, dunque, sostanzialmente falso , se non lo si fa nello scrivere, dove altro lo si può fare?
Ecco allora che insieme alla tecnica, alla bellezza formale, alla brillantezza delle idee ha pesato, nel selezionare i vincitori, l'autenticità, la purezza e la forza. La voglia di dire (e magari anche un po' di gridare) qualcosa che non riguardi solo sé stessi ma tutti quanti noi.