"Non diamo più futuro ai giovani". Don Armando Matteo e i giovani nell'epoca delle passioni tristi (L'Eco di Bergamo)

di Redazione, del 29 febbraio 2012

Da L'Eco di Bergamo - 29 febbraio 2012
L'analisi di don Armando Matteo, assistente nazionale Fuci: i modelli positivi vengono meno «Per gli adulti l'unica felicità è non invecchiare. Ma vivere contromano ha un costo altissimo»

Il futuro non è più possibilità positiva per i giovani ma più minaccia, difficoltà e confusione. È una condizione che influenza in modo decisivo i rapporti tra generazioni. Lo ha affermato don Armando Matteo presentando La prima generazione incredula (Rubbettino, pagine 102, euro 10), al centro culturale San Bartolomeo. per il ciclo Ex Libris, promosso da Fondazione Bernareggi e libreria Buona Stampa. Ha condotto don Giuliano Zanchi, segretario generale della Fondazione. «Oggi - dichiara don Matteo, assistente ecclesiastico nazionale Fuci - non c'è più esperienza positiva di futuro: il futuro è minaccia, difficoltà e confusione. Ci si può laureare in 6.000 modi diversi. Significa rendere una situazione totalmente instabile. Quando questa energia straordinaria, anche fisica, che uno ha fra i venti e i trent'anni, non trova uno schermo di futuro su cui proiettarsi, si ritorce' su sé stessa. È quello a cui stiamo assistendo: questa fatica dell'universo giovanile in una società che non crea spazi liberi. Sono in atto cambiamenti enormi, che hanno intaccato, anzitutto, l'essere stesso dell'adulto, il rapporto fra età matura e giovinezza. La generazione nata tra il ‘46 e il ‘64, per ragioni storiche molto forti, ha deciso di cambiare le regole del gioco». Una rivoluzione copernicana: «Fino agli anni ‘80 - prosegue don Matteo - al centro delle aspirazioni, speranze, immaginario condiviso c'era il desiderio di diventare grande: adulto. L'adulto come condizione di autonomia politica, economica, rapporti con la propria famiglia... C'era una consistenza straordinaria dell'essere adulto. A partire degli anni Ottanta, al centro della generazione nata fra il ‘46 e il ‘64 si impone il desiderio di essere, di restare giovani: come unica macchina di felicità». Un cambiamento importante che ha riflessi sia sugli aspetti commerciali sia sull'etica: «Ciò che a noi oggi sembra pura moda - rileva don Matteo - per esempio la cura maniacale dei capelli (in Italia sono a disposizione 113 tinte di capelli diverse, l'anno scorso nei paesi occidentali sono stati spesi 46 miliardi di dollari per creme antiage) tutto ciò in realtà è una questione etica. C'è un cambiamento etico profondo: come se la vera virtù dell'essere umano consistesse nell'essere giovani». Giovani nella fisicità dei tratti, nel vestire, parlare, vivere come i giovani. «Se l'esperienza di libertà tipica della giovinezza - aggiunge don Matteo - è quella dell'esplorazione, l'adulto non può vivere allo stesso modo la propria libertà. Libertà per l'adulto diventa fedeltà. Ma se cambiano gli immaginari, la libertà diventa, per ogni fascia di età, revocabilità possibile di ogni scelta». Un cambiamento enorme. L'insulto più grave che oggi si possa fare a qualcuno è «come ti sei invecchiato». Vietato invecchiare. «È un cambiamento radicale importantissimo - afferma ancora don Matteo - che ha a che fare con la cultura e con il culto, che tocca inevitabilmente il tema della fede. Ogni volta che un uomo evoca il possibile compimento del proprio essere - ciò che chiamiamo felicità - lì interviene Dio. Dio non cade dal cielo, entra in azione ogni volta che mi domando: Come posso essere felice? Oggi, quando ci domandiamo come possiamo essere felici, il dio che invochiamo è nascosto nei prodotti che utilizziamo, dallo yogurt al botulino». C'è l'incapacità di capire cos'è la giovinezza: «Se per la maggior parte degli adulti la giovinezza è la bella copia del Paradiso, non potranno mai mettere insieme giovinezza e precarietà, inquietudine, angoscia, necessità di decisione. La verità della giovinezza è oltre la giovinezza. Perché è un Cammino, e la verità del cammino è sempre la meta». C'è, ancora, un problema di «allocazione di risorse. Quelle italiane sono andate tutte sulle pensioni. Vivere contromano ha un costo enorme. Lo scorso anno in Italia sono state vendute cinque milioni di pillole di Viagra. Il 92% di quanto lo Stato destina all'Università va per pagare i docenti...». Cosa comporta, per un adulto, vivere contromano, amare più la giovinezza che i giovani? «Una tristezza incredibile - osserva don Matteo -: andare contro la vita, lottare contro la vita ci rende tristi, ci spegne. È l'epoca delle passioni tristi. Siamo sempre nervosi, irascibili, usiamo cocaina... Segnali di tristezza profonda, Il flusso educativo elementare è: l'adulto dice al giovane "Tu sarai come io sono". Se l'adulto non vive con riconciliazione il suo essere adulto testimonia un senso di tristezza che diventa repellente. Oggi le quattro generazioni abitano lo stesso spazio ma vivono in mondi separati. Nel cuore di un giovane è ben presente la domanda: "C'è vita buona oltre la giovinezza? Si trova costantemente a contatto con adulti che tentano di tornare indietro, gli restituiscono l'idea che l'unica vera felicità è la giovinezza. C'è una maledizione vigente sull'adultità. Bisogna educare al buono dell'umano in generale ... ».

 

Di Vincenzo Guercio

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