Nel libro di Paolo Savona gli effetti della crisi dal 1991 a oggi. L'Italia come la Concordia? (Libero)

di Maurizio Belpietro, del 20 gennaio 2012

Da Libero - 19 gennaio 2012
Se non toglie lo scoglio del debito l’Italia farà la fine della Concordia. Il nostro Paese ricorda la nave affondata: i conducenti fanno l’inchino all’Europa e non pensano di cambiare rotta. Che da vent’anni è sempre la stessa: più imposte e più spese.
(...) Di quanto? È proprio qui il problema. Fin che non si tocca con mano non lo si può sapere. Una delle prossime settimane, quando si apriranno le aste per i Buoni e i certificati di nuova emissione, potremmo dunque essere costretti a scoprire con disappunto che un certo numero di investitori ha deciso di dirottare i propri soldi altrove. Soprattutto se a Standard and Poor’s si saranno aggiunte altre agenzie di rating che, secondo le voci, sarebbero anch’esse intenzionate a retrocederci. Che cosa succederebbe in tal caso? Semplice. Saremmo nelle stesse condizioni della Costa Concordia. Una balena spiaggiata con uno squarcio nella carena, da cui entrano migliaia di litri d’acqua, con il risultato di non governare più il Paese. Succederebbe ciò che è successo in Argentina e sta succedendo in Grecia. Lo Stato non avrebbe i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, per saldare i fornitori e rimborsare i debiti ai cittadini onesti che hanno versato tasse in eccesso e le vorrebbero indietro. Si entrerebbe in una spirale di nuove imposte e tagli maldestri, col risultato di precipitare il Paese nel caos: una specie di salvi chi può, con quel che ne consegue. Come ho premesso, a qualcuno lo scenario tracciato parrà straordinariamente negativo e mi accuserà di eccesso di pessimismo. In realtà, io sto solo delineando il peggio, al quale però ci si può ancora sottrarre.
A patto di volerlo e saperlo fare. Mi spiego. Perché Standard and Poor’s e le altre agenzie di rating ce l’hanno con noi e ci bocciano? Il motivo è piuttosto chiaro: abbiamo un forte debito e gli analisti cominciano a dubitare della nostra capacità di ripagarlo. Per tran tranquillizzarli c’è un solo modo: ridurre il debito. Purtroppo, il nostro governo, al pari del precedente e di tutti quelli che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni, di voler ridurre la montagna di miliardi che abbiamo preso a prestito non dà nessun segno. C’è un piccolo libretto del professor Paolo Savona (Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi, Rubbettino editore) in cui si riassumono, dal 1991 a oggi, gli effetti di tutte le manovre, sulle tasse e sulle spese. La sostanza è riassumibile in pochi dati. Nell’arco di tempo preso in considerazione, le entrate fiscali sono passate dal 30 al 43 per cento del Pil e le spese hanno registrato sempre qualche punto in più. Le tre manovre del 2011 (due di Berlusconi, una di Monti) non fanno eccezione. Si aumentano le tasse, contraendo il Pil, ma non si riducono, se non di pochissimo, le spese. Ciò vuol dire che il debito resta invariato, anzi, che rischia di aumentare perché, pur mettendo nuove imposte, a causa della recessione le entrate potrebbero diminuire. Se in vent’anni le manovre correttive non hanno portato a nulla di buono, è il momento di interrogarsi sulla loro efficacia. E magari di cambiare rotta, prendendo altre misure. Che non sono nulla di straordinario, ma si basano su tagli concreti della spesa e non sull’aumento delle tasse. Che poi è ciò che si aspettano i mercati e i nostri partner. Angela Merkel sarà una testa quadra, ma qui i crucchi sembriamo noi, visto che continuiamo ad applicare la stessa ricetta anche se finora ha prodotto solo guai. È inutile mettersi il salvagente: bisogna evitare che la nave finisca sugli scogli. Non so voi: ma io di farmi affondare da Schettino, ossia da una classe politica spavalda e ganassa, non ho nessuna voglia.

Di Maurizio Belpietro

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