Mimmo Nunnari: perché ho scritto "La Calabria spiegata agli italiani" (economiaitaliana.it)

di Mimmo Nunnari, del 08 settembre 2017

La Calabria spiegata agli italiani

Il male, la bellezza e l'orgoglio della nostra Grecia

Perché ho scritto un libro - La Calabria spiegata agli italiani(Rubbettino, pagg. 200, euro 15,00) - apparentemente un po’ presuntuoso? Perché sentivo il bisogno di rifiutare l’idea falsa della maggioranza dell’opinione pubblica italiana che ritiene la Calabria solamente terra del male; che i calabresi, in generale, siano criminali e mafiosi magari per fatto antropologico o genetico.
Questa convinzione, questa idea un po’ ipocrita, che si ha della Calabria e della sua gente la considero una menzogna storica “calcolata”, voluta, cercata fino a farla diventare un comodo alibi per lasciare questo sud del sud fuori dai processi di sviluppo economico e sociale del Paese,all’unico scopo - mai dichiarato ma abbastanza evidente - di far crescere un’altra parte di Paese (il nord) a danno di chi resta fuori: escluso, trascurato, sacrificato, lasciato ai margini della vita culturale e civile dell’Italia. Nella storia - parafrasando una celebre espressione di Bertolt Brecht - la Calabria si è seduta dalla parte del torto, dato che tutti gli altri posti erano già occupati. E in questa posizione punitiva, di torto per destino, è rimasta fin dall’inizio della vita nazionale, collocata tra le “zone da sacrificare” in nome del progresso di altre parti d’Italia.
È come se al primo giorno di scuola ti mettessero senza una ragione in castigo dietro la lavagna, per poi chiederti perché non stai seduto tra i banchi diligentemente, insieme agli altri compagni di classe, a studiare. In questo modo, sei spinto a crescere con uno strano senso di colpa, senza conoscere qual è veramente questa colpa. È questo il grande imbroglio storico di un’Italia fragile, dall’unità malcerta, in larga misura corrotta nei gangli vitali della sua amministrazione pubblica. Con una parte non trascurabile della sua classe imprenditoriale che ruota attorno alla politica con l’unico scopo di saccheggiare, rubare. Togliere spazi, opportunità all’imprenditoria seria che fa girare il motore dell’Italia. 
Dunque, i calabresi sono responsabili di queste situazioni incancrenite sul suolo italico o sono vittime che aspettano pazienti che qualcosa prima o dopo cambi nella loro terra e intanto diventano comodo alibi per non fare nulla, discriminare, spudoratamente, contro ogni regola, ogni principio di uguaglianza e giustizia. Allora, ho scritto questo libro non per difendere la Calabria che non è difendibile per alcuni mali endemici che la aggrediscono, primo fra tutti il cancro mafioso-ndranghetistico, ma per riflettere, interrogarmi se di fronte al male mefistofelico diffuso, al degrado civile che offende il nostro passato e umilia il nostro presente, ci sono ragioni, cause che hanno portato le cose fino a tal punto da far diventare la nostra amata Calabria una terra senza libertà, senza diritti, senza democrazia, senza tutto.
Mi sono chiesto: perché la Calabria è così? È davvero così, come la descrivono i giornali, gli intellettuali, i politici per fatto atavico o antropologico? Aveva forse ragione lo scienziato criminologo Cesare Lombroso, per il quale il tipo calabrese è un delinquente naturale? E quanti sono ancora oggi, in Italia, a pensarla in questa maniera? Quanti sono i nipotini di Lombroso nel mondo politico, intellettuale, culturale italiano? La verità è che nessuno ha tentato di comprendere sul serio, con coscienza, questa strana “anomalia calabrese” nel panorama nazionale europeo ed occidentale. Mai, a nessuno, è convenuto guardare dentro la vita difficile degli uomini e delle donne in questo lembo di terra estrema dove l’Occidente e l’Oriente si mescolano, da secoli, con culture e tradizioni che si somigliano e spesso si amalgamano. Nessuno si è mai chiesto qual è il motivo per cui le cose sono arrivate a tal punto, in questo pezzo d’Italia dove fisicamente finisce l’Europa. Nessuno si è mai chiesto se ci sono cause storiche, o altro, che hanno impedito a quasi due milioni di cittadini italiani di valicare il muro che li separa dal resto d’Italia. Senza contare i due milioni e oltre che se ne sono dovuti andare, sparsi e spersi per il mondo, lasciando figli, mogli, affetti, mura domestiche, paesaggi, ambienti dove sono cresciuti. Queste sono ferite che non si rimarginano mai, che restano incise, fortemente, dentro la nostra umanità.
Mi sono chiesto: come si può pretendere che cresca, maturi, si evolva la gente che vive da almeno due secoli in condizioni di disuguaglianza, con una classe dirigente mediocre, suddita del potere dei partiti a cui serve solamente come granaio di voti? In questo modo di vivere succede che gli spazi lasciati vuoti tendono a riempirli le consorterie mafiose e occulte. La mafia, in un certo strato sociale sottosviluppato e incapace di reagire, rappresenta l’accesso facile alla ricchezza, offre opportunità ammorbanti che distruggono per primi quelli che tendono a cogliere convenienze che convenienze non sono affatto, nell’illusione di prendere scorciatoie. Anche in questo, lo Stato non ha capito come agire, lasciando esclusivamente all’impegno, al coraggio e qualche volta all’eroismo di magistrati, carabinieri, forze dell’ordine tutte il compito di combattere il fenomeno e di difendere tutti noi. È fin dall’Unità che quanto più sono andate avanti le altre terre italiane, tanto più l’umanità calabrese è rimasta indietro paurosamente e si sono create condizioni di imbarbarimento che non rispecchiano affatto l’indole di un popolo paziente e generoso costretto a convivere con realtà contraddittorie e a più facce. 
Per questo ho scritto un libro sulla Calabria. Perché di questa strana “frattura” italiana, questa regione è l’espressione più emblematica: la più complicata, snobbata ed estrema di un dualismo che non si supera senza mettere in campo un vasto progetto di riconciliazione del Paese, che può venire solo da una presa di coscienza nazionale collettiva a tutti i livelli: politico, culturale, economico, religioso. Ho scritto anche per lanciare un avvertimento e un appello. L’appello a superare l’anomalia “costitutiva” che dura ormai da quasi duecento anni. Se non si fa presto, si corre il rischio che il territorio più a sud del continente europeo assuma le sembianze di uno Stato mafia di tipo balcanico e si inabissi. Ma se la Calabria affonda, il Paese tutto, con la sua malcerta unità, corre il rischio di non salvarsi a sua volta, di affondare. Bisogna fare presto il lavoro incompiuto di ricostruzione del Paese dopo la guerra e il nazifascismo di riconciliare l’Italia, se non altro perché conviene a tutti.