Millennials contro baby boomers (Avvenire)

di Armando Matteo, del 01 luglio 2015

Da Avvenire del 1 luglio

I dati che le ricerche sociologiche ci offrono segnano scarti enormi tra i Millennials (così si definisce chi è diventato maggiorenne dopo il Duemila, ndr) e le generazioni precedenti, in relazione alla pratica della fede.
In un Paese dalle forti radici cattoliche e dalla forte presenza della Chiesa come l'Italia, per esempio, al momento solo un giovane su due si identifica come cattolico: «La tendenza comune a ogni aspetto dell'identità religiosa è che i giovani, in particolare quelli nati dopo i1 1981, sono tra gli italiani i più estranei a un'esperienza religiosa. Vanno decisamente meno in Chiesa, credono meno in Dio, pregano di meno, hanno meno fiducia nella Chiesa, si definiscono meno come cattolici e ritengono che essere italiani non equivalga a essere cattolici [...]. Lo scarto tra la generazione del 1981 [...] e la precedente nella propria adesione alla religione, segnatamente alla confessione cattolica e al modello che essa ha realizzato nel nostro Paese, è così forte da non consentire di rubricarlo in una sorta di dimensione piana, in un processo dolce e lineare di secolarizzazione».
Questa - secondo uno studio del 2010 di Paolo Segarti e Gianfranco Brunelli - è l'incredulità: i giovani adulti faticano a comprendere o più semplicemente non comprendono affatto il legame tra crescita nell'umano e fede; faticano a cogliere o non colgono affatto il possibile fecondo aiuto che il Vangelo offre alla ricerca umana di un orientamento decisivo in mezzo al mondo delle cose e alle cose del mondo. Incredulità è tutto questo e proprio per tale ragione è paradossalmente compatibile con quella ricerca di spiritualità di cui la sociologia della religione non manca di evidenziare la presenza nel nostro tempo.
L'assenza di un riferimento interiore forte, quale proprio la fede cristiana assicura, e le condizioni contestuali concrete, non sempre favorevoli, in cui i giovani adulti si trovano spesso a vivere (si pensi alla sempre più complicata e frustante ricerca di un'occupazione stabile), di fatto aumentano e giustificano le tensioni interiori a cui sono sottoposti e il desiderio di trovarvi un rimedio efficace. Dal punto di vista ecclesiale, tuttavia, al proposito la domanda vera sarebbe quella circa il perché i giovani non riescano a intuire il potenziale di spiritualità presente all'interno della proposta di vita derivante dal Vangelo e che per lungo tempo hanno avuto modo di conoscere, grazie alla partecipazione alla vita della Chiesa, durante la loro età infantile e adolescenziale. Perché insomma la fede cristiana è divenuta estranea ai giovani adulti?
La risposta più diretta ed esauriente ci viene da papa Francesco, il quale ha invitato la comunità credente a riconoscere la presenza di una rottura, negli ultimi decenni, nella trasmissione generazionale della fede cristiana all'interno del popolo cattolico (Evangelii Gaudium, 70). A partire dal passaggio di millennio, non ha avuto luogo quella testimonianza cruciale che ogni generazione adulta deve assicurare a favore dei nuovi nati al mondo e cioè che la scelta della fede cristiana abbia a che fare con il compimento della propria umanità. Che la fede serva la vita. Le istruzioni per vivere - quelle che la famiglia e gli ambiti della socialità diffusa trasmettono a presa diretta - si sono infatti assai precipitosamente e radicalmente distanziate da quelle che sono le istruzioni per credere: quelle che ogni piccolo riceve frequentando i riti religiosi ed in particolare la formazione catechistica (...).
La crisi di fede cattolica non è da addebitare alla generazione dei Millennials, ma alla generazione degli adulti che li hanno generati. Si tratta in verità di riconoscere che i dinamismi fondamentali della cinghia di trasmissione della fede, tra le generazioni, si sono inceppati. Ed è questa una verità che la comunità dei credenti fa fatica a cogliere, a causa dell'eccessiva enfasi data all'organizzazione parrocchiale dei percorsi di iniziazione cristiana, che alla fine hanno messo in secondo piano la verità (e la sua concreta attualizzazione e il suo costante monitoraggio) dell'essenziale contributo dei genitori all'opera della trasmissione della fede. Cosa che non è affatto accaduta.
Non è dunque più possibile riflettere sul rapporto tra giovani adulti e fede, senza uno sguardo che non tenga in debita considerazione quell'essenziale rapporto che lega le generazioni tra loro. Si impone pertanto una più ampia riflessione sull'effettiva consistenza dell' esperienza religiosa della generazione dei Baby boomers, genitori appunto dei nostri giovani adulti. La scarsa testimonianza che sono stati capaci di offrire ai loro figli, in merito alla qualità veramente umanizzante della fede cristiana, ci invita a cogliere, dietro un'appartenenza ecclesiale mai negata e anzi pure sostenuta e sopportata, un profondo cambiamento del loro sentimento di vita, che ha di fatto marginalizzato nella loro stessa esistenza il riferimento al parola del Vangelo.
Non è, infatti, questa la generazione che ha inventato e che continua abbondantemente a coltivare il mito della giovinezza, del rinnovamento continuo, del cambiamento, dell'efficienza a tutti i costi, della grande salute, della prestanza sessuale a ogni stadio della vita, del godimento, della libertà come disponibilità a una continua rinegoziazione di ogni scelta esistenziale?
E non è questa la generazione che, grazie al dono di un allungamento senza pari nella storia dell'umanità della propria speranza di vita, ha efficacemente esorcizzato e censurato dal discorso domestico e pubblico ogni riferimento alla durezza della vita, impastata di mancanza, di limiti, di malattia, di fragilità ed infine di morte? E non sono proprio questi ultimi quegli snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell'umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo?
Ci sembra di poter dunque dire che gli adulti di riferimento dei Millennials hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma senza alcuna fede nei sacramenti; li hanno portati in chiesa, ma non hanno loro portato la Chiesa, hanno insistito che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato insieme e letto insieme il Vangelo; hanno pure favorito l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma hanno alla fine ridotto la religione a una questione della scuola, oltre che della parrocchia. È mancata una testimonianza sul vivo di cosa significa «essere adulto che crede» ed è proprio questa mancanza che rende ragione dell'incredulità dei giovani adulti: della loro fatica a comprendere come e dove collocare l'esperienza della fede nel loro sempre più imminente ingresso nell'età adulta. E tutto questo non è stato ancora sufficientemente meditato dalla comunità credente. (...)
Non è certo semplice delineare il volto della nuova pastorale giovanile che ci serve. Ma è facile indicare quale sia il prerequisito necessario perché possa essere efficace: la necessità di ascoltare i giovani con pazienza, di partire dalle loro inquietudini e richieste, e di imparare a parlare il loro linguaggio. Il punto d'arrivo ci sembra essere il seguente: come Chiesa abbiamo il compito di mostrare maggiormente come nelle condizioni culturali odierne possa articolarsi il discorso sulla fede e quello della vita adulta e matura. È a tutti noto, infatti, che nell'Occidente «essere adulto o maturo» non è più di moda: «A questo proposito - ha scritto Marcel Gauchet - non è eccessivo parlare di una liquidazione dell'età adulta. Siamo al cospetto di una disgregazione di ciò che significava maturità».
Proprio tale «liquidazione dell'età adulta» ha di fatto reso di recente inefficace la trasmissione della fede tra le generazioni. Se è da qui che ha preso origine la prima generazione incredula, è da qui che dovrà prendere avvio il cammino del suo ascolto paziente, della comprensione delle sue inquietudini e richieste e dell'incontro nel suo linguaggio, da parte della Chiesa.

Di Armando Matteo

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