Mario Borsa, giornalismo e passione. Ritratto di un grande di via Solferino (Il Messaggero)

di Alessandra Farias, del 18 maggio 2016

La libertà di stampa è tutto

Mario Borsa, cinquant'anni di giornalismo democratico

Da Il Messaggero del 18 maggio

Nessuna retorica, solo il racconto di un uomo, ancor prima che giornalista, scrittore e saggista che affascina per l'essenzialità di quei pochi ma saldi principi che hanno guidato la sua vita e la sua professione. Non è un libro di grandi parole quello di Alessandra Di Nicola su Mario Borsa, cinquant'annidi giornalismo democratico, ma la ricostruzione perfettamente riuscita attraverso la semplicità delle parole e il dettaglio degli avvenimenti, della storia di uno di quei pochi giornalisti che si possono realmente definire liberi: nella professione, nel pensiero e in quei principi così fermi da non portarlo mai, perole di Tobagi, «ad accettare compromessi».
Nato nella bassa lombarda, a Somaglia, il 23 marzo del 1870, il profilo di Borsa che emerge dal libro della Di Nicola, storica contemporanea, coordinatrice delle attività di ricerca della fondazione Brigata Maiella, è quello di un uomo che delle sue radici ha portato a Milano la fermezza del mondo rurale, il calore familiare che lo caratterizzano e il senso critico sviluppatosi nelle esperienze estere in qualità di inviato, persino del Times. Dalle prime esperienze de La Perseveranza milanese, al lungo periodo trascorso a Il Secolo, per finire in quell'anno simbolo che lo vide direttore del Corriere della Sera tra l'aprile del 1945 e il maggio del 1946, Borsa racchiude, come fa ben emergere Alessandra De Nicola, tutta la forza di una stampa libera e per questo destinata a non essere compresa da quei poteri che, prima con la fascistizzazione del Secolo e poi con la prepotenza dei Crespi, volevano piegarne i principi. Non lo afflissero tanto la vigilanza speciale, l'incarcerazione e il campo di concentramento, quanto la lettera di dimissioni dal Corriere della Sera dove in un solo anno fu protagonista di quel cambiamento repubblicano che per lui, scrive in prefazione il nipote Fernando, fu un'occasione mancata di rinnovamento morale dopo la caduta del fascismo». «Sono un repubblicano, antifascista, democratico e progressista», scrisse Borsa ai Crespi lasciando il Corriere: l'ultimo gesto di un uomo che non tradì mai le sue idee condannando lo Stato repressivo dei Moti di Milano, sostenendo Giolitti ma non la «fatalità storica» della guerra in Libia, fomentando l'ingresso nella Grande Guerra e ponendosi, sin da subito, come uno degli antifascisti firmatari del Manifesto crociano. Così coraggioso da pubblicare, nel 1925, un libro sulla libertà di stampa che gli costò la privazione della sua.
Tutto rivive nel libro di De Nicola (ed. Rubettino) attraverso fatti e personaggi che raccontano di un giornalismo di prima linea lontano dalle scrivanie. Un profilo incredibilmente attuale: «Dobbiamo educare la cittadinanza e noi - scrisse Borsa a proposito dei moti milanesi - per cementare la vita pubblica alla cui deficienza dobbiamo le nostre sciagure dell'anno l'insipienza o la tristezza dei governanti e l'incoscienza o l'apatia delle masse». Sembra oggi, ma era il 1899.

di Alessandra Farias

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