Maledetti economisti
Le idiozie di una scienza inesistente

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Collana: Il colibrì (nuova serie)
2010, pp 232
Rubbettino Editore, Biblioteca liberale, Il colibrì (nuova serie)
isbn: 8849825626
Prefazione di Lorenzo Infantino
Con questo libro, Sergio Ricossa fa un prezioso dono al vasto pubblico. Mette al servizio dei “non addetti ai lavori” il suo esteso sapere e la sua inesauribile ironia. E ne viene fuori un testo godibilissimo, che con mano lieve trascina il lettore in un affascinante e divertente viaggio fra gli economisti e le loro idee. Per rendere più agile il dialogo con il lettore, Ricossa ricorre a una messa in scena. Ipotizza che un suo omonimo, che per comodità possiamo chiamare Ricossa il Giovane, abbia il compito, nell’anno 2450, dopo una “Catastrofe” distruttiva di molte cose, di reperire i “materiali” con cui ricostruire la vita e le opere degli economisti; non mancano il cane di Maffeo Pantaleoni e i gatti di Vilfredo Pareto. Il risultato è un vero e proprio “spettacolo”: di quelli che avvincono e che spingono a tornare a teatro. La storia degli economisti è una tragicommedia. Avrebbero voluto indagare la dimensione economica della vita, spiegarci il perché della prosperità e della depressione, farci capire qualcosa dei fenomeni in cui ogni giorno c’imbattiamo. Ma le loro teorie, contraddittorie, divergenti, rendono complicato ciò che è semplice e indecifrabile quel che è complesso. La figura dell’economista su cui Ricossa il Giovane richiama la nostra attenzione non è quella di Adam Smith. «Per grazia del cielo», questi non fu un’economista in senso stretto, «non generò l’economia politica in alcun modo, né onorevole né disonorevole, e non fu nemmeno il fondatore della confraternita degli economisti nel senso moderno della parola». Smith fu sconfitto su tutti i fronti. A fungere da modelli, sono stati Bentham e Ricardo. Il primo fu predicatore della formula secondo cui occorre raggiungere «la massima felicità per il massimo di persone». Ma non si accorse di non dare «felicità nemmeno agli acquirenti delle sue opere». Quanto al secondo, fu responsabile di quello che Schumpeter ha chiamato «vizio ricardiano», consistente nel congelare tutte le variabili in gioco, tranne una, e nell’affermare che questa è decisiva nella determinazione di un certo effetto. In scena entrano anche gli economisti più recenti, sovente insigniti di premio Nobel. Nemmeno costoro si sottraggono al fallimento e al ridicolo. E la penna del “nuovo” Ricossa non si ritrae. Bastano pochi tocchi per svellere luoghi comuni, rivelare paradossi, incongruenze, comiche presunzioni. Spogliati dei loro “paramenti”, i grandi nomi della teoria economica diventano personaggi che di straordinario hanno solo le loro bizzarrie. Senza volerlo, si può essere eroi e si può essere ridicoli. Il peggio è quando si diviene ridicoli in conseguenza della volontà di essere eroi.

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