Lo storico Renda: ecco come la Sicilia plasmò Federico II (La Repubblica Ed.Palermo)

di Redazione, del 15 febbraio 2012

Senza la Sicilia, fu lo stesso Federico a dichiararlo, non avrebbe potuto fare lo statista. E senza la Sicilia, lo stupor mundi, l'uomo d'ingegno e di cultura che conosciamo, non sarebbe esistito. Federico, divenuto imperatore, volle perseguire l'obiettivo di incorporare la Sicilia nel Sacro Romano Impero innescando un conflitto epocale con la Chiesa che non poteva consentire questa unione. La supremazia religiosa del papa alla fine ebbe il sopravvento sulla potenza imperiale e Federico fu inesorabilmente sconfitto. Unito all'Impero nonostante il dissenso della Chiesa, il Regno di Sicilia fu il luogo ove Federico II realizzò le sue opere maggiori. La prima fu la fondazione dell'Università degli Studi di Napoli. Seguirono Foggia, creata capitale, Melfi ove si promulgarono le costituzioni del Regno delle Sicilie, la Corte imperiale, fatta centro di cultura, di filosofia e di scienza. Sempre nel Regno di Sicilia promosse infine la poesia in volgare, dalla quale ebbero origine la lingua siciliana e la lingua italiana.

A raccontare il lato siciliano dello Stupor Mundi è lo storico Francesco Renda, considerato a ragione tra i massimi storici siciliani e già autore di una monumentale Storia della Sicilia dal 1860 al 1970.
Il libro, edito da Rubbettino sarà disponibile in libreria dal 23 febbraio e si intitola Federico II e la Sicilia.


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Di seguito riportiamo l'intervista all'autore uscita, proprio ieri, sul quotidiano La Repubblica
Da La Repubblica Ed.Palermo - 14 febbraio 2012

Nove anni fa il suo giudizio su Federico II era stato sferzante: «Se usciamo dal mito e soppesiamo la realtà lo "Stupor mundi" diventa una figura controversa, con scarsa abilità politica, contrariamente a suo nonno Ruggero II che è stato un grande regnante. Per non sottomettersi al papa, che gli chiede di rinunciare alla Sicilia, cedendone il regno a uno dei suoi figli, infatti, perde tutto l'impero».

Francesco Renda nella sua "Storia della Sicilia", che nel 2003 scompagina millenni di certezze, non fu certo tenero con l'imperatore che aveva fatto di Palermo per un trentennio la capitale del mondo. Ora il decano degli storici isolani, in occasione dei suoi novant'anni che cadono giusto venerdì, pubblica con Rubbettino un nuovo libro sulla figura più esaltata dei nostri studiosi, "Federico II e la Sicilia" (200 pagine, 15 euro).

Si è pentito di quella clamorosa stroncatura, che allora suscitò un vespaio di polemiche?

«È innegabile che la testarda opposizione di Federico II al papato gli fece perdere il regno di Sicilia e il Sacro romano impero, ma è altrettanto vero che lo Svevo realizzò cose grandiose in altri campi».

Quali?

«L' Università di Napoli, l'emanazione della Costituzione del regno della Sicilia, la Corte organizzata come centro di amministrazione, di cultura, di filosofia e di scienze. E infine la promozione della poesia in volgare, dalla quale ebbero origine la lingua siciliana e quella italiana. Non è poco».

Perché Federico II si intestardì nel volere riunificare a tutti costi l' impero germanico e il regno siciliano, rinnegando per ben quattro volte il giuramento fatto a tre papi diversi, con cui si impegnava a lasciare l' Isola sotto le ali del protettorato della Chiesa?

«È la chiave di lettura del mio libro: la Sicilia aveva completamente plasmato l' indole di Federico. Quei quattordici anni vissuti alla corte di Palermo, dai quattro ai diciotto, ne hanno forgiato il carattere e determinato lo spessore culturale. Aveva attinto a man basse dalla biblioteca del nonno Ruggero II, il re normanno che aveva aperto il palazzo reale a studiosi di ogni parte, occidentali, arabi, spagnoli. È in quel clima cosmopolita che Federico si avvicina alla scienza e all' arte. Senza la Sicilia, la sua sarebbe stata un' altra storia. Sarebbe stato soltanto uno dei tanti re del tredicesimo secolo. Quindi mi sento di affermare che il mio libro non è tanto l' ennesimo testo sul grande svevo, ma verte sul ruolo centrale della Sicilia (per tutto il Duecento contesa da svevi, papato, aragonesi, arabi) nella sua rocambolesca vita».

C'è qualche frase di Federico che esprime in modo emblematico questo suo amore per l' Isola?

«Eccola: "Fin dalla nostra giovinezza, prima di assumere l'onere di regnare, abbiamo sempre rincorso il sapere, sempre amato la bellezza, respirandone instancabilmente il profumo". Una sensibilità acquisita nei suoi anni giovanili palermitani».

Quale momento di questa disastrosa partita a scacchi con la Chiesa le piace rievocare?

«Il ruolo dei tre papi che lo contrastarono. Innocenzo III, un osso duro, anche se peccò d' ingenuità nel credere che Federico (che lui aveva assiso sul trono del Sacro romano impero, scomunicando il più forte Ottone III) avrebbe mantenuto la sua promessa di rinunciare alla Sicilia. L' imperatore, invece, ebbe gioco facile con Onorio III, papa assai debole, il cui unico merito è stato l' avere evitato, quando era un semplice cardinale, la scomunica di Francesco d' Assisi. Infine, Gregorio IX rilanciò la sfida e convocò un Concilio contro Federico. Lo svevo aspettò che le tre navi che trasportavano i cardinali attraccassero a Genova e andò all' arrembaggio. Affondò un natante, imprigionò i presuli. L’ira della Chiesa fu tremenda. Il papa spostò il concilio in Francia, a Lione, e fu scomunica. La Chiesa però non ebbe la forza militare per affrontare l' imperatore eretico. Federico manterrà per tutta la vita il potere, ma alla sua morte lascerà ai figli un regno e un impero ormai non più suoi. Una catastrofe per amore della Sicilia, la sua ossessione e il suo tallone d'Achille».

Questo suo libro sembra rispecchiare più i canoni del romanzo che quelli rigorosi della storiografia. Un bel salto a novant'anni.

«Mi fa piacere che questa svolta venga colta. Pur mantenendo la veridicità dei fatti, ho seguito uno stile narrativa. Tutto si svolge sul filo del racconto, con pochissime note e senza valutazioni critiche. Mi sono convertito al romanzo storico, che mi sembra un efficace strumento di divulgazione».

Cambiamo argomento, qual è il mistero della Sicilia che gli storici non hanno ancora pienamente svelato?

«La perdita dell' identità dei siciliani. Solo da metà Trecento a metà Quattrocento la Sicilia è stata una nazione autonoma. Prima e dopo, solo dominazioni straniere. E anche l' Unità d'Italia è stata caratterizzata come formazione dello Stato del Nord. Così l' Isola è andata sempre a rimorchio. Lo Stato ha concesso l' autonomia per arginare le spinte separatiste, mai siciliani non ne hanno fatto buon uso. D' altra parte non avendo quasi mai avuto una disciplina statale- rigore, rispetto delle regole, efficienza amministrativa - è normale che spesso e volentieri ognuno sia andato per la strada dei propri comodi».

Eppure lei ha sempre sostenuto che le dominazioni straniere hanno fatto bene alla Sicilia tenendola sempre dentro i flussi della grande storia. Non le pare che oggi questo suo addebitare alle dominazioni straniere la nostra crisi identitaria, sia una contraddizione?

«No, le due cose coesistono benissimo. La Sicilia sempre dentro la grande Storia e nel contempo l'incapacità dei suoi abitanti di aggregarsi su valori condivisi».

Qual è il secolo meno esplorato dagli storici isolani?

«Il Seicento. Si è sorvolato velocemente sulla guerra tra Palermo e Messina e si è poco indagato sulla formazione di nuovi importanti comuni e sullo strapotere acquisito dai baroni, che avrebbe poi condizionato in peggio i successivi secoli».

Il suo prossimo impegno?

«L' intricata vicenda della Ducea di Bronte. E per raccontarne il percorso parto da lontano, da quella rivoluzione napoletana che Horatio Nelson contribuì a reprimere, avendone in cambio dal re Borbone la Ducea».

Cosa l'ha spinta a questo studio?

«Quando ero dirigente della Federterra a Catania mi sono chiesto come mai a Bronte il movimento contadino sembrava essere stato cancellato dalla storia. Evidentemente la repressione di Bixio aveva generato un trauma che perdurava. Convinto che un dirigente sindacale o di partito, prima di agire deve conoscere, cosa che oggi non si usa più, mi trasferii a Bronte e poco a poco rimisi in piedi l' organizzazione contadina. Ottenendo poi che la Ducea rientrasse nella legge agraria del 1950 e venisse concessa ai coloni. Quell' esperienza mi ha segnato e ha acceso in me il desiderio di approfondire tutta la vicenda».

Abbiamo colto la sua stilettata al modo di fare politica oggi. Vuole dirne di più?

«Lasciamo perdere. Quello che accade in Sicilia è sotto gli occhi di tutti. La sinistra ha perso ogni contatto con la realtà. I partiti purtroppo si tengono lontani dalla gente. Proprio la decadenza attuale della politica sarà al centro di un mio prossimo studio».

Ultima domanda, lei è stato testimone e protagonista della strage di Portella della Ginestra. Doveva tenere il comizio, ma la bucatura di una ruota l' ha fatta arrivare, in ritardo, proprio nel momento in cui partivano le scariche di mitra. Vista la sua svolta verso la narrativa perché non scrive un libro su quell' eccidio, magari affidando al romanzo le sue intuizioni che come storico non potrebbe sottoscrivere?

«Chissà, ci penserò. Comunque la verità su quella strage sembra svelata».

Dica?

«Scelba, che, in chiave anticomunista, aveva l' accordo con i liberali nel sostegno al governo De Gasperi, rovesciò tutte le responsabilità su Giuliano. Responsabilità che come subito scrisse Li Causi erano dei baroni e dei loro complici politici. Se mi permette in quella circostanza, sempre come responsabile regionale della Federterra, evitai che ne conseguisse un bagno di sangue. Opponendomi a Li Causi che incitava a una forte reazione, mi misi di traverso per frenare la rabbia dei compagni che volevano prendere d' assalto le case dei mafiosi. Sono stato dieci giorni lì, esortando tutti alla calma. Ricordai loro la repressione dei Fasci. E finalmente capirono che se avessimo reagito Scelba avrebbe fatto come Crispi. Per fortuna Togliatti "consigliò" la prudenza».

 

Di Tano Gullo