Lo statalismo non serve. Ecco come si rilanciano fiducia e crescita (Il Sole 24 Ore)

di Redazione, del 04 febbraio 2014

da Il Sole 24 Ore del 4 febbraio

La Fiat che trasferisce la sua sede all'estero e l'Electrolux che vuole chiudere il suo principale stabilimento italiano non sono solo l'esempio delle difficoltà competitive dell'industria italiana, sono anche la dimostrazione della mancanza di un quadro normativo chiaro e definito. Per esempio perché non c'è una legge che imponga alle aziende che hanno stabilimenti produttivi in Italia di avere la propria sede in Italia? Perché non si fa valere anche verso le imprese che riducono in personale l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? Perché non ci sono regole per impedire che manager e imprenditori facciano il bello e il cattivo tempo con le ristrutturazioni aziendali?
E.B. Roma

Gentile lettore, la sua lunga lettera (che ho dovuto necessariamente ridurre) elenca altre possibilità di intervento dello Stato, tutte tese a mettere sotto controllo l'attività economica e a limitare le possibilità delle imprese. Non entro nel merito delle singole proposte perché mi sembra che sia soprattutto da contestare la logica di fondo che le anima. Si può capire che la gravità della crisi economica e il conseguente dramma sociale della disoccupazione possano portare a richiedere misure straordinarie, ma spingere verso lo statalismo o verso l'introduzione di ulteriori vincoli alle imprese vorrebbe dire offrire soluzioni che aggraverebbero i problemi anziché risolverli. Perché l'economia non ha bisogno di nuovi lacci e laccioli, ma di maggiore libertà: per cambiare i vecchi metodi, per attirare investimenti dall'estero, per confrontarsi in campo aperto come giustamente richiedono le regole dell'Europa e la sfida della globalizzazione. È quindi necessario costruire un sistema basato sulla fiducia, sul dinamismo, sull'autonomia imprenditoriale. In questa prospettiva appaiono molto utili le riflessioni di Sebastiano Bavetta e Pietro Navarra nel libro "Il vantaggio delle libertà" (ed. Rubbettino, pagg. 18o, euro 12,00) in cui siportano esempi molto concreti e anche misurazioni empiriche di come un sistema di libertà favorisca la crescita e lo sviluppo. Perché - scrivono gli autori - «l'assenza di fiducia che impedisce la cooperazione tra gli individui, la sovrapposizione normativa ormai dilagante che blocca l'iniziativa individuale e che spesso sfocia nella corruzione e nella mancanza di certezze del diritto, sono tutti elementi di freno alla crescita del Paese». Ma questo non vuol dire che lo Stato non debba intervenire, anzi deve svolgere un ruolo costruttivo con quella politica industriale che è fatta di equilibrata incidenza fiscale, bassi costi dell'energia, tempi brevi per la giustizia, efficienza dell'amministrazione. Di fronte a ogni ipotesi legislativa dovremmo chiederci: è un provvedimento che fa crescere la libertà e la fiducia? Può aiutare a convincere nuovi investitori a puntare sull'Italia? Se la risposta è negativa meglio cercare altre strade. E, gentile lettore, le sue ipotesi non servirebbero certo a rilanciare la fiducia e quindi la crescita.

g.fabi@ilsole24ore.com

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