Lo spirito tollerante di Pannunzio: comprese le ragioni degli ex fascisti (Il Corriere della Sera)

di Giovanni Russo, del 20 giugno 2012

Da Il Corriere della Sera - 20 giugno 2012
Un volume ricostruisce l'esperienza del quotidiano «Risorgimento Liberale» dal 1943 al 1948
«Risorgimento Liberale», fondato e diretto da Mario Pannunzio, è stato secondo lo storico Leo Valiani il quotidiano più bello del Secondo dopoguerra. Gerardo Nicolosi ne ha ricostruito le origini e le vicende nel libro Risorgimento liberale. Il giornale del nuovo liberalismo, dalla caduta del fascismo alla Repubblica (1943-1948), edito da Rubbettino (pp. 257, € 18). Già nella clandestinità il giornale si era distinto per la maniera in cui affrontava la lotta al fascismo e già da allora emerse la personalità di Pannunzio, che si batteva contro ogni totalitarismo e denunziava i rischi di ogni conformismo. Ciò spiega come il giornale riuscì a rappresentare l'elite culturale ispirandosi al criterio della tolleranza e non infierì su chi in buona fede era stato fascista.Pannunzio, in un articolo pubblicato agli inizi della sua direzione, nell'agosto del 1944, sostenne che un'intera generazione era vissuta come in «un lungo sonno» e che era stata la guerra a risvegliare quei giovani a un distacco irreversibile nei confronti del fascismo. Una visione che spiega come tra i primi collaboratori e redattori di «Risorgimento Liberale» ci fossero molti intellettuali che avevano collaborato alla rivista «Primato», fondata dal ministro fascista Giuseppe Bottai e uscita poco prima dell'entrata in guerra dell'Italia, nel marzo del 1940. Nicolosi ha consultato l'archivio personale di Pannunzio, da cui risulta come prendesse contatto con giornalisti e scrittori che avevano collaborato ai giornali durante il regime. Ci sfilano così davanti agli occhi i nomi di Alfio Russo, che divenne poi direttore del «Corriere della Sera», Ferruccio Disnan, Ennio FIaiano, Vittorio Gorresio, Vittorio Zincone, poi il critico cinematografico Attilio Riccio e il critico musicale Giorgio Vigoro. Fra gli autori degli editoriali emergeva Leone Cattani, con Manlio Lupinacci e Mario Ferrara, il nonno di Giuliano. Altre firme importanti sono Giorgio Granata, Carlo Antoni e Panfilo Gentile, che diventerà il principale fondista di politica interna del «Corriere», Luigi Barzini junior, Arrigo Benedetti, Paolo Monelli, Augusto Guerriero, Domenico Bartoli, oltre a Silvio Negri, il maggior vaticanista italiano, e Antonio Calvi per la politica estera, Gino Vicentini ed Ennio Flaiano, che fu l'autore di satire efficaci sul regime, oltre a Ercole Patti e Vitaliano Brancati. Molti di loro confluirono più tardi nel settimanale di Pannunzio «Il Mondo», dove si aggiunsero anche vari ex azionisti. Nel «Risorgimento» si ebbe la convivenza tra i grandi personaggi dell'antifascismo, da Luigi Einaudi a Benedetto Croce, con la generazione che non aveva potuto non vivere nell'ambiente fascista.

Il giornale rifletteva le idee di quel gruppo di liberali romani, capeggiato da Leone Cattani e di cui facevano parte Nicolò Carandini, Franco Libonati ed Enzo Storoni, che volevano distinguere il Pli dal suo passato conservatore. Naturalmente sulla linea politica del giornale influì la crisi interna del partito: la decisione di provocare la caduta del governo Parri, le divisioni riguardati la scelta istituzionale, con il referendum tra monarchia e repubblica, e la scissione determinata dall'apertura al movimento dell'Uomo qualunque per le elezioni del 1948. Accadde così che il gruppo che aveva animato «Risorgimento Liberale», e cioè la sinistra, uscì dal partito. Si possono pertanto distinguere due stagioni nella vita del quotidiano, quella che porta l'impronta di Pannunzio e quella, succeduta alle sue dimissioni, che vide Manlio Lupinacci alla direzione, con Vittorio Zincone vicedirettore. Ciò non toglie che anche in questa seconda fase «Il Risorgimento» continuasse ad avere vivacità di contenuti e una buona scelta di collaboratori. Ciò che fa di «Risorgimento Liberale» un caso raro è l'essere stato un giornale di partito che andò oltre il partito.

Di Giovanni Russo