Lo scrigno africano. La memoria fotografica della guerra d’Etiopia custodita dalle famiglie italiane (SoloLibri.net)

di Milena Privitera, del 28 maggio 2014

Lo scrigno africano

La memoria fotografica della guerra d'Etiopia custodita dalle famiglie italiane

A cura di

da SoloLibri.net del 28 Maggio

"Lo scrigno africano. La memoria fotografica della guerra d’Etiopia custodita dalle famiglie italiane" a cura di Mario Bolognari, edito da Rubbettino (2012), è la testimonianza documentata di alcuni reduci della guerra d’Africa. Il materiale accuratamente raccolto: fotografie, pagine di diario, lettere, cartelle cliniche e fogli matricolari portano alla luce una verità diversa da quella spesso propagandata dal governo fascista “che aveva deciso l’invasione e cercava di dipingere l’Etiopia come una terra di barbarie e schiavitù”. I testimoni diretti sono un imprenditore, un medico militare, un soldato autista e un infermiere dell’esercito, tra di loro “fascisti e antifascisti” ma tutti arrivati in Africa con la convinzione della superiorità italiana e tutti tornati “in patria con la vita cambiata”. Il recupero di questa “memorialistica intima” grazie, soprattutto, all’attenta conservazione dei discendenti dei reduci è di enorme interesse sociale. Le foto, la testimonianza più diretta e a volte più intesa, ritraggono i vari momenti del viaggio, le operazioni militari e di repressione, le impiccagioni di massa, le mutilazioni, le pose da conquistatore accanto al corpo dell’avversario, le opere pubbliche realizzate e le donne spesso riprese in pose che mettono in evidenza tutta “la violenza del rapporto tra dominatore e dominato”.

I diari, le lettere, i documenti, da un lato, veicolano il messaggio della propaganda culturale fascista, rigonfia di retorica necessaria al regime per la sopravvivenza; dall’altro invece diventano letteratura, raccontando scorci di vita vissuta, emozioni, riflessioni e riportando dati inerenti l’ambito della salute, dei servizi sanitari, del conflitto bellico. L’io narrante, soldato, medico, piccolo imprenditore, lega l’esperienza personale, in una dimensione spazio-temporale, alle foto creando inconsapevolmente un vero e proprio reportage di guerra. Un esempio su tutti è la testimonianza di Francesco Patanè, nato a Giardini-Naxos, vissuto a Taormina, che quando “venne richiamato alle armi era già sposato e aveva un figlio in arrivo” e che faceva parte “del 318° autoreparto pesante di manovra che coadiuvò il 60° Reggimento di Fanteria durante l’ingresso in Addis Abeba il 5 maggio 1936”. Francesco Patanè era un fascista convinto e partecipò all’impresa coloniale con grande slancio. Le foto lo ritraggono in un contesto di spensieratezza, fiera e giovanile. Le pagine del suo diario rispecchiano in pieno il clima politico-ideologico del tempo ma anche è, in tal senso, sono importantissime le vicissitudini quotidiane della colonna e, in particolar modo, sono uno sguardo attento verso gli etiopi soldati prima, contadini dopo la disfatta. Francesco Patanè rivela nel suo diario verità scomode, come quando scrive d’imboscate e di gravi difficoltà incontrate per raggiungere Addis Abeba, che gli appare in tutta la sua bellezza e generosità e “rivelatrice di uno stato d’animo intimamente combattuto”, racchiuso in una sola parola “amore".

di Milena Privitera

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