Liberalizzazioni. Un'incompresa necessità
Tredicesimo rapporto

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Collana: Varia
2015, pp 192
Rubbettino Editore, Società e scienze sociali, Problemi e processi sociali
isbn: 9788849845013

tra gli effetti deleteri prodotti dalla crisi economica vi è sicuramente la riscoperta, particolarmente percepita dalla pubblica opinione, del positivo ruolo dello stato nella sfera economica, è un aspetto inquietante a dimostrazione della crisi, prima di tutto culturale, che il liberalismo sconta nel paese. l’appartenenza delle imprese alla proprietà pubblica serve l’interesse generale meglio della proprietà privata. È questa una convinzione fideistica, storicamente non dimostrabile, né suffragata da positivi risultati, allo stesso modo della convinzione che individua in una corposa attività legislativa il rimedio per ogni patologica situazione o devianti comportamenti. È la presunzione fatale del positivismo. altrettanto chiara è la valutazione complessiva sul processo di liberalizzazione che ha interessato marginalmente il paese. tutto accettabile e condivisibile? certamente no. un esempio, il cosiddetto mercato libero dell’energia: passare da un gestore all’altro, in una città come Roma, significa entrare in un girone infernale tale da far rimpiangere il vecchio regime di monopolio. il palleggiamento, interessato, tra i due gestori, dovrebbe essere oggetto d’intervento della magistratura e, certamente, non additabile come un riuscito esempio di liberalizzazione. società libera sostiene che un percorso di liberalizzazione, con le relative indispensabili privatizzazioni e l’alienazione di società di proprietà degli enti locali, asse portante del capitalismo municipale, è utile a ridurre lo stock del debito, rendendo più snello e produttivo l’apparato pubblico, non solo perché ne avremmo qualche vantaggio in termini di costi sociali ed individuali, se una libera concorrenza diminuisse i prezzi soprattutto dei servizi, ma anche perché si offrirebbero maggiori chance alle libertà individuali.

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