Lezioni di dottrina dello Stato

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Collana: Biblioteca Austriaca
2004, pp 282
Rubbettino Editore, Diritto, Biblioteca liberale, Biblioteca Austriaca
isbn: 9788849806151
Prefazione di Raffaele De Mucci, Lorenzo Infantino
Lezioni di dottrina dello Stato di Bruno Leoni sono l'opera in cui il filosofo torinese meglio sintetizza la sua riflessione sul potere.
Vicenda cruciale della vita intellettuale di Leoni è l'intenso dialogo con Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, i maggiori esponenti di terza e di quarta generazione della Scuola austriaca di economia. Di qui il riuscito tentativo leoniano di fare nel campo del diritto quel che gli“austriaci” avevano fatto nel campo economico. Lo scambio di beni diviene, nella lettura giuridica del filosofo torinese, scambio di pretese. E, se i prezzi costituiscono le“condizioni” meramente economiche delle transazioni, le norme rappresentano le“condizioni” giuridiche. Gli uni e le altre hanno così una comune origine: sono il prodotto di relazioni sociali basate sulla volontarietà.
Sulla scorta di ciò , Leoni delinea due concetti distinti e complementari di potere. Confrontandosi soprattutto con l'opera di Georg Jellinek, evidenzia da un lato il carattere sempre diffuso e negoziato dei rapporti sociali (lo“stato” come situazione) e dall'altro enfatizza l'affermarsi del“potere di governo”, che dispone del monopolio della violenza legale (lo“Stato” come istituzione, la dimensione politica in senso stretto). Il che consente al filosofo torinese di gettare luce sulle differenze esistenti fra mercato e democrazia. Come era già stato rilevato da Mises, nelle relazioni di scambio volontarie, l'individuo non è mai posto nella posizione di membro di una minoranza dissenziente. Ciò avviene invece di continuo nei sistemi politici rappresentativi.
Nasce da tale constatazione la critica di Leoni nei confronti di quegli autori (per esempio, Duncan Black) che hanno pensato di poter presentare la vita democratica come una qualche forma di“mercato politico”. E nasce la preoccupazione leoniana per gli“squilibri” che le decisioni (legislative) della maggioranza producono a danno della minoranza e che colpiscono alla base il principio liberale della limitazione del potere.