Leonardo Facco: il vero voto inutile è il voto stesso ()

di Redazione, del 08 maggio 2012

L’alto astensionismo alle amministrative spiegato da Leonardo Facco, autore del fortunato “Elogio dell’antipolitica”.
Quasi dieci milioni di elettori chiamati alle urne per le elezioni amministrative sono un test interessante. Aldilà dei sindaci che verranno eletti, il vero segnale antipolitico sta nella quantità di elettori che si sono astenuti, che – nonostante si tratti di eleggere qualche borgomastro, con competenze limitate al loro territorio – hanno mostrato tutto il loro disprezzo per una casta che non risiede solo a Roma, anzi.

Non sono un amante della ginnastica dell’obbedienza, del "fantomatico" diritto di voto. Votare assomiglia a quell’ora d’aria che ti concedono in galera prima di tornare dietro le sbarre. Non sono parole mie, ma di Fabrizio De André, che prima di molti altri suoi coetanei capì i guasti della democrazia e li musicò. Come lui e più di lui, qualche anno dopo, ci pensò Giorgio Gaber a menar fendenti al sistema. Astenersi val più che votare “il meno peggio”. Cosicché la mia speranza è che, stasera, quello del “non voto” (astenuti, schede bianche e schede nulle) possa confermarsi il primo partito, come mostrato da tutti i sondaggi degli ultimi mesi.

Dire ai politicanti “non in mio nome” è tutt’altro che sentirsi smarriti, è una nuova modalità di orientamento politicoÈ l’emergere di una originale, e vera, forma di “lotta di classe”, quella che oppone noi, produttori di ricchezza (operai del settore privato, impiegati, liberi professionisti, imprenditori), a loro, predatori e consumatori di ricchezza (dipendenti pubblici e dello Stato, boiardi e politici di ogni ordine e grado). Oppone chi è costretto a pagare le tasse e chi le tasse le malversa per i propri interessi clientelari. L’astensione è una forma di delegittimazione dello Stato e della casta, è il segnale forte dell’acuirsi dello scontro fra la classe politica e la maggioranza della popolazione, fra coloro che hanno occupato (con ogni mezzo, compresa la legge elettorale) gli spazi della società civile e la gente “normale”.
È soprattutto per una questione di libertà, nonché etica e morale, che si disertano le urne. In punta di diritto naturale, il voto è un atto illegittimo in quanto contribuisce ad affermare il dominio di alcuni uomini (politici e burocrati, ergo parassiti) su tutti gli altri. E non di rado accade che siano persino delle minoranze ad imporre la loro “dittatura democratica”. A chi sostiene che il voto è sinonimo di democrazia (dal greco, potere del popolo) val la pena ricordare che nel 1921, grazie al voto, in Italia ha preso il potere un tal Benito Mussolini e in Germania, nel 1933, uno squilibrato che di nome faceva Adolf Hitler. In Grecia, il partito neo-nazista è entrato in parlamento ottenendo il 6% di suffragi. Paradossale no? Macché, è il voto bellezza! Le dittature non sempre nascono da cruenti colpi di Stato, ma da democraticissime votazioni.
Tutta colpa della sovranità, che anziché risiedere laddove è la sua sede naturale, l’individuo, la si attribuisce ad un ectoplasma tendenzialmente criminale che chiamiamo Stato. Ecco allora che “la morale dei singoli individui, i loro desideri, le loro passioni e aspirazioni diventano poco meno di briciole di fronte a un ‘Leviatano’ la cui legittimità risale a investiture divine o a concetti astratti quali il bene di tutti”. Scriveva Ralph Waldo Emerson: “Gli uomini onesti non devono obbedire a leggi troppo cattive”.  Astenersi significa dare un segnale in tal senso.
Lysander Spooner, ottocentesco anarchico individualista americano, sosteneva che “un uomo non cessa di essere schavo perché gli si permette di scegliere il padrone ogni quattro anni”. Ergo astenendovi non potranno accusarvi di aver mandato qualche peripatetica in Parlamento.
Infine, una banale curiosità: statisticamente parlando, è molto più probabile che vi accada qualche disgrazia mentre andate al seggio piuttosto che il vostro singolo voto conti qualcosa e determini qualche cambiamento. Non si tratta di un’elucubrazione, ma delle conseguenze della statistica. Meditate, il vero voto inutile è il voto stesso.