Le sole leggi del potere buono sono quelle del libero scambio (Il Giornale)

di Redazione, del 13 maggio 2013

Da Il Giornale - 11 maggio 2013

Un importante e originale libro di Infantino che parte dalle teorie di Mises e Hayek. Senza sposarle del tutto

La condizione di scarsità accomuna tutti gli uomini. E li spinge a interagire o, più esattamente, a cooperare. Se la cooperazione non fosse possibile non ci sarebbe alcuna società (...). Non possiamo quindi rinunziare all'attività cooperativa. Ma nello stesso tempo confliggiamo con gli altri, nel tentativo di migliorare l'esito della cooperazione e conseguire una più vantaggiosa collocazione sociale. Ciò significa che la condizione di scarsità porta gli uomini alla cooperazione; e significa pure che li porta a confliggere». Questo è il punto di partenza del libro di Lorenzo Infantino: Potere. La dimensione politica dell'azione umana (Rubbettino, pagg. 321, euro 19). Dunque, gli esseri umani sono condannati a cooperare e, allo stesso tempo, a lottare fra loro. Cooperazione e conflitto sono due facce della stessa medaglia della condizione umana.

Nessuno può raggiungere i propri fini senza la cooperazione altrui. Tuttavia, siamo destinati a confliggere con le persone con cui cooperiamo, perché tendiamo naturalmente a migliorare la nostra posizione.

La cooperazione avviene con ogni forma di scambio, in particolare quello economico; ma poiché lo scambio avviene fra individui diversi – per competenza, bravura, fortuna – sorge una inevitabile situazione di disuguaglianza, da cui scaturisce un rapporto di forza. Ed ecco la insopprimibile dimensione politica dell' azione umana. Dunque, dove c'è società, c'è potere: può essere limitato o illimitato, ma non c' è alternativa alla sua esistenza.

Se la soluzione del problema economico è lasciata alla libera e spontanea cooperazione fra individui e gruppi, regolata dalle norme del diritto, si ottiene una mobilitazione delle conoscenze e delle risorse disperse all'interno della società. La libertà individuale di scelta rende possibile la competizione, minimizza il potere generato dalle relazioni fra individui,

e assegna al potere pubblico una funzione limitata. È questa la dimensione propria - e realistica - della concezione liberale della società. Se invece la soluzione del problema economico è affidata all'autorità pubblica, si ottiene l'effetto inverso.

Dal governo della legge si passa al governo degli uomini, la cui estrema espressione è il totalitarismo. Il fine sarebbe cancellare la dimensione privata dell'agire ed estinguere ogni conflitto fra gli individui. Ma l'idea di riplasmare la società, sogno perverso che va da Platone a Marx ( come mise in rilievo Karl Popper), realizza il primato degli apparati politici e un opprimente dominio dell'uomo sull'uomo. L'interventismo del potere genera il declino economico sociale perché impedisce quel libero processo di combinazioni e di mutamenti all'interno del quale i singoli attuano fra loro una forma razionale di cooperazione, creando le condizioni di una convivenza sempre più civile. E produce fenomeni degenerativi di decadenza morale, dal momento che allenta la possibilità di controllare i governanti. L'importante libro di Infantino, che si pone criticamente sulla linea teorica di Bernard de Mandeville, John Locke, David Hume Adam Smith, Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville, Ludwig von Mises, Carl Menger e Friedrich Hayek, respinge sia la versione liberista o libertaria, secondo cui tutto deve essere assorbito dalla logica economica (ad esempio l'ottimismo di Murray Rothbard), sia la concezione puramente politica, secondo cui tutto deve essere demandato ad un potere trascendente (ad esempio il catastrofismo di Carl Schmitt). Respinge anche il pessimismo antropologico di Vilfredo Pareto - al quale dedica un importante capitolo -, consistente nell' indicare una via machiavellica all'azione politica.

Di Giampietro Berti