La svolta socialista (Il Foglio)

di Redazione, del 14 maggio 2013

Da Il Foglio - 14 maggio 2013


"Decisionalità nel sociale" era ciò che desideravano gli italiani nel 1979 secondo il rapporto Demoskopea del compianto sociologo Giampaolo Fabris. Ai politici era richiesto "carisma" prima di tutto, questa la novità del tempo, e in generale "un'energia per contrapporsi all'immobilismo: un leader che decida, che non sia compromesso e paralizzato dai continui patteggiamenti, che abbia grinta e determinazione". Alla luce di ciò, il Congresso del Psi del 1981 a Palermo assume un significato maggiore della semplice riconferma di Craxi nel ruolo di segretario: "L'assemblea in terra siciliana – scrive Spiri - segna una tappa fondamentale nel processo di concentrazione e di personalizzazione del potere".

Per comprendere questa "svolta", destinata presto a non essere esclusivamente "socialista", è preziosa la ricostruzione storica di una "breve ma intensa fase della secolare vicenda del Partito socialista", quella che inizia nel 1976 con il Comitato centrale del Midas e finisce proprio a Palermo. L'affermazione della leadership di Craxi affonda le radici in un momento difficile per il Psi: da una parte il referendum sul divorzio (maggio 1974), con la netta vittoria del "no" all'abrogazione della legge Baslini-Fortuna, aveva rinfocolato i sostenitori della possibilità di un' “alternativa” al governo di compromesso con la Dc; dall'altra le elezioni del 1976, con il Psi al minimo storico dei consensi (9,6 per cento), diedero il colpo finale alla segreteria di Francesco De Martino. Come sintetizzò l'allora giovane vicesegretario Craxi, in un suo appunto finora inedito, "con la proposizione, mai più al governo senza il Pci' ci siamo messi sulle spalle il peso della non risolta questione comunista, e questo peso ci ha schiacciato". Nel luglio 1976, al Midas, Craxi fu eletto segretario su impulso di Giacomo Mancini e nella convinzione diffusa che la segreteria "autonomista" sarebbe stata di transizione e malleabile. Nulla di più errato. Con un abile gioco di alleanze interne variabili, Craxi cominciò quasi subito ad affrancarsi dalla tutela del leader socialista calabrese, poi si scontrò con il demartiniano Enrico Manca e con il lombardiano Claudio Signorile, fino a diventare dominus indiscusso nel partito. Spiri ricostruisce gli scontri interni, ma spiega anche come il partito riuscì, sul fronte esterno, a fuggire in quegli anni il ruolo marginale al quale sembrava condannarlo la ricerca di un dialogo diretto tra Dc e Pci. Ciò avvenne in buona parte grazie al "doppio binario, ideologico ed organizzativo", su cui il nuovo gruppo dirigente decise di muoversi "per ridare slancio e rilievo alla forza socialista". Innanzitutto si realizzò l’“aggiornamento del patrimonio ideale e politico”, lo sdoganamento del "riformismo" con il contributo degli intellettuali di Mondoperaio, e l'assalto polemico all'ideologia marxista-leninista del Pci. In secondo luogo, davanti ai rapidi mutamenti sociali, "il Psi di Craxi è il più sollecito a cogliere i segnali della modernità che avanza", smettendo "la complessa struttura burocratico piramidale, tipica del vecchio modello del partito di integrazione di massa risalente al XIX secolo". Certo, alla fine il "partito aperto" delineato da Craxi non si realizzò e l'innovazione organizzativa del Psi coincise in buona parte con la leadership personalizzata del segretario. Ma in fondo anche "la crescita generalizzata della leadership" - come dimostrato dalle parabole di leader europei contemporanei (Thatcher, Mitterrand, Schmidt, Gonzalez tra gli altri) studiate in un altro volume Rubbettino che di questo costituisce perfetto pendant (“Culture politiche e leadership nell'Europa degli anni Ottanta", a cura di Giovanni Orsina) - fu fenomeno pienamente europeo, che riuscì a intercettare istanze modernizzatrici e individualiste della società del tempo.