La rovina delle nazioni

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Collana: Varia
2015
Rubbettino Editore, Economia e Finanza, Problemi e processi economici
isbn: 9788849848267
Cartaceo disponibile

Prima parte
Conviene, al modo dei primi economisti, guardare alle società umane come divise tra un settore produttivo che genera beni ma li consuma solo in parte, ed un settore improduttivo, costituito in primo luogo dalle classi alte, che riceve il surplus di beni generato dai produttori. Il punto è che, se si realizzano certe condizioni politico-ideologiche, tale settore improduttivo può innalzare i suoi consumi fino a livelli eccessivi: che lasciano al settore produttivo meno risorse di quelle che occorrono perché conservi la sua dimensione. Se una tale situazione continua abbastanza a lungo, il settore produttivo viene progressivamente distrutto e l’intera società finisce nella più completa rovina. Questa “sindrome autodistruttiva”, la cui logica finora era stata intravista solo in modo parziale o in osservazioni incidentali, viene qui analizzata esaminando cinque casi storici finora controversi, ma che adesso diventano assai meglio comprensibili: • La caduta dell’impero romano • Il crollo, verso il 1200 a.C., di alcune civiltà del Vicino Oriente, in particolare, del regno degli Ittiti. • La contemporanea scomparsa della civiltà greco-micenea. • L’abbandono delle città Maya avvenuto nel nono secolo della nostra era. • La grande crisi dell’Europa meridionale nel Seicento, che porta l’Italia, che era il paese più ricco del continente, a divenire uno dei più poveri.
Seconda parte
L’ultimo di questi casi mette in evidenza una netta divergenza tra il meridione dell’Europa, dove Italia e Spagna impoveriscono gravemente, e il suo settentrione, in cui Olanda e Inghilterra invece progrediscono… fino alla rivoluzione industriale inglese dell’Ottocento che cambierà la faccia del continente e del pianeta. Tale divergenza è molto chiaramente connessa alla differenza caratteriale tra popolazioni, come l’italiana e spagnola, suscettibili alle ideologie nobiliari e in cui una sindrome autodistruttiva può svilupparsi, e quelle, come l’inglese e olandese, “inerentemente egualitarie” e che ne vanno immuni. Ma da dove provengono queste cruciali differenze di carattere tra popoli? Fino a inizio Novecento era abituale attribuirle ad una loro “natura” diversa e stabile nel tempo. Di recente però si è affermata la concezione, che su certuni ha forza di fede, che esse invece sono causate unicamente da fattori storici e culturali contingenti. Il che permette di sognare che, nonostante inerzie e contrattempi, tutti i popoli del globo in futuro potranno convergere felicemente sugli stessi valori morali e su analoghe istituzioni “democratiche”. Ora, uno studio spassionato della storia mostra che le differenze tra i caratteri-tipo delle popolazioni hanno una durata lunghissima: anche plurimillenaria. Questo fa a pugni con l’interpretazione oggi in auge e dà ragione a quella tradizionale, nella quale adesso si può sostituire l’idea intuitiva di natura di una popolazione con quella del suo corredo genetico. Una tale interpretazione “genetico-caratteriale” dei fatti è l’unica coerente con la logica della selezione naturale, e consente di rendere comprensibili caratteristiche e somiglianze/diversità importanti tra società passate e contemporanee che diversamente resterebbero inesplicabili