La magistraura italiana è politicizzata (lavocedilucca.it)

di Redazione, del 24 ottobre 2018

Metamorfosi del giudice

Riflessioni su giustizia e potere

Per alcuni autori, la politicizzazione della Magistratura in Italia è esplicita, conseguenza della peculiare formazione dell’ordinamento giudiziario italiano nel dopoguerra e più accentuata rispetto a quella che si può riscontrare in tutti gli altri paesi occidentali democratici. Essa è resa evidente da molteplici fattori: la lottizzazione politica del Consiglio Superiore della Magistratura, organo costituzionale di autocontrollo della Magistratura, che avrebbe subito il condizionamento delle correnti politiche; l’associazionismo esasperato dei magistrati, con la presenza di diverse e incisive correnti politiche all’interno dell’Associazione Nazionale dei Magistrati (ANM); l’abitudine di taluni magistrati di esternare le proprie convinzioni politiche attraverso la loro adesione o partecipazione a partiti e a manifestazioni politiche; le dichiarazioni ai media e l’intervento diretto sulle attività di Governo e Parlamento, soprattutto in merito alla formazione delle leggi che li riguarderebbero. Da qui la denuncia di uno “strapotere” della Magistratura italiana, che impedirebbe pertanto qualsiasi tentativo di riforma della medesima.

L’associazionismo e le correnti politiche nella Magistratura

Tra i fattori considerati più indicativi del problema della politicizzazione della Magistratura in Italia, vi è l’associazionismo esasperato dei magistrati, o più precisamente la formazione di diverse correnti politiche all’interno del suo organismo rappresentante, l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM). Tale fenomeno rappresenta una peculiarità italiana. La “politicizzazione” dell’ANM si è rilevata, inoltre, elemento fortemente condizionante i criteri di elezione dell’organo costituzionale a capo del potere giudiziario, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Tale peculiarità viene denunciata da giuristi e accademici e anche da taluni magistrati. Secondo Carlo Guarnieri, docente di Sistema Politico Italiano e Sistemi Giudiziari Comparati presso l’Università di Bologna, autore della voce Magistratura sull’Enciclopedia delle Scienze Sociali on line Treccani, il fenomeno dell’eccessiva presenza di correnti politiche dentro alla Magistratura nasce nel 1975 e ha comportato da allora come principale conseguenza una “lottizzazione” del Consiglio Superiore della Magistratura: “Un altro fatto che ha caratterizzato in questi ultimi anni la vita della Magistratura italiana è lo sviluppo e la crescente importanza all’interno della Magistratura italiana delle ‘correnti’, cioè di gruppi organizzati di magistrati. Si tratta di un fenomeno presente anche in altre magistrature di civil law, come Francia e Spagna, ma che in Italia ha acquistato un rilievo maggiore a causa soprattutto del ruolo che tali correnti svolgono in un organo decisionale di rilievo come il CSM. È stata soprattutto l’introduzione, nel 1975, della proporzionale con scrutinio di lista per l’elezione della componente togata ad esaltarne il ruolo: a partire dal 1976, tutti i magistrati sono stati eletti al CSM in rappresentanza di questa o quella corrente. Anzi, a partire da quella data, il Consiglio è diventato l'istituzione dove tutte le principali correnti sono rappresentate in base alla loro forza elettorale. Non è quindi esagerato affermare che in questo periodo la gestione del personale giudiziario è stata affidata alle correnti che l'hanno esercitata insieme ai rappresentanti dei partiti eletti dal Parlamento”.

La “politicizzazione” della Magistratura, oltre ad aver comportato la lottizzazione dell’organo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, provoca come conseguenza più generale un pericoloso meccanismo retto da un connubio di protagonismo e cooptazione, che finisce inevitabilmente per continuare ad alimentare la vocazione politica della Magistratura.

Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera, nel suo articolo Magistratura e correnti fra ideologia e corporativismo, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 24 settembre 2013, sostiene: “L’Associazione Nazionale Magistrati è un sindacato. Può essere utile al Parlamento e al Governo quando i due organi dello Stato devono prendere decisioni sulle condizioni di vita e di lavoro di coloro che appartengono all’ordine giudiziario. Ma ha l’effetto di ridurre i magistrati a categoria professionale: uno status che intacca, a mio avviso, la loro autorità e dignità. Quanto alle correnti dell’ANM, credo che la loro esistenza sia dovuta a una legge del 1975 sulla elezione dei membri togati del Consiglio Superiore. Mentre una legge precedente prevedeva un sistema sostanzialmente maggioritario, quella del 1975 introduceva il proporzionale e incoraggiava in tal modo la presentazione di liste concorrenti. Abbiamo assistito così al rafforzamento di gruppi che proclamavano la loro identità proponendo concetti diversi dello Stato e del ruolo che la Magistratura avrebbe dovuto svolgere nella vita pubblica del paese. Avevano programmi ideologici che lasciavano trapelare una pericolosa contiguità con alcuni partiti politici e che minacciavano di trasformare il Consiglio Superiore in una sorta di Parlamento. Nella realtà quotidiana, inoltre, la corrente è diventata ancora più sindacato di quanto non fosse l’Associazione Nazionale. [[[]]…[]] Associazioni e correnti che aspirano a occupare e a contendersi una parte dello spazio pubblico sono inevitabilmente destinate a prendere posizioni, assumere atteggiamenti, sconfinare in altri territori, offrire il fianco ad accuse, rispondere polemicamente alle critiche di cui sono oggetto, difendere i loro soci anche quando non meritano di essere difesi. Hanno fatto scendere i magistrati dal gradino su cui la cui la Costituzione li aveva collocati. Hanno forse difeso i loro interessi, ma non hanno giovato alla loro immagine e alla loro autorevolezza”.

Luciano Violante, ex presidente della Camera dei Deputati, nella sua monografia Magistrati (Einaudi, 2009), chiarisce che le correnti, “con il tempo, si sono trasformate da luoghi di discussione e approfondimento in ben oleate macchine di potere interno. Basti considerare che, prima o poi, tutti i capi delle correnti sono eletti al CSM. La conseguenza è che oggi, come denunciano molti magistrati, chi non appartenga a una corrente o non sia protetto da un partito, difficilmente arriva a ricoprire incarichi rilevanti. In pratica e spiace dirlo, bisogna difendere l’indipendenza dei magistrati dalle correnti dell’ANM, e bisogna trovare il modo di superare quel corporativismo che i Costituenti speravano di avere eluso stabilendo che un terzo del componenti fosse eletto dal Parlamento”.

In occasione del dibattito sulla riduzione delle ferie dei magistrati (parte della riforma del sistema di giustizia italiano in corso), Matteo Renzi, presidente del Consiglio, ha risposto alle contestazioni dei magistrati con un intervento riportato nell’articolo Giustizia, scontro aperto tra Renzi e i magistrati, pubblicato su “La Stampa” il 25 gennaio 2015: “Accusarci di voler far ‘crepare’ i magistrati per una settimana di ferie in meno significa che hanno un disegno o più semplicemente che hanno perso il contatto con gli italiani che lavorano. [[[]]…[]] Bisogna valorizzare i giudici bravi, dicendo basta allo strapotere delle correnti che oggi sono più forti in Magistratura che non nei partiti”.

L’eccesso di potere e il protagonismo

Chi considera la Magistratura italiana “politicizzata”, ne denuncia anche una sorta di “strapotere” tale da sottrarla a qualsiasi forma di controllo e da renderla organismo in grado di operare fuori dalle proprie specifiche funzioni e di condizionare l’attività degli altri due poteri, quello esecutivo e quello legislativo. È l’opinione di Domenico Marafioti, giurista e avvocato, che nella sua monografia Metamorfosi del Giudice (Rubettino, 2004), sostiene: “Più che un rischio [[[]]lo strapotere della Magistratura, (NdR)[]], è ormai una realtà incombente del nostro sistema, segno della confusione estrema dei ruoli e delle sue funzioni. La Magistratura interviene non solo su problemi di stretto ordinamento giudiziario, ma sui problemi dello Stato, circa i rapporti tra i poteri, il ruolo del giudice e quello del Pubblico Ministero, il potere dei capi d’ufficio, le competenze dell’organo di autogoverno. Nessuno pensa di porre limiti alla libertà di discussione e di espressione in seno alla Magistratura. Ma cosa ben diversa è la discesa in campo del magistrato, nel folto della mischia, con un presenzialismo sospetto di pattuglie di oltranzisti, che agiscono da vere e proprie oligarchie, menando la danza dell’intero corpo giudiziario, consenziente o inerte” (Domenico Marafioti, Metamorfosi del Giudice, cit., p. 6).
In una lettera scritta a Enrico Letta durante il suo esecutivo e riportata in parte nell’articolo Brunetta scrive a Letta: “Magistratura è politicizzata, dille di smettere”, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 20 settembre 2013, Renato Brunetta, esponente di Forza Italia, evidenzia come “numerose sentenze della Corte europea dei Diritti dell’Uomo stabiliscono l’esistenza di una violazione commessa dallo Stato italiano contro il diritto a un giusto processo. Studiosi non certo berlusconiani affermano: non c’è solo la lentezza dei processi, ma la politicizzazione della Magistratura, in particolare delle grandi sedi di Milano, Roma, Napoli e Palermo a far emergere figure di magistrati caratterizzate ‘da un mix di impunità, mediatizzazione estrema e politicizzazione senza simili nel mondo occidentale, visibilità mediatica e personalizzazione. Ripeto: impunità, mediatizzazione, politicizzazione senza simili nel mondo occidentale! Altro che Stato di diritto”.