La libertà come filosofia di vita: intervista a Corrado Ocone (Diacritica)

di Francesco Postorino, del 27 giugno 2016

Da Diacritica di aprile

In occasione della pubblicazione del suo ultimo libro (Il liberalismo nel Novecento. Da Croce a Berlin, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2016, pp. 267, euro 18,00), abbiamo intervistato Corrado Ocone, studioso del pensiero liberale e del neoidealismo italiano. Saggista prolifico e collaboratore di vari organi di stampa nazionali, Ocone si riconosce nel pensiero di Benedetto Croce. Tra i suoi volumi: Benedetto Croce. Il liberalismo come concezione della vita (Rubbettino 2005); La libertà e i suoi limiti. Antologia del pensiero liberale da Filangeri a Bobbio (con Nadia Urbinati, Roma-Bari, Laterza, 2006); Liberalismo senza teoria (Rubbettino 2013).
In un saggio contenuto nel numero di febbraio di «Diacritica», nella voce Liberalismo per il Lessico crociano (curato da Rosalia Peluso, con la supervisione di Renata Viti Cavaliere, Napoli, Scuola di Pitagora editrice, 2013-2016) e nella sua ultima fatica definisce il «primo Croce» un filosofo liberale. La gran parte degli studiosi la pensa, però, diversamente.
Solitamente si dice che Croce sia diventato liberale in età avanzata, cioè allorquando il fascismo, negli anni fra il 1923 e il 1925, si è consolidato e si è presentato come un regime chiaramente autoritario. Non credo che le cose siano propriamente così, anche se è indubbio che è stato in quel momento che è sorto per Croce il problema di definire quello che prima, per sua stessa ammissione, era un liberalismo inconsapevole, vissuto in maniera quasi istintuale alla maniera dei vecchi patrioti napoletani. È così che Croce ha cominciato a parlare di liberalismo e a concepire il "sistema" di pensiero che era andato fino ad allora elaborando come una liberale «concezione del mondo e della realtà». Ma mi chiedo: cosa è il "sistema" filosofico messo in piedi nei primi anni del nuovo secolo se non una teoria generale della creatività e della libertà umane? Quella di Croce può essere definita anche una "filosofia della vita": lo è, in un certo senso. Basti pensare alla lotta contro le regole estetiche e grammaticali, contro la legge come norma da ridurre alla volontà, contro le ideologie pratiche della politica e dell'economia, contro ogni forma di morale eteronoma, contro la metafisica classica e la nuova positivistica. E non è sintomatico che, dopo aver costruito il suo "sistema", egli, nell'ultima pagina, ne certifichi la limitatezza e caducità, l'essere nulla più che una provvisoria "sistemazione", che la Vita, che non è mai definitiva, provvederà prima o poi a mettere in crisi, rompendo gli argini e ridefinendo le forme in cui essa ogni volta si esprime? Anche se non c'è il termine di liberalismo, non si può negare che, nel "primo Croce", ci sia la cosa stessa. Senza contare che la "filosofia dei distinti", come ha sottolineato Nicola Matteucci, è una chiara affermazione di pluralismo liberale. Inoltre, già in questa prima fase del suo pensiero, sono da Croce sostenuti, fortemente espressi e argomentati due principi fondamentali che si ritroveranno in tutti i grandi maestri liberali del secolo: la critica al Positivismo e al Determinismo (Scientism); la messa in scacco di ogni pretesa di "filosofia della storia" (Historism).
Il punto veramente originale del suo lavoro risiede, a mio avviso, nel tentativo di far interloquire il paradigma crociano con gli indirizzi «politici» (in senso lato) di alcuni fra i maggiori interpreti del liberalismo europeo (Karl Popper, Friedrich von Hayek e Isaiah Berlin).
Vorrei sgombrare subito un equivoco: Croce, Oakeshott, Popper, Hayek, Berlin, e anche Leoni e Collingwood, i maestri del pensiero liberale che sono i protagonisti del mio libro, sono autori che non è assolutamente possibile mettere a confronto senza tenere in debito conto il fatto che essi fanno riferimento a tradizioni, universi lessicali e concettuali, interessi molto diversi e spesso non raffrontabili. E, infatti, lungi da me istituire paragoni. Tutti questi autori non ho fatto altro che metterli in tensione, diciamo così. O, meglio, ho messo in tensione il pensiero di Croce, che è sempre il mio riferimento di base, con quello di tutti gli altri. Ciò che ne è venuto fuori, al di là delle differenze specifiche, è proprio il doppio elemento che li accomuna, cioè, appunto, la critica a Scientism e Historism che, in diversi modi, essi compiono.
Un ulteriore elemento che accomuna, poi, Croce e Oakeshott (e in altri modi forse anche Collingwood) è la via "idealistica" con cui essi giungono a formulare la doppia critica. Questo, in concreto, significa che in loro la critica alla "filosofia della storia", ad ogni forma di olismo o costruttivismo, poggia su basi filosofiche: non essendoci nel loro pensiero una distinzione ontologica fra io e mondo, non potendosi per loro dare nessun "presupposto oggettivante", non è possibile concepire nemmeno un passaggio diretto dalla teoria alla prassi, dal pensiero all'azione. Ciò mette in scacco ogni filosofia particolare, ad esempio la filosofia pratica o quella politica. E, in conseguenza, mette in discussione anche il ruolo privilegiato che il filosofo e la filosofia si sono da sempre assegnati. Il mio libro vuole essere anche una critica del ruolo dell'intellettuale nella nostra società. Ripropone la distinzione humeana fra fatti e valori e anche, in qualche modo, il concetto weberiano-aroniano dell'avalutatività della scienza.
Fa riferimento ad una «solidarietà intellettuale» fra Popper e Hayek. Il primo, tuttavia, nella prefazione all'edizione italiana di Miseria dello storicismo, scrive che aderirebbe persino ad un modello di economia centralmente pianificata se solo riuscisse a promuovere una società più «giusta» e dunque più «umana». Siamo un po' lontani dalle ricette di Hayek.
Proprio in virtù di quanto ho detto precedentemente, inviterei un po' a depoliticizzare il nostro approccio a questi autori. Non credo che si possa prendere una frase di Popper scritta in tarda età, quando, per dirne solo una, era arrivato persino a teorizzare la censura sui prodotti televisivi (sic!), e giocarla contro il suo amico e sodale di una vita (che fra l'altro lo aveva chiamato alla London School of Economics). Era probabilmente un ragionamento per assurdo, o semplicemente un errore, quello di Popper.
Lei accoglie ad oltranza l'ideologia del libero mercato e riconosce nel «non possiamo non dirci cristiani» – enunciato da Croce nel '42 – la linfa vitale del liberalismo moderno. L'orizzonte «metapolitico» non rischia, così, di sgretolarsi in favore di un unico linguaggio culturale, peraltro dai toni muscolari? Non è pericoloso, in un'epoca delicata come la nostra?
Sinceramente non ho capito la domanda. Affermare che il libero mercato sia un'ideologia mi sembra un soggiacere in modo irriflesso alla vulgata dominante, così come parlare di un "linguaggio unico" e "muscolare". Quello che è certo è che gli autori di cui mi occupo, Hayek in testa, erano prima di tutto degli umanisti, credevano nei valori della nostra civiltà liberale e cristiana. E credo che sia proprio questo, nella sua semplicità, ciò che oggi ci manca. Guardi, io ho sempre detto e scritto, nel passato, che Croce era un autore noto ma non conosciuto: che perciò, prima di difendere o criticare le sue posizioni, è necessario studiarlo e conoscerlo. Ora, avendo letto e riletto con sistematicità Hayek per scrivere questo ultimo mio libro, mi son reso conto che anche Hayek ha subito la stessa sorte di Croce: è noto e facilmente criticato in base a stereotipi e luoghi comuni, ma non è adeguatamente conosciuto. Ovviamente, Hayek, come ogni altro autore, può anche essere criticato, come ho fatto io nel mio libro (non a caso su alcuni punti poco considerati, perché poco spendibili politicamente), ma va prima di tutto conosciuto e letto con l'onestà intellettuale dello studioso. Mi chiedo: quanti parlano del pensatore austriaco come un dogmatico astratto, o come il fautore di un "pensiero unico" o di un'ideologia lo hanno effettivamente letto?
Qual è la sua opinione su John Rawls, Carlo Rosselli, Ronald Dworkin, Norberto Bobbio e in generale, fatte le debite differenze storiche e teoretiche, sull'altro volto del liberalismo?
L'ho detto chiaramente nel mio libro: Rawls è un costruttivista e un difensore (per sua stessa ammissione) della metafisica classica, ergo non è un liberale. Così come liberale non può essere considerato il dirittismo normativistico di Dworkin. Su Rosselli e Bobbio il discorso è complesso: nel loro pensiero ci sono, a mio avviso, indubbi elementi liberali, ma anche elementi che non sono tali. In ogni caso, Bobbio è stato un grande studioso e chiarificatore di concetti, e per questo soprattutto rimane nelle nostre biblioteche e, a me che l'ho conosciuto e frequentato personalmente, nel cuore. Ripeto: depoliticizziamo un po' il dibattito culturale. E superiamo anche un po' i sentieri già tracciati. Parlare, come lei fa, dell'"altro versante" del liberalismo significa richiamare quella distinzione fra "liberalismo di destra" e "di sinistra" che a me non interessa né appassiona proprio più.
Nel suo volume La libertà e i suoi limiti del 2006, curato con Nadia Urbinati, scrive nella premessa: «Gli autori che preferiamo sono quelli che ritengono che solo il principio dell'eguaglianza può garantire una effettiva e concreta libertà [...] L'esito di una società non egualitaria è nefasto per la libertà perché favorisce la nascita di privilegi [...] Sono necessarie misure politiche di regolamentazione della distribuzione della ricchezza che permettano di mantenere, almeno tendenzialmente, una condizione di equilibrio fra chi ha più e chi ha meno». Cosa le ha fatto cambiare idea?
La ringrazio della domanda, perché mi permette di chiarire il fatto che, indipendentemente dal libro scritto a quattro mani con la Urbinati, negli ultimi anni il mio pensiero, diciamo così, ha subìto una svolta. Avvicinandosi ancora di più a certe idee su cui Croce non si è stancato mai di insistere, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, quando molti suoi allievi spirituali furono come ammaliati dalle sirene dell'azionismo e addirittura del comunismo. Un altro dei messaggi del mio ultimo libro è che bisogna prendere molto sul serio il Croce che insiste sulla non commistione del valore della libertà con i principi di giustizia e umanità (che fra l'altro hanno sempre suonato alle sue orecchie come ipocriti o "alcinescamente" seducenti); il Croce che definisce il liberalsocialismo un inconsistente "ircocervo"; quello che arriva a definire il comunismo come l'Anticristo. Ciò che soprattutto ha contribuito al crollo di alcune mie certezze è stata la critica ragionata che a un certo punto ho fatto a quella sorta di meccanicismo che mi portava a vedere lo Stato anche come un riequilibratore di ultima istanza e un patrocinatore di "pari opportunità". Un concetto, quello delle "pari opportunità", che oggi reputo astratto. E che soprattutto non tiene conto di quell'altro fondamentale aspetto che connota il liberalismo di Croce e anche di Einaudi: l'insistenza sulla lotta, sul conflitto; l'idea del liberalismo come tensione continua e mai riducibile.
In Liberalismo senza teoria del 2013, e in modo più esplicito in certi suoi articoli, lascia intendere che la cultura immanentistica, legata ai principi del crocianesimo, può soffocare sia la «morte di Dio» (il postmoderno) sia l'ingenua esteriorizzazione del fatto (il nuovo realismo). Al di là della sua adesione alla tradizione storicistica europea, quali sono gli elementi di novità del suo liberalismo «senza teoria»?
"Liberalismo senza teoria" non è il liberalismo senza pensiero: è without theory, non without thought. È, in concreto, il liberalismo che non fa riferimento a quel modello "applicativo" della "teoria" alla prassi che è proprio, come abbiamo detto, della "filosofia della storia" e della metafisica classica. L'idea del titolo mi è venuta da un passo crociano: quando il filosofo dice, in Contributo alla critica di me stesso, che «la perfezione di un filosofare sta nell'aver superato la forma provvisoria dell'astratta 'teoria', e nel pensare la filosofia dei fatti particolari, narrando la storia, la 'storia pensata'». Ma questo non diciamolo a Renzi, sennò dice che lo storytelling lo ha inventato il filosofo di Pescasseroli!

di Francesco Postorino

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