La guerra delle arance

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Collana: Problemi aperti
2012, pp 132
Rubbettino Editore, Società e scienze sociali, Sociologia
isbn: 9788849835854
Prefazione di Tonino Perna
Nel gennaio 2010, a Rosarno, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro, si scatena uno scontro feroce tra i migranti stagionali, giunti fin lì per la raccolta delle arance, e la popolazione locale. La narrazione dei cosiddetti “fatti di Rosarno”, da parte della cronaca locale e soprattutto nazionale, ha finito per porre l’attenzione sulla deflagrazione di un annoso razzismo latente dei rosarnesi nei confronti della forza lavoro immigrata che si è trasformato in una sorta di vera e propria guerriglia urbana. Come spesso succede, però, fenomeni come questi, sono solo la punta dell’iceberg di dinamiche ben più complesse e articolate che richiedono una profonda capacità di analisi che i media non posso offrire. “La guerra delle arance” di Rosarno rappresenta un eccezionale caso di studio che ci permette di entrare in contatto con una realtà che tiene insieme elementi dell’agricoltura capitalistica, di quella imprenditoriale e di quella contadina, oltre a interessanti esperienze di ricontadinizzazione. L’obiettivo di questo lavoro è stato quello di ricostruire la filiera della produzione delle arance nella piana di Gioia Tauro-Rosarno rispetto all’evolversi del mercato mondiale e delle politiche della Pac (Politica agricolacomunitaria). La produzione delle arance a Rosarno ha una lunga storia alle spalle dove s’intrecciano i dictat della grande distribuzione con la politica dei sussidi della Ue ed il ruolo della politica regionale. Una storia esemplare per comprendere come si è potuto distruggere una grande risorsa e cercare di invertire la rotta della marginalità e dello sfruttamento delle fasce più deboli della forza-lavoro e dell’imprenditoria locale. La “guerra delle arance“, al di là della cronaca e della storia locale, ha fatto esplodere contraddizioni che troviamo in altre parti del nostro Mezzogiorno (dalla piana di Siracusa a Nardò all’agronocerino,ecc.) e che ci interrogano sul futuro della agricoltura meridionale. Alcuni segnali positivi che sono emersi nella ricerca sul campo ci fanno ritenere non utopistica una svolta positiva per una parte dell’agricoltura meridionale, che si fonda su un migliore rapporto di scambio tra produttori e consumatori e tra nord e sud d’Italia.