La cerchia milanese di Ugo La Malfa
Milano 17 novembre 2003

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Collana: Collana del Comitato Nazionale per le celebrazioni del Centenario della nascita di Ugo La Malfa
2004, pp XX+86
Rubbettino Editore, Fuori Catalogo
isbn: 8849808453
Presentazione di Gaetano Afeltra Il 17 novembre 2003 milano ha ricordato il centenario della nascita di Ugo La Malfa con un apposito convegno dedicato a “La cerchia milanese di Ugo La Malfa”, proprio per sottolineare il rapporto, forte e continuo, che con la città lombarda ebbe questo siciliano, nato a Palermo il 16 maggio del 1903. A Milano La Malfa era arrivato per la prima volta nel 1933; era un giovane trentenne, già perseguitato politico, perché legato a Giovanni Amendola, all’Unione Democratica Nazionale e al gruppo del “Mondo”, uno dei primi giornali antifascisti, usciti negli anni ’20. La Malfa portava con sé una lettera indirizzata a Raffaele Mattioli da parte di un amico noto antifascista. Ma quel nome era già nelle orecchie di Mattioli: per prima cosa lo sistemò nell’ufficio studi della Banca Commerciale, dove lavorerà anche Giovanni Malagodi, il futuro leader liberale. Al tempo stesso, attraverso i canali della solidarietà antifascista, La Malfa conobbe Adolfo Tino, un avvocato che proveniva da Avellino, col quale s’intese di primo acchito. Ma Mattioli – oltre all’attività in Commerciale – lo cooptò subito nel suo gruppo culturale e politico (ma anche conviviale), che si riuniva nella casa di via Bigli 15. Durante i lunghi pranzi e i lunghissimi dopocena, l’antifascismo, alimentato anche dalla lettura dei giornali stranieri e dall’ascolto delle radio dei Paesi liberi, riprendeva coraggio e speranza. A quei convegni, a cui si era aggiunto La Malfa, partecipavano: Riccardo Bacchelli, Adolfo Tino, Giovanni Titta Rosa, Antonello Gerbi, Giuseppe Definetti, Federico e Guido Petriccione. Di giorno, dunque, La Malfa lavorava alla Commerciale. Poi, appena aveva qualche attimo di tempo libero, lo dedicava ai rapporti – cauti, nascosti, ma tenaci – coi pochi, che allora erano rimasti decisi a “non mollare”. Era un’attività clandestina, fatta soprattutto di elaborazione di testi scritti, dove si discuteva di quale avrebbe dovuto essere, anzi diventare, “l’altra Italia”, una volta che fosse finalmente caduta la dittatura, nata con la marcia su Roma del 1922. Tant’è vero che spetta a La Malfa e a Tino il merito di aver preparato il documento che provocò il riconoscimento dell’antifascismo da parte degli alleati. Ecco come avvenne: i due erano soliti cenare alle “Colline Pistoiesi” in via Amedei, e a mettersi poi a giocare a scopone con i proprietari della trattoria, Pietro Gori e Idelio Pagni. A un tavolo c’era sempre, a turno, un signore solo. Tutti sapevano chi fosse: un agente dell’Ovra. Era il tempo del motto: “Taci, il nemico ti ascolta”. E Tino e La Malfa tacevano. Le partite duravano a lungo, l’agente si stancava e a un certo punto andava via. Tino e La Malfa uscivano anche loro per ritrovarsi a scrivere quel manifesto ufficiale dell’antifascismo italiano, che fu fatto arrivare nelle mani dell’ambasciatore americano a Lisbona, George Kennan, attraverso il dottor Enrico Cuccia, che l’aveva nascosto nella fodera della giacca, mentre si recava per lavoro nella capitale portoghese. Poi arriverà il 25 luglio con la caduta di Mussolini e la fine del regime. E la mattina dopo, nello studio di Tino in via Monte di Pietà, si riunirà il Comitato dei partiti antifascisti. La Malfa, per sfuggire a un mandato di cattura per attività sovversiva, si era già rifugiato in Svizzera. Andò prima a Lugano (dove incontrerà anche Montanelli), poi a Berna, dove Filippo Caracciolo lo fece passare per insegnante di educazione fisica dei suoi figli, non mancando di inviare ogni mese due o tre articoli per «Italia libera». Egli riuscì a stabilire un rapporto di amicizia con il fratello di Foster Dulles, Allen, ed è facile immaginare quanto ciò contribuì a far intendere agli alleati il vero animo degli italiani. Il documento verrà poi pubblicato il 23 giugno del 1942 dal «New York Times» in prima pagina e diffuso da tutte le radio alleate. Fu questa iniziativa – ormai lo raccontano i libri di storia – che segnerà il riconoscimento ufficiale del movimento di resistenza italiano e la presa di contatto con gli anglo-americani: un po’ come il punto di avvio di quella che si chiamerà la nostra “liberazione”. Sempre a Milano, in precedenza, La Malfa, Tino e Parri, con pochi altri amici “fidatissimi”, avevano fondato il Partito d’azione, dando vita al giornale clandestino «Italia libera». Resta memorabile l’articolo di fondo Chi siamo, scritto a “quattro mani” proprio da La Malfa e da Tino. C’è, già anticipato, il nucleo di tutte le idee-forza, che La Malfa svilupperà più tardi, dall’indomani del 25 aprile del ’45 fino alla scomparsa, il 26 marzo del ’79. Infatti La Malfa non è stato solo uno dei protagonisti della stagione eroica dell’antifascismo e della Resistenza. Trasferitosi definitivamente a Roma, è stato soprattutto uno degli artefici più tenaci e coerenti della faticosa ricostruzione del Paese. Dopo l’esperienza nelle fila del Partito d’azione (“la meteora azionista” la chiamerà il suo amico Riccardo Bauer), egli era in seguito diventato il leader indiscusso del Partito repubblicano; e in questa posizione, è riuscito ad incidere singolarmente sulla nostra vita politica, sia quando ricopriva cariche di governo (dagli anni del centrismo degasperiano, poi nel centro-sinistra, fino al quinto ministero Andreotti), sia quando stava nei banchi dell’opposizione. Un’opposizione “critica”, “costruttiva” – come lui stesso la definiva –, mai aprioristica né preconcetta. Sapeva che in certi ambienti lo chiamavano “Cassandra”, con un misto di commiserazione e di ironia. E viceversa, la sua voce lucidamente ammonitrice aveva avvertito subito alcuni dei pericoli più gravi, che non avrebbero risparmiato il nostro Paese: soprattutto la disgregazione della società italiana, la minaccia di disfacimento dello Stato, e lo spettro del terrorismo, in quegli anni così incombente sulla nostra vita quotidiana. Chi ebbe l’occasione di frequentarlo, ne ricorda il senso di scoramento, talvolta di struggimento, con il quale egli seguiva le vicende del Paese, rendendosi conto con amarezza del vanificarsi delle speranze di un tempo, del fallimento degli sforzi rinnovatori, del processo di disgregazione del tessuto sociale, delle inefficienze della classe politica, soprattutto dagli anni ’60 in poi. Eppure, da autentico patriota come sapeva di essere (anche se credeva indispensabile impegnarsi a costruire un’Europa politica – insieme a De Gasperi, a Einaudi, a Sforza), La Malfa non rinunciò mai a lottare, ad offrire fino all’ultimo il contributo suo e del suo partito per cercare di correggere le distorsioni della società italiana e per eliminare la corruzione e gli sperperi: insomma, per costruire uno Stato finalmente più moderno. In un’epoca troppo spesso dominata da un ottimismo retorico e da una sostanziale inazione politica, egli seppe coltivare il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Anche il suo ultimo atto pubblico – il tentativo, generoso anche se poi fallito, di formare un nuovo governo, proprio poche settimane prima di morire – mostra il suo straordinario senso del dovere civico, insieme alla capacità di rendersi conto dei limiti di una situazione a cui il coraggio dei singoli non può da solo porre rimedio, ma che non esime mai dall’obbligo morale di tentare, fino in fondo, di salvare il salvabile. Ormai lo riconoscono tutti, o quasi. Nella vita pubblica La Malfa era stato capace, come pochi altri, di conquistarsi un’autorità personale. Tanto più alta, perché nella sua coscienza laica si rifletteva qualcosa di genuinamente stoico: compreso l’orgoglio.