La Caria Bizantina: topografia, archeologia ed arte
Con la collaborazione di Franco Giordano, Alessandra Acconci e Jeffrey Featherstone

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Collana: Antiqua et Nova
2005, pp 268
Rubbettino Editore, Fuori Catalogo
isbn: 9788849812008
Il dispiegarsi della cultura è vasto sulla terra caria, quanto lunghe ed irte sono le catene montagnose che si stendono ininterrotte sul mare. Isole, tante, puntellano da vicino o lontano le baie, aperte o ascose che siano, creando una vicissitudine abitativa fra il violento entroterra e l’istinto cario, mercenario, di dislocare, adattandosi a nuove forme di insediamento e relazione. Tale lo scorrere delle città, di queste comunità che mai si sono adagiate in una politica centripeta, quanto piuttosto il loro ricorrere alle leghe, alle “synpolitie”, alle annuali celebrazioni dei loro dei, le rendeva sempre differenziate, cangianti anche in riferimento alla particolare loro geomorfologia. Dai brandelli della lista attica al formulario, quasi istituzionalizzato, della catalogazione di Hierokles nel sesto secolo, qualsiasi lettore vede permanenze e scomparse; costata ancora, durante i quasi nove secoli che separano queste liste, nascita e morte di varie comunità urbane e rurali che hanno così il tempo dei fiori di Cappadocia, scomparsi alla fine d’una stagione. In archeologia questo dispiegamento culturale è reso tangibile dalla coesistenza di un apparato poligonale che sostiene spesso lastre di breccia ellenistiche: ottimo fondamento per l’ulteriore sostegno di strutture di propaganda imperiale che, a loro volta, vanno a reggere il caotico riutilizzo avutosi in tempo cristiano nel foggiare un imponente edificio ecclesiastico. Le stratificazioni riscontrabili in un tempio urbano o in un santuario rurale danno una sintesi di persistenza nella continuità. Non l’unica, certo, ma eloquente è questa sintetica lettura che emerge per questo territorio cario: diventa essa stessa un accordo sintonico con quanto racconta l’evoluzione della città, in se stessa e nel rapporto col suo territorio. La geografia delle pagine che seguono continua quella da me già analizzata relativa al golfo ceramico. Il mare è sempre onnipresente ad ovest, mentre da sud, da nord e da est sono le montagne o gli altipiani a creare confini, labili, invero, giacché non sempre s’è certi dove un territorio urbano termina. Infatti, se si possono immaginare i confini relativi a Bargylia, a Myndus e ad Halicarnassus, città che condividono una stessa penisola, leggermente più aspro è il districarsi fra le montagne a nord e ad est di Mylasa per distanziarla da Alabanda e Stratonikeia. Al lettore deve essere subito detto, tuttavia, che Halicarnassus e Mylasa sono divenute due attivi centri, turistico il primo e chiamato Bodrum, commerciale e patologicamente in espansione il secondo: gli sporadici e minuti scavi di questi due centri non toccano assolutamente il plesso centrale antico che permane sotto il cemento. Bargylia non ha avuto scavi, ma surveys che, tuttavia, non hanno pubblicato quanto di consistente le strutture in superficie indiziavano. Myndus resta negletta e negli ultimi anni sta assurgendo a centro turistico, obliterando lentamente il suo passato. Stratonikeia, invece, benché sotto scavo da varie decadi, non ha mai ricevuto l’onore d’essere riconosciuta, come città cristiana, in una pubblicazione adeguata; anche le sue iscrizioni appaiono come sparute parvenze nel corpus epigrafico proprio e in quello relativo al suo territorio. V’è ancora da premettere che, se questo è lo status delle città, l’evoluzione e l’uso del territorio ad esse relativo – oggi sembra prediligersi il termine “landscape” e “land-use” – ha assunto una natura totalmente stravolta e irrimediabilmente persa rispetto al carattere antico conservato fino agli 1950-60: oggi è un alveare crudele di cemento. Dopo aver in passato toccato parte del territorio a nord di Bodrum, mi riferisco al tratto che da Torba sale verso l’isola di Tavsan, e parte di quello relativo a Mylasa, m’è sembrato opportuno, tanto per lo studioso della vita provinciale bizantina, quanto per la messa a punto di monumenti e siti in via di cancellazione, riprendere quegli scritti – a loro tempo presentati in Orientalia Christiana Periodica – e reintegrarli in un insieme territoriale più consistente. M’ero preoccupato inoltre dell’aggiornamento delle liste dell’episcopato cario, carente in previe sue pubblicazioni, in vista di una più coerente lettura storica delle città: anche questo contributo – una primitiva sua redazione apparve in Revue des Études Byzantines del 1996 – è stato totalmente rivisitato ed ampliato in relazione alle incipienti variazioni, presenza e scomparsa, destituzione e creazione, delle città - sedi episcopali. La coesione, se tale termine ha senso all’interno di un discorso di topografia cristiana, degli insediamenti periferici al corpo urbano s’è rinvenuta nel persistente ritorno ad una rivisitazione del sito e, dall’altra parte, al ricorrere soprattutto agli epigrafisti della seconda metà dell’Ottocento - inizi del Novecento. Grazie ad essi si è avuto notizia dell’integrazione nel tessuto cristiano di siti dediti ai culti originari della Caria – si pensi a Lagina, Panamara, Korazôn, Kindya, Sinuri e Labraunda (grazie anche agli scavi). In questo modo si presenta al lettore un iniziale, perché tale resta quanto si offre, tessellato cristiano del territorio cario. Il lavoro protrattosi in Caria per molti anni mi ha reso esitante nell’attribuire al VI secolo la quasi totalità di quanto è pervenuto. Qualora si volesse pensare ad un termine ante quem per la capacità produttiva di un territorio urbano, credo che si possa arrivare fin entro il VII secolo, prima che il mare divenisse pericoloso e si rendesse necessaria un’opera di revisione sulle mura (il caso di Iasos sull’istmo o di Ceramus sulle mura urbiche). Credo, ancora, che dei siti commerciali, come degli interventi architettonici siano ascrivibili alla fine del V secolo; differenziato, ancora, mi sembra lo svolgersi dell’intero VI secolo. Nelle pagine finali s’è tentato di evidenziare momenti culmine di questo secolo e sul come gli eventi abbiano potuto radicare una mentalità – si dirà dell’immaginario – ed in più, come gli stessi abbiano potuto scuotere un’economia ed una capacità di investimento costruttivo nella città. Le nervature viarie che si snodano nella penisola di Halicarnassus menzionano Anastasio, un imperatore conosciuto per le sue attività edilizie e per la cura versata su Rodi al tempo del terremoto. La scansione cronologica delle sculture di Bargylia e delle sue iscrizioni s’accorda alla storia costruttiva delle sue chiese; lo stesso dicasi di Iasos, che propone manufatti ed edifici dilazionati fra la fine del V e inizio VII secolo. La piena età giustinianea standardizza delle tipologie – intravedo gli amboni a rampe gemelle – che saranno ripetute un po’ ovunque con leggere varianti. È nella metà del VI secolo o qualche decennio più tardi, comunque, che saranno dipinti i cicli di Tavsan e di Monastir Dag: si tratta, almeno al momento questo è da dire, di evidenze particolari non tanto per la qualità degli affreschi quanto per il posto ove essi sono stati messi in opera. Si resta privi, in effetti, di riscontri urbani in quella data; riscontri se ne ebbero, ma di diversa data e qualità, anche nel golfo ceramico. Mi si conceda, allora, di dire che si è all’inizio di una sistematizzazione di questa ampia provincia, facendo ricorso – come non fare altrimenti! – ad una investigazione pluridisciplinare. Cnidus aspetta ancora di trovare posto negli interessi degli studiosi: non solo le chiese restano senza una ragionevole cronologia, ma anche le prolifiche sculture e mosaici giacciono ancora in parte non studiati. Non mi è sembrato così opportuno di “catalogare” le sculture o le murature: sono certamente operazioni da compiersi, ma solo quando la cornice storica del singolo sito, anzitutto, e poi della sua immissione nell’insieme più ampio del territorio urbano abbiano tracciato dei parametri più realisti e coerenti al vero. Si è certi che questo processo avanzerà grazie al lavoro sul campo che differenti équipes conducono e al nuovo interesse di studiosi intenti a smantellare i depositi marmorei dei musei archeologici provinciali. In questa ottica, dunque, non ho inteso alla fine dare delle “conclusioni”, quasi dover sintetizzare o discernere il succo di una composizione che, in vero, è appena iniziata, quanto piuttosto delle costanti che emergevano dai dati raccolti e poste in riferimento al mutato panorama urbano e territoriale. Ho cercato di guardare all’uomo che viveva in questa provincia, città o villaggio che fosse, all’interno di una sua quasi stabilita mentalità ordinaria, scandita da una religiosità divenuta imperante e consolatoria al tempo stesso. Forse in questo contesto si trova anche il motivo di costruire in fretta un edificio religioso, piccolo o grande che sia; forse in questo, ancora distante, immaginario, ricco di aporie e contraddizioni, si rinviene l’appiattimento delle culture autonome con la loro entrata nella più comune e similare cultura medioevale. Con piacere m’è d’uopo ringraziare i tanti amici turchi di Selimiye, Narhisar, Turgut, Milas e l’équipe dirigenziale del museo archeologico di Milas: attenti e discreti sono essi stati nella loro disponibilità ed incomparabile amicizia. Alla direzione delle antichità in Ankara va il mio ringraziamento per i permessi di lavoro sempre accordati; la generosità operosa di Nilgün Sinan del Museo delle Civiltà Anatomiche di Ankara trovi in queste parole il mio sincero ringraziamento. I Diari di R. Wood sono stati consultati grazie alla gentile disponibilità della Hellenic Society Library di Londra. Gli ultimi due periodi di lavoro in Caria sono stati sostenuti dalla squisita gentilezza di Caterina e Carlo Bodega, generosi e solerti nell’aiuto finanziario fornitomi anche nella presente pubblicazione e al sostegno amichevole di Matteo Turillo, con me per anni a lavoro nelle contrade carie; a Michele Silvestri rivolgo un amichevole ringraziamento per la sua generosità manifestami così spesso in questi anni. A Otto Kresten, Cyril Mango, Fede Berti e Luca Pieralli devo con riconoscenza indizi, note, discussioni per valutare i tanti interrogativi che nel tempo emergevano: subitanee e illuminanti erano le loro risposte; un grazie sincero rivolgo ad Alexander Zäh per la sua continua disponibilità e generosità nel rispondere sempre a favori chiestigli. Un ringraziamento doveroso va a Rosina Buscaglia, che ha pazientemente rivisto tutto il presente testo. Vi sono, infine, i miei amici, collaboratori, il cui lavoro traspare in queste pagine: Franco Giordano era accanto a me quando si era alle prese con Tavsan adasi, Monastir Dag, Göl e Torba; Alessandra Acconci ha lavorato con perizia ed incisività sui frammenti di ambone da me rinvenuti nel corso degli anni; Jeffrey Featherstone mi regalò a suo tempo la doviziosa traduzione inglese della vita di Eusebia di Mylasa. Durante i tanti anni trascorsi nelle contrade carie sono stati con me, intenti in un lavoro minuzioso quanto pesante: Roberta Uberti, Vivalda Diex, Marianna Kekki, Maria Pina Sicuro, Antonio di Rodi, Natale Fabrizio, Giorgio Gonnella, Giuseppe Sbaraini, Pietro Chieti, Antonello Furnari: ad essi ancora va la mia amicizia e il mio cordiale grazie. (dall'Introduzione dell'autore)