La bella vita di provincia nelle lettere di Sciascia (La Repubblica)

di Redazione, del 09 novembre 2012

sciascia_lacava_150Da La Repubblica - 9 novembre 2012

«In fondo vivere così mi piace», scrive Leonardo Sciascia dalla sua Racalmuto allo scrittore Mario La Cava, che abita a Bovalino, sulla costa jonica calabrese. «Leggere un libro al giorno e scrivere un articolo ogni mese; e, quando posso, una piccola scappata oltre lo Stretto.


Sono d’accordo con te sulla vita di città: tra chiese e gallerie e circoli e incontri, non capisco quale voglia e tempo resti agli amici di città per leggere e per scrivere». È l’agosto del 1951, lo scrittore siciliano e il suo collega calabrese si conoscono da pochi mesi, ma il loro carteggio è già nutrito e già lascia emergere uno dei nuclei affettivi e culturali che li unirà negli anni e nei decenni a venire, fino a quando La Cava morirà, nel 1988. Il libro che raccoglie l’intensa amicizia fra i due scrittori meridionali – e meridionali della provincia – esce ora da Rubettino (pagg. 492, euro 17). Ha un titolo, Lettere dal centro del mondo, che i curatori Milly Curcio e Luigi Tassoni hanno tratto, parafrasandolo, dall’esergo di un romanzo di La Cava, La ragazza del vicolo scuro: «Dove avete trovato una storia così inverosimile? Nel centro della terra, signore». Un esergo che un altro autore meridionale, Vincenzo Consolo, aveva con acutezza sottolineato. Il centro della terra e il centro del mondo sono il luogo interiore dell’invenzione romanzesca. Ma entrambi, Sciascia e La Cava, vivono in due posti lontani dal centro della vita e dell’industria culturale (un embrione di industria culturale), dove le vicende arrivano attutite e di rimessa. Un po’ soffrono, un po’ se ne fanno una ragione, un po’ si dibattono fra difficoltà economiche, avvertono un senso di esclusione, faticano nei contatti con gli editori e con le riviste. «Parlano di quattrini» gli scrittori del continente. Sciascia prosegue: «E noi invece andiamo in libreria e parliamo di letteratura. Fossi in città, con questo stipendio, non avrei anch’io voglia di parlare di letteratura; qui il problema economico mi è invece più lieve. Mi contento, insomma; e godo ottime e tranquille letture». Quando si conoscono, Sciascia ha trent’anni e La Cava quarantatré. Sciascia apprezza molto i brevi ritratti raccolti da La Cava in Caratteri, la sua scrittura lineare e limpida. Sono diversi per scelte letterarie e per i materiali narrativi cui attingono, nulla dell’attitudine di Sciascia alla detection contagia l’amico. E diversi saranno i destini e la fortuna. Il primo è ancora giovane, ma per tutti gli anni Cinquanta dirige Galleria, una rivista cui collabora anche La Cava, rivelandosi dunque un organizzatore culturale al quale il più anziano La Cava fa riferimento. I due scrittori si scambiano manoscritti e recensioni. Riviste e libri. «Sappi che un tuo successo mi sembrerebbe sempre come se fosse mio», scrive La Cava. La letteratura di quegli anni filtra attraverso le imposte socchiuse di Racalmuto e di Bovalino, nelle lettere si profila un lontano palcoscenico dove agiscono Moravia, Pasolini, Bassani, Caproni, Calvino, Vittorini e poi Brancati, Sinisgalli, Salinari, Tobino, Debenedetti. Molto vicini sono Leonetti e Roversi, più distante si intravede Montale. Le convinzioni restano salde, forse sono obbligate, dettate da una condizione di vita che costringe entrambi in provincia. Scrive La Cava: «Certo non è possibile affermarsi nel campo dell’arte, se non si sollecitano incontri personali con quelli che possono aiutare; la permanenza nelle grandi città è utile ai fini del successo e di una certa sistemazione pratica». Ma poi ha un sussulto ed è come se si correggesse in corsa: «Ma quanto al perfezionamento artistico, escludo oggi, più di prima, che la grande città possa essere favorevole, non solo per le distrazioni irreparabili che offre, ma anche per le difficoltà evidenti che la sua mostruosa organizzazione oppone a una approfondita osservazione della vita». Con il trascorrere degli anni sul Mondo di Mario Pannunzio escono i racconti di La Cava, Sciascia nel frattempo viaggia fra Roma e Milano. Ma gli assilli economici continuano ad affliggere soprattutto lo scrittore calabrese, che confessa all’amico di vivere aiutato dagli anziani genitori: «In fondo io vivo di assurde speranze: a vent’anni ero così, a quarantaquattro non sono diverso. Morire con tanti rimpianti non sarebbe un bel risultato». La raccolta è in gran parte concentrata sugli anni Cinquanta e i primi Sessanta. Sciascia invia all’amico il Giorno della civetta, il cui finale La Cava giudica “sublime”. Poi il carteggio si dirada, poche lettere intercorrono fra i due negli anni Settanta e Ottanta. Per La Cava non arrivano i riconoscimenti che meriterebbe e che invece miete Sciascia (ma «tu non sei uno di quelli che cambiano modi a seconda della loro fortuna», gli scrive l’amico). Il suo tono diventa mesto («Attendo la pubblicazione del Globo come un naufrago attende la scialuppa di salvataggio»). La malattia incalza, ma gli affanni derivano dai direttori di giornale che non pubblicano i suoi articoli, dagli editori che neanche gli rimandano indietro i manoscritti rifiutati. Fino all’ultima lettera, giugno 1988: «Oggi ho provato a scrivere, dopo un anno e più di malattia, però sono impedito dalla cecità, dall’articolazione bloccata e dalla perdita della voce. Dovrei andare a fare un trattamento di rieducazione ».
di Francesco Erbani