L’uomo che guardò oltre il muro, intervista esclusiva all’autrice del libro Clio Pedone (Direttanews.it)

di Redazione, del 26 giugno 2012

Da Direttanews.it - 26 giugno 2012
Intervista a Clio Pedone
Cara Clio, lieti di ospitarti su Direttanews. Sei l’autrice del libro L’uomo che guardò oltre il muro (edito da Rubbettino): raccontaci qualcosa di più a questo proposito.
È un libro che racconta di un Cossiga stratega delle relazioni internazionali, profondo conoscitore e abile mediatore all’interno delle Cancellerie, ma anche di un presidente umano, lontanissimo dall’epiteto (che a lui non piaceva affatto) di picconatore. Il suo obiettivo non è mai stato quello di distruggere, bensì di aiutare a ricostruire, questo sia per ciò che concerneva la memoria storica dell’Italia (un esempio ne è stato il gesto eclatante e controverso con cui Cossiga propose la grazia per Renato Curcio), sia nell’ambito della politica, nella fase per l'appunto cosiddetta delle picconate quando, preconizzando la fine dei partiti, aspirava a una soluzione.


L’uomo che guardò oltre il muro ruota intorno alla figura di Francesco Cossiga: cosa ha rappresentato a tuo parere l’ex Presidente della Repubblica nello scenario politico italiano e internazionale?
Era un uomo dotato di capacità eccezionali, sapeva tessere rapporti straordinari con i suoi interlocutori, con gli uomini dell’intelligence, coi vertici della politica estera. Credo sia rimasto nel cuore di chiunque l’abbia conosciuto, soprattutto per la sua risolutezza, per la sua determinazione, la sua onestà intellettuale e per la sua profonda preparazione. All’estero era molto apprezzato per i suoi contributi al mondo delle relazioni internazionali, per la capacità di guardare molte volte più lontano di altri, per la propensione a voler superare barriere e steccati ideologici. Amava profondamente l’Italia, seppur con le sue contraddizioni, coi suoi limiti, e soprattutto con la sua capacità di risollevarsi sempre, anche nei momenti più bui. Credo fosse molto amareggiato del fatto che in Italia questo non sempre è stato percepito, soprattutto da quella classe politica nata e cresciuta assieme a lui. Oggi sarebbe un ottimo interlocutore per Angela Merkel, ne sono convinta.

Quale episodio dell’operato di Francesco Cossiga preferisci ricordare con particolare attenzione?
Quello del libro: la trattativa sugli euromissili nel ‘79. Pochi ne hanno scritto e pochissimi lo ricordano, ma se non fosse stato per la fermezza del premier Cossiga le sorti dell’Italia, nella tempesta della guerra fredda, avrebbero potuto essere differenti. Installare quei missili in Italia era il chiaro segno di una scelta di campo: fieramente atlantisti, orgogliosamente italiani e ambiziosamente potenza del blocco occidentale. Cossiga riuscì a smantellare la bieca trappola dei sovietici: puntare dei missili di teatro sull’Europa occidentale per dividere gli alleati, santificando gli Stati Uniti, rendendoli immune a qualsiasi attacco diretto.

Quale messaggio hai voluto mandare ai lettori di L’uomo che guardò oltre il muro?
Vorrei che si capisse di più e meglio il ruolo che il presidente Cossiga ebbe all’estero, in quanto rappresentante del nostro Paese, prima come deputato semplice, poi come sottosegretario, come ministro, come premier, come senatore e come presidente della Repubblica italiana. Era rimasto molto colpito del fatto che io sapessi che era stato l’unico politico italiano invitato a una seduta del Bundenstag riunificato: l’origine di quell’episodio ha un motivo ben preciso mi disse - quando ero presidente del Senato avevo avuto occasione di rilevare la reticenza degli occidentali sulla eventualità di una riunificazione della Germania e forse, c’erano dei dubbi anche sul fatto che si sarebbero dovuti riunificare. lo mi ero sempre battuto strenuamente per l’unificazione tedesca e, sia nelle sedi ufficiali che in quelle ufficiose, avevo sempre svolto un importante ruolo di mediatore, così molti anni dopo, il mio collega Richard von Weizsacker, presidente federale, decise che l’unica persona ad essere invitata alla prima seduta del Bundenstag della Germania riunificata dovessi essere proprio io. Cosi, ed è un titolo di vanto personale, ho avuto l’emozione di sentire il presidente più anziano presente in Parlamento, cioè Willy Brandt, rivolgere un saluto prima al presidente federale e poi a me. In quell’atmosfera solenne e irripetibile sentivo di rappresentare il mio Paese e di essere lì per il mio Paese, ma percepivo che forse gli applausi dei tedeschi erano rivolti a me e al mio popolo, piuttosto che alle Istituzioni.

Amava moltissimo l’Italia e si impegnò nel corso del suo lungo e poliedrico cursus honorum per essere soprattutto il presidente della gente comune.

 

Di Simone Ciloni