L’asino di Buridano (Corriere Fiorentino)

di Paolo Armaroli, del 09 ottobre 2012

Dal Corriere Fiorentino - agosto 2012
Il nostro Parlamento si comporta come l’asino di Buridano. Incerto se imboccare la strada del semipresidenzialismo alla francese o quella del premierato all’inglese, se ne sta più fermo di un paracarro. È ben vero che, sia pure di stretta misura, il Senato ha dato disco verde al primo corno del dilemma. Ma la Camera è rimasta muta come un pesce. E, alla ripresa dei lavori, è del tutto indifferente che si uniformi al Senato oppure no. Perché anche nella migliore delle ipotesi il semipresidenzialismo non taglierà il traguardo in quanto mancheranno i tempi tecnici per una seconda deliberazione. Difatti le Camere saranno sciolte alla fine di gennaio o poco più in là per la semplice ragione che entro il 15 maggio dell’anno prossimo dovranno eleggere il sostituto di Napolitano. E, Costituzione alla mano, il tempo stringe.

Intendiamoci, non è la prima volta che il nostro Parlamento fa cilecca. È arcinoto che i lavori dell’Assemblea costituente furono dominati dal complesso del tiranno. Quello passato, morto e sepolto, e quello di stampo stalinista che poteva succedergli. Di modo che si disegnò un governo alla completa mercé delle Camere. Dopo la prima legislatura repubblicana, che grazie a De Gasperi funzionò un po’ all’inglese con un centro contrapposto alle sinistre, si pose la questione della riforma costituzionale. Soprattutto dopo il ritorno al potere di De Gaulle, che spazzò via la palude dell’assemblearismo e dette alla Francia quel semipresidenzialismo già sperimentato con scarsa fortuna nel 1848 e che da allora ha assicurato la governabilità.

Così anche in Italia è stata risollevata la bandiera del presidenzialismo sventolata invano alla Costituente soprattutto da un illustre giurista fiorentino: Piero Calamandrei. Sposa la causa un altro toscano che non aveva peli sulla lingua: il maremmano Randolfo Pacciardi. Le cui illusioni e delusioni sono ben ricostruite da un bel libro di Paolo Palma edito da Rubbettino (Randolfo Pacciardi. Profilo politico dell’ultimo mazziniano). L’ultimo mazziniano non fa sconti a nessuno. Tornato dall’esilio, diffida del vecchio sistema parlamentare fondato su partiti intriganti. Rivaluta i concetti di patria e nazione che dopo l’ubriacatura fascista scompaiono dal lessico politico. Denuncia l’occupazione delle istituzioni da parte di quelle chiesuole e sette alle quali si sono ridotte le forze politiche. Definisce la Camera dei deputati, anticipando i tempi, “quell’immondo bordello di Montecitorio”. Bolla i governi che si succedono al potere come il frutto di “dosaggi e compromessi, che farebbero invidia al parlamentarismo più antico e più degenere”.

Immersi nelle sabbia mobili delle crisi ministeriali a ripetizione, delle combinazioni senza idee, delle congreghe al posto dei partiti, Pacciardi guarda più che alla Francia del Generale, del quale pure ha gran stima, agli Stati Uniti. Ed è in buona compagnia. Perché la pensa pressappoco allo stesso modo l’antico preside del fiorentino “Cesare Alfieri”. Giuseppe Maranini è meno impulsivo di Pacciardi. Non aderisce alla sua Nuova Repubblica. Ma è prodigo di consigli reclamati a gran voce da chi lo considera un Maestro. Tuttavia l’autorevole opinionista del Corriere fa tesoro della massima di Giolitti. Le leggi, e a maggior ragione la Costituzione, s’interpretano per gli amici e si applicano ai nemici. E così se si dà una particolare lettura della Legge fondamentale della Repubblica, dando al capo dello Stato e alle Regioni tutti i poteri contemplati dalla Carta, si può arrivare alla conclusione che il nostro sistema è presidenziale e federale al tempo stesso.

Parole al vento. Perché ben tre commissioni bicamerali ad hoc hanno costruito sulla sabbia. E la riforma dei rapporti tra Stato e Regioni, patrocinata dal centrosinistra, è stata così dissennata da ingolfare la Corte costituzionale dai ricorsi. Arriviamo così ai giorni nostri, nei quali l’asino di Buridano è lì lì per tirare le cuoia. Non sappiamo se prima o poi usciremo dal transitorio. Ma temiamo di entrare a capofitto nel precario. E non è, siamo giusti, una bella prospettiva.

Di Paolo Armaroli