Katia Stancato: “Oltre la siepe? C’è la Calabria dei giusti” (tipitosti.com)

di Cinzia Ficco, del 25 settembre 2012

Da tipitosti.com - 25 settembre 2012
Sette storie per raccontare una Calabria che non s’arrende. Ma produce e spera, nonostante la ‘ndrangheta.

Le ha raccolte Katia Stancato, nata quaranta anni fa, in provincia di Cosenza, economista ed imprenditrice sociale, sposata, nel suo libro  “Oltre la siepe”- Rubbettino editore.
Ce le racconta in breve?

Le storie traggono ispirazione dalla mia esperienza degli ultimi 20 anni nella cooperazione e nel terzo settore calabrese. Sono esperienze di vita e di lavoro vissute ed in parte raccontate, dalle persone. Sono ambientate in diversi luoghi della Calabria e, per questo, può essere considerato un viaggio alla scoperta delle Comunità calabresi. Il libro si apre con il lavoro che sconfigge le mafie, ossia l’esperienza di Monsignor Giancarlo Maria Bregantini nella Locride, un uomo coraggioso e visionario, che ha capito una verità fondamentale e cioè che per battere la ‘ndrangheta non basta la denuncia, serve l’alternativa. Da questa intuizione nasce la Valle del Bonamico, un’esperienza unica nel suo genere, capace di sfruttare le potenzialità insite nello strumento cooperativo e cioè unire la concretezza del lavoro e del guadagno con il valore dell’inclusione sociale. Nel II capitolo è narrata l’esperienza di Goel: dai segni del potere al potere dei segni.

Di che si tratta?

È una storia di riscatto, come la figura biblica, di cui porta il nome. Attraverso il lavoro e l’impresa, Goel ha cercato di fare breccia nel muro della sudditanza psicologica e culturale del Sud. Con l’impegno di persone come Vincenzo Linarello, sono nate cooperative e imprese di donne, di ex-carcerati, di giovani, di disabili. Il Gruppo Goel agisce sul territorio, creando imprese, per lo più di natura sociale, come Goel Bio che si occupa di agricoltura biologica o Cangiari, che produce tessuti tradizionali per l’alta moda.

Poi?

Il Progetto Policoro, invece è un’iniziativa della CEI che abbraccia tutto il Sud Italia e si sta pian piano espandendo anche nel resto del Paese. Si tratta di una iniziativa che guarda al futuro e al territorio con l’obiettivo di promuovere impresa e lavoro di qualità, assecondando la vocazione propria di ogni luogo. In 15 anni di attività gli animatori di comunità, nella stragrande maggioranza giovani tra i 25 e i 35 anni, hanno avviato centinaia di imprese e di cooperative, cercando sempre di dare un risposta concreta ai bisogni delle persone. L’ispiratore del progetto Policoro, Don Mario Operti, amava ripetere: “Non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone”. La “Suò” Tiziana Masnada, suora di vita attiva, è la protagonista di una piccola storia, che però racconta di un grande amore per il Sud e per la Calabria. Insieme a lei altre due donne Giusy Brignoli e Giuliana Scofano, operano a Scarcelli, una frazione di Fuscaldo sulla costa tirrenica cosentina. Assieme danno vita ad un centro di aggregazione giovanile e poi ad una cooperativa, Il Segno, attiva nella produzione di tessuti e nell’agricoltura. Insieme hanno contrastato la politica dell’accontentarsi.

E ancora la storia del Banco Alimentare.

Quella è una storia di successo e determinazione, tanto che oggi il Banco è il catalizzatore delle buone energie in Calabria. La missione è semplice: dar da mangiare ai poveri. Attraverso una rete capillare di circa 3mila volontari il Banco sostiene circa 160mila  famiglie in Calabria. La storia del Banco è la storia di persone come Gianni Romeo e Maria Pia Morrone, persone davvero altruiste. Il riso del Vescovo, invece, è la storia di un’impresa agricola, che ha prodotto e produce “sviluppo con l’anima”. Siamo nella piana di Sibari, all’interno della azienda agricola Terzeria, che in prevalenza produce riso di ottima qualità e il protagonista di questa storia è il Vescovo Domenico Graziani, Don Mimì. Un pastore illuminato che ha deciso di mettere a frutto le terre della Diocesi, dando fiducia alle persone e rendendole protagoniste del proprio destino.

Infine la storia della Bcc Mediocrati.

È la storia di un modo diverso di fare Banca, più vicina alla persone e per tanto basata ancora su una merce ormai rara, la fiducia. È una storia nella quale l’espressione “dare credito” ha ancora un senso e per questo si parla di banca di comunità. Un sistema che ho scelto di raccontare attraverso la storia di Nicola Paldino e della Bcc Mediocrati, una delle più dinamiche nel sistema calabrese della cooperazione bancaria.

Non le pare, però, che siano troppo poche per dire che la Calabria non è solo ‘ndrangheta?

Le storie del mio libro non esauriscono il racconto positivo sulla Calabria. La Calabria è piena di eccellenze e buone prassi in ogni campo, che vengono però ignorate. Il racconto della comunità calabrese è spesso costruito intorno ad esperienze negative: la storia della Calabria nell’immaginario nazionale è storia di nera, di mala sanità, di difficoltà.

Invece?

Il mondo, però, si cambia a partire dalle parole, dai racconti, dalle scoperte. Esiste una Calabria che sorprende l’Italia, è il momento di farla vedere, trasformarla in una narrazione non più di rarità, ma di buona esperienza attraverso la scoperta di storie vere, belle, di successo.

La cosa che l’ha colpita - fa capire - è la fede di queste persone. Ci spiega cosa intende?

Lo confesso: chi ho incontrato è il talento. Ho incontrato la fede. Ho incontrato il riscatto, la forza morale. In quasi tutte le storie c’è un elemento comune, che dona forza e valore all’impegno individuale ed è la fede, la spiritualità. La forza d’animo, che molti dei protagonisti del libro esprimono trae la propria origine proprio da qui, dal sentirsi parte di una comunità di uomini e di donne. È il valore della comunità, che viene messo sempre in primo piano.

È con questa fede che molti pensano di “arginare” la malavita?

Sono esperienze di vita e di lavoro, che rafforzano la coesione delle Comunità e dunque, le rendono più invulnerabili rispetto al contesto malavitoso.

E veniamo al Terzo Settore: quanta e quale tipo di ricchezza produce in Calabria e in Italia?

Le storie che ho raccolto servono ad indicare una strada possibile, un modo concreto di fare sviluppo, perché dimostrano come il Terzo Settore svolga un ruolo fondamentale nel processo di formazione e tutela di un bene prezioso: il nostro senso di comunità, un mattone indispensabile alla creazione di quel tessuto di relazioni di fiducia, che è assolutamente essenziale per creare sviluppo economico e sociale. La fiducia è, infatti, il bene immateriale più prezioso, che più ci serve in quest’epoca storica, per rassicurare chi investe, rasserenare chi vive senza sicurezza di un lavoro o di uno stipendio. La crisi di fiducia, che stiamo vivendo, non riguarda sola la borsa e lo spread.

Ma?

Ciascuno di noi. E allora non solo i mercati e le monete verranno salvate da un nuovo soggetto di fiducia, ma lo saremo tutti noi. Per questo noi operatori del Terzo Settore abbiamo, oggi, una responsabilità globale, grandissima. Siamo i creatori di fiducia, perché cambiamo, tramite la cooperazione, le associazioni, il non profit, le regole del gioco e infondiamo nuova, vitale fiducia. Abbiamo un compito straordinario. Ma spesso troviamo grandi difficoltà lungo la strada.

Quali?

L’ostacolo maggiore è di natura culturale e riguarda le nostre amministrazioni.

Perché?

Quello che proprio non può andare è che il pubblico continui a tagliare i fondi sull’assistenza sociale e poi pretenda che noi lo sostituiamo nell’erogazione dei servizi che non fornisce più. Si tratta di una funzione di sostituzione, quasi di surroga, che non fa bene né al Terzo Settore né alle amministrazioni locali: il primo rischia di deformarsi e lasciarsi andare ad una deriva aziendalista e privatistica, mentre gli enti locali si deresponsabilizzano totalmente.

Allora?

È bene che ognuno faccia la sua parte e che i ruoli non si sovrappongano. È l’unico modo per dare un senso alla parola “sussidiarietà”. Gli operatori del terzo settore vivono quotidianamente la difficoltà di relazionarsi con una politica spesso sorda e distante, per la quale l’aggettivo sociale è o sinonimo di superfluo o totem da adorare.

Perché dice questo?

La politica, per prima, non crede nel modello di sviluppo che proponiamo eppure ne trae buoni frutti, perché spesso i lavoratori del terzo settore suppliscono alla mancanza di quei servizi alla persona che i comuni, per esempio, anche alla luce di oggettive difficoltà nella gestione della spesa, non riescono più a erogare. I nostri numeri, però, raccontano un mondo in espansione, vitale, nonostante la crisi.

E cioè?

Di fronte alla decadenza di una finanza senza anima, di una economia senza amore, il nostro modello è il più bello in assoluto. E il più efficace. In un recente documento di Unioncamere si legge che le imprese sociali “sono un punto di forza dell’economia sociale del mercato su cui impostare una nuova idea di sviluppo”. A questo proposito voglio citare uno studio estero condotto dall’Università americana John Hopkins e intitolato “Holding the fort”: un modo di dire anglosassone che significa sostituire. Perché il mercato del non profit sta sostituendo quello profit. Nei primi dieci anni del duemila, spiegano infatti i ricercatori, il settore non profit ha creato più posti di lavoro di quello profit.

Ci dia qualche numero!

Se le imprese, infatti, hanno visto decrescere il tasso di occupazione del 6% annuo, le cooperative, le associazioni, il terzo settore lo ha visto aumentare di 2,1 punti percentuali l’anno. Una sorpresa? No. Una certezza. Siamo i creatori della nuova società e tanto più c’è bisogno di noi quanto più sono complesse le situazioni di vita e di lavoro di un territorio, di un paese.

Oggi è Portavoce del Forum del Terzo Settore calabrese, ma proviene dal mondo della cooperazione che ha rappresentato per quindici anni. Quale l’ambito ancora vergine, su cui consiglierebbe di puntare?

Credo molto nelle potenzialità dell’agricoltura sociale. Attraverso la condivisione di un progetto rurale, grazie anche alla fatica, allo sporcarsi le mani assieme, si rinsaldano i legami, le reti sociali, e in questo modo i territori più fragili e più scoperti possono riscoprire una solidità, che pensavano perduta. Non è un caso che questo modello sia ormai diffuso in maniera capillare in tutta Europa. Si tratta insomma di una realtà molto dinamica, in cui è fortissima la presenza di giovani e donne, con alti livelli culturali, provenienti anche da settori extra-agricoli. Non solo.

Ci dica!

C’è ormai una notevole diversificazione del business che si esprime in un mix di attività complementari come ristorazione, agriturismo, didattica abbinata alla tutela ambientale. Insomma, l’agricoltura sociale è davvero una risorsa eccezionale per lo sviluppo locale, a maggior ragione quando recupera ad usi civili e civici i beni confiscati alla criminalità organizzata. Nella mia regione, sappiamo tutti quanto sia difficile fare impresa e nel novero delle attività strangolate dalla ‘ndrangheta c’è anche, se non soprattutto, l’agricoltura. Da anni, il lavoro agricolo, la cultura rurale, hanno finito per essere percepiti come indesiderabili, segni di un mondo arretrato. Basta vedere anche l’immagine che si è data per anni dei lavoratori agricoli in terribili spettacoli televisivi come “La Fattoria”…roba da piangere! Questa tendenza, però, ha iniziato a indebolirsi di fronte alla crisi e ai suoi effetti perversi. Occorre riappropriarsi del rapporto con la terra e riappropriarsi della concretezza, del valore del proprio lavoro e di sé stessi.

Il terzo settore salverà in qualche modo la Calabria? Cosa dovrebbe fare la Regione per sostenerlo?

Se il Terzo settore fosse sostenuto adeguatamente ed inserito nelle priorità delle politiche di sviluppo regionali potrebbe certamente dare un contributo notevole alla Calabria in termini occupazionali, economici e di promozione civile. Il futuro però, si gioca sulla qualità della relazione con gli enti locali. Se consideriamo il tema fondamentale dei servizi sociali, ad esempio, la situazione è drammatica.

Perché?

La relazione ente locale – associazioni o cooperative non sempre è buona e ispirata a criteri di efficienza e trasparenza. Spesso, invece, è dominata dall’incertezza e dalla poca organicità. Secondo un recente rapporto Auser, per esempio, la spesa degli enti è spesso frammentata, mentre elevato è il ricorso all’assegnazione del servizio tramite affidamento diretto. Una pratica diffusa soprattutto in meridione, dove riguarda più del 34% delle assegnazioni, che, se da un lato potrebbe ottimizzare i tempi di erogazione di un servizio, non sempre è indice di meritocrazia e di vera, buona e sana competizione. Per quanto riguarda, poi, le gare, vige la regola del massimo ribasso. Un criterio, come è evidente, che non premia la qualità e il lavoro delle persone impegnate e dei volontari. Anche la breve durata degli incarichi è indice di incertezza: qui al Sud il 36% degli incarichi non dura più di un anno. Un tempo molto breve, soprattutto per chi, come noi, lavora con le persone e per le persone e dispone di una grande patrimonio difficile da costruire: la prossimità. I problemi, però, non finiscono qui.

Cos’altro c’è? 

Nel 2011, per esempio, solo il 45% dei Comuni ha confermato con specifiche linee guida per gli operatori comunali il ruolo e la funzione del volontariato. Nello stesso anno solo una minoranza tra i Comuni capoluogo ha reso operativa la Consulta o altro organismo rappresentativo del volontariato. Una mancanza che riguarda soprattutto le amministrazioni meridionali. Eppure proprio qui, proprio al sud, il ruolo del terzo settore è rilevante nel momento in cui sono in crescita le richieste di prestazioni da parte delle famiglie, sempre più povere, sempre meno in grado di farcela da sole. A fronte del rilevante apporto che Associazioni e Imprese sociali forniscono alla gestione dei servizi sociali, le amministrazioni pubbliche locali sono ancora inadempienti nella creazione di regole davvero efficienti e trasparenti per consentire al Terzo settore di erogare servizi di qualità alla cittadinanza, e di giocare un ruolo importante nella programmazione sociale e in termini di sussidiarietà orizzontale.

E veniamo a lei, che, quanto a tostaggine, non scherza. Ha cominciato ad occuparsi di Terzo settore a 23 anni. C’è un episodio che racconta spesso e che fa capire quanto tosto sia stato per lei iniziare.

È vero, ho iniziato molto presto anche a causa di una serie di concomitanze familiari poco felici. Sono diventata Presidente di Confcooperative poco più che ventenne. Avevo da poco finito gli studi in Economia, mi portavo dietro tutte le incertezze del primo lavoro, delle prime responsabilità. Un giorno dovevo partecipare ad un incontro istituzionale. Mi ero preparata per bene. «Katia, non preoccuparti», mi ripetevo. E mi ripeteva così anche il mio amico, un coetaneo, che mi faceva da collaboratore e mi accompagnava. Arriviamo, allora, entriamo, stringiamo la mano del nostro interlocutore, ci sediamo. «Lei è la segretaria?», mi chiede, subito. Ecco, una domanda rivelatrice: nella mente di chi vede, insieme, un uomo e una donna della stessa età, il più autorevole, sul piano professionale, è quasi sempre lui. Perché è diffuso uno stereotipo: una donna non ce la fa, soprattutto qua, in Calabria. Eppure io nello stereotipo non ci ho creduto quel giorno e non ci credo nemmeno oggi. Così mi sono fatta una risata e sono andata avanti, con una profonda convinzione. Una donna ce la fa. È vero, deve affrontare le stesse difficoltà, ma anche avere il coraggio di superare il doppio della diffidenza e deve dimostrare la flessibilità per prendersi tanti impegni nello stesso tempo. Per questo motivo mi sorprendo sempre quando altre donne sono meno convinte e dicono: noi non siamo adatte per ruoli di responsabilità, per la politica ad esempio È il contrario, invece.

Perché?

Nella leadership femminile io ci credo davvero, perché la politica è donna. Cosa è, infatti, la politica se non capacità di ascolto e di dialogo? Cosa è la politica se non propensione alla cura, come quella di un genitore premuroso, capace sempre di stare vicino e di grandi slanci di cuore? Cosa è la politica se non prendere più decisioni insieme, occuparsi allo stesso tempo di più cose? Per me, allora, non solo la politica ma anche la Calabria è femmina. Lo è perché pur nella sua complessità è un luogo di grandi passioni, di enorme energia.

Se dovesse dare un consiglio ai lettori calabresi di questo blog, cosa direbbe?

Noi tutti in Calabria dobbiamo recuperare una maggiore fiducia in noi stessi ed una maggiore consapevolezza ed orgoglio per la nostra storia e anche per il valore che ogni giorno dimostriamo con il lavoro difficile ed onesto nella nostra terra. La maggioranza dei calabresi sa perfettamente che non esiste solo la mala sanità, la ‘ndrangheta, il degrado. C’è una Calabria bella, che non chiede, ma che dà. C’è una Calabria viva, che non dipende dal resto del paese, ma lo arricchisce. C’è una Calabria competente, non più ultima nelle classifiche economiche, ma prima in umanità. Questa Calabria è una risorsa non solo per noi che ci viviamo ma per tutti. È il segnale che ogni crisi si può superare, è l’esempio che oggi tutto il Paese aspetta. Dobbiamo imparare a portare alta, insieme la voce di questa Calabria che sorprende e che funziona.

Di Cinzia Ficco