J.J. Rousseau, o dell’ingratitudine (La Balena Bianca)

di Paolo Caloni, del 29 maggio 2017

Nel 1766 David Hume fece pubblicare un suo scambio di lettere con il signor J.J. Rousseau, tradotte ora per Rubbettino nel volume A proposito di Rousseau(presentazione di Lorenzo Infantino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017). L’occasione seguiva una breve ma intesa vicinanza fra i due pensatori che vale la pena ripercorrere per sommi capi. Rousseau era in cerca di protezione dopo essere stato condannato in Francia e in Svizzera a causa della sua opera, l’Émile, considerata sediziosa e contraria ai principi della morale. Tramite l’intervento della contessa de Boufflers, in contatto epistolare con Hume, Rousseau trova finalmente un amico disposto ad aiutarlo.

Hume in quegli anni era segretario d’ambasciata di Lord Hertford, nominato ambasciatore a Parigi, luogo dove il filosofo viene accolto in modo trionfale dagli intellettuali che ne conoscono e apprezzano la filosofia e la personalità.

Ed è proprio sul tema della personalità che si dispiega il rapporto fra Hume e Rousseau. Hume infatti si prodiga per aiutare lo sventurato pensatore ginevrino, ammirandone la genialità, nonostante, come avverte la nobildonna intermediatrice, nell’Émile siano esposti «molti principi contrari ai nostri». Lo scozzese scrive a Rousseau offrendogli i suoi servigi e promettendo un rifugio sicuro in Inghilterra. Il ginevrino ringrazia e insieme a Hume parte dalla Francia verso la libertà.

Nonostante alcuni capricci e bizzarrie comportamentali, sistemato e accasato in una casa isolata fuori Londra, Rousseau può finalmente condurre in pace la propria esistenza, lontano dalle persecuzioni cui è sottoposto sul continente. Hume è soddisfatto e, pur preoccupandosi del benessere del suo illustre ospite, mantiene rapporti distanti: Rousseau, dal canto suo, non fa altro che ringraziare il suo benefattore, il quale sta anche tentando di ottenere per l’amico una pensione dal Re d’Inghilterra. Intanto Horace Walpole, scrittore inglese, mosso dalla volontà di compiere una burla, scrive una finta letteranella quale il Re di Prussia rimprovera Rousseau di aver lasciato Ginevra e si rammarica che abbia rifiutato i suoi servigi. La lettera viene pubblicata sui giornali e circola in tutta Europa (praticamente una fake news: avvenimento che nel Settecento, forse, poteva essere motivo di gran divertimento fra i dotti). Anche Hume la legge, ma sa che è un triste scherzo organizzato da chi non apprezza il pensatore ginevrino. La reazione di Rousseau invece è di ben altro genere: dal momento in cui viene a conoscenza della lettera comincia la sua rivolta e il suo rifiuto nei confronti di Hume, il quale non è per nulla coinvolto nella burla.

Nella lettera più lunga ed interessante dell’epistolario si manifesta il delirio persecutorio e il profondo disagio di Rousseau. Hume viene accusato di averlo costretto al trasferimento per umiliarlo e soggiogarlo, di tenerlo lontano dalla vita pubblica, di leggergli la posta prima che gli venga recapitata, di aver architettato il complotto della lettera per averlo in suo potere e ridurlo al silenzio. Rousseau reinterpreta completamente il proprio rapporto con Hume in modi anche ingegnosi, ma che mistificano e contraddicono apertamente le lodi e gli apprezzamenti dichiarati nelle lettere precedenti. Hume è smarrito dalle accuse e dal suo tentativo di replica emerge chiaramente l’imbarazzo di non saper come rispondere a rimproveri tanto irragionevoli. Il rapporto fra i due si interrompe così in modo definitivo; Rousseau abbandonerà l’Inghilterra per tornare in Francia.

Malgrado la delusione, dopo essersi consultato con gli amici, Hume accetta l’idea di pubblicare il suo scambio epistolare con Rousseau nel tentativo di chiarire la propria buona fede e per sciogliere le contraddizioni e le menzogne dell’ultima e delirante missiva ricevuta. Nel resoconto che intervalla le lettere, il filosofo scozzese è costretto a riconoscere che «questa ostentazione di miseria e di angoscia estrema non è altro che una piccola ciarlataneria, di cui il signor Rousseau si serve con successo per rendersi interessante e per suscitare la commiserazione del pubblico». Un giudizio impietoso, considerata la nota bontà d’animo di Hume. Tuttavia, la pubblicazione di queste lettere è la vivida manifestazione di un’opposizione netta a un modo di argomentare e a una personalità controcorrente come quella di Rousseau, alla quale si aggiunge anche la sprezzante malignità di una lettera di Voltaire a Hume, riportata alla fine del volume, che ripercorre le millanterie del ginevrino.

Ebbene, oltre la descrizione della genesi di un dissidio che ha sorpreso l’opinione pubblica del tempo, l’interesse del carteggio risiede soprattutto nei suoi risvolti teorici.

Può, infatti, un contrasto nato da premesse tanto bizzarre essere la concretizzazione di uno scontro più profondo fra idee: fra una forma di totalitarismo democratico e un conservatorismo moderato?

Lo scontro è evocato anche da Friedrich von Hayek in un noto saggio Individualismo: quello vero e quello falso (Rubbettino, 1997), in cui Hume e Rousseau sono collocati agli antipodi. Quello del ginevrino è considerato un individualismo di ascendenza razionalista (la cui provenienza è cartesiana) che si trasforma nel proprio contrario, e dunque falso; Hume, invece, è interpretato come esponente di un individualismo correttamente inteso.

Al fondo dell’opposizione ci sarebbero due ideali di libertà politica e di razionalismo abissalmente diversi. Rousseau, che nel patto deliberato fra individui scorge la nascita della società politica, giustifica la priorità di una volontà generale, la quale, realizzandosi, nega la scelta razionale degli individui di associarsi.

Ciò comporta una sopravvalutazione della ragione, che, ignorando i propri limiti, guida verso la costruzione di una società dispotica dominata dalla volontà generale. L’unica libertà del singolo, infatti, corrisponderebbe al volere ciò che vuole la volontà generale: al fine di sradicare dalla società la sola possibilità del male, dell’errore e dell’irragionevolezza, la libertà individuale viene sacrificata.

Hume invece è rappresentante di quello che Hayek definisce un vero individualismo. L’analisi razionale dei limiti della ragione non comporta la sua dismissione, bensì il suo sviluppo individuale, senza pretendere di istituire patti o scelte razionali per la costruzione della società perfetta.

L’umiltà della ragione spinge ad inserirsi in un processo impersonale e spontaneo di liberi rapporti che si stabiliscono fra individui, ognuno guidato dall’interesse proprio (cosa ben diversa dall’avidità) e sottoposto solo alla rule of law. Dando origine ad un ordine sociale non voluto di collaborazione, gli esseri umani possono trovare un argine alla loro limitatezza e fallibilità. Dunque, Hume procede nella sua critica al razionalismo politico, individuando al fondo della politica l’obbedienza, l’autorità, la proprietà privata e l’equilibrio delle forze.

Nel breve scambio di lettere fra Hume e Rousseau si inserisce fra le righe questo sottotesto filosofico, che travalica il dissidio personale. Nella rottura così drastica fra i due pensatori emergono differenze caratteriali, ma soprattutto un’opposizione fra idee riguardanti l’uomo, la società e la politica – questioni concretissime – fra loro inconciliabili.