Isaiah Berlin, la vita e il pensiero. Commento di Giuliana Iurlano (informazionecorretta.com)

di Redazione, del 19 maggio 2018

Isaiah Berlin

La vita e il pensiero

All’amico Stuart Hampshire, che una volta gli disse di credere che fosse un socialista e un positivista, mentre invece si era rivelato un sionista, Isaiah Berlin scrisse: “Lo ero e lo sono: ora e sempre”. La vita di Berlin si accompagnò sempre con l’evoluzione della storia del movimento sionista fin dalle origini, perché fu sempre molto attento a sviluppare la sua identità russo-ebraica e a non rinunciarvi mai, soprattutto dopo la presa del potere dei bolscevichi in Russia, che giudicò una disgrazia per il suo paese. Comunque, i suoi studi a Oxford negli anni trenta lo allontanarono da quella realtà e lo avvicinarono, invece, a quella del sionismo e alla figura di Chaim Weizmann, soprattutto dopo il suo viaggio in Palestina e la conoscenza delle comunità ebraiche che vi si erano stanziate. 
In un secondo momento, ebbe l’opportunità di conoscere David Ben-Gurion e di venire a contatto con le due visioni contrapposte del futuro del movimento sionista: quella di Weizmann, che riteneva indispensabile la continuazione dell’appoggio di Londra, e quella di Ben-Gurion, che puntava, invece, al sostegno degli Stati Uniti. Berlin scelse Weizmann, per una sorta di radicata confidenza con la politica inglese e con l’ambiente culturale in cui svolgeva i suoi studi. Questa è, in sintesi, la prima parte dell’eccellente studio di Alessandro Della Casa, “Isaiah Berlin: la vita e il pensiero” (Rubbettino, 2018), che per la prima volta in Italia ci introduce all’interno del pensiero sionista del grande filosofo russo, un pensiero che è strettamente connesso allo sviluppo stesso della filosofia berliniana. 
Il pensiero sionista di Berlin si scontrò, ad un certo punto, con la Shoah. Fu un’esperienza che lasciò un segno in Berlin, un segno di natura particolare. Sostenne, infatti, la posizione di Roosevelt, il quale riteneva che le proteste fossero dannose per gli interessi del sionismo e che l’eventuale bombardamento dei campi di sterminio non fosse efficace rispetto alla vittoria totale finale. Ciò lo allontanò dai programmi di Ben-Gurion, tanto che, dopo la nascita di Israele, Berlin dichiarò che “sarebbe stato un sionista della diaspora”. 
Nei suoi numerosi studi sull’ebraismo Berlin non tralasciò mai di insistere sul dato fondamentale della storia ebraica contemporanea: l’impossibilità dell’assimilazione e la tragedia che derivò da quella fallace speranza, coltivata soprattutto dagli ebrei tedeschi, così come la modernizzazione aveva svuotato le comunità ebraiche dell’Europa orientale dei “valori ebraici” tradizionali che avevano conservato e coltivato per molti secoli. 

Tuttavia, la nascita di Israele aveva in qualche modo ricomposto l’anima fratturata dell’ebraismo, tanto che, scrive Della Casa, “Berlin aveva ritenuto una conseguenza positiva del successo sionista che gli ebrei non dovessero più curarsi incessantemente dell’opinione altrui”. Nello stesso tempo, però, egli fu contrario al processo Eichmann e alla sua esecuzione. In quella circostanza Berlin ebbe una reazione molto sgradevole. Scrisse: “Gli ebrei hanno la loro vittima. Sangue per sangue, sei milioni di ebrei per uno, ora l’atto è compiuto ed è tempo che essi smettano di annoiare il mondo con l’infinito ricordo degli orrori che hanno subìto”. Eppure – è il caso di aggiungere – era stato proprio Berlin a sottolineare nei suoi scritti la fine della tragedia millenaria ebraica come punto di partenza per la rinascita del popolo ebraico riunito. L’esecuzione del criminale nazista avrebbe dovuto essere considerata il simbolo della rottura definitiva della continuità della persecuzione anti-ebraica. 

Ma Berlin non fu di quest’avviso. In realtà, il suo sionismo fu “a scartamento ridotto”, per usare un termine ferroviario, per quanto egli seguisse con estrema attenzione le vicende dello Stato ebraico nel conflitto con gli arabi e si commuovesse di fronte alla stretta di mano tra Rabin e Arafat a Oslo. Purtroppo non fece in tempo a valutare la falsità del terrorista Arafat nel corso degli anni successivi.