Io sono John Fonte (Vita da Editor)

di Giovanni Turi, del 27 settembre 2017

Pubblicata da Rubbettino la biografia di Eduardo Margaretto sullo scrittore statunitense, Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante Scritta originariamente in spagnolo, è uscita nella collana Velvet della Rubettino Editore la biografia di Eduardo Margaretto sull’autore di long-seller quali Chiedi alla polvere o La confraternita dell’uva: la traduzione è di Maria Pina Iannuzzi, il titolo Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante. Si tratta di un’accurata analisi della vita e dell’opera di Fante che rintraccia le ragioni della sua rabbia costante nella condizione di escluso dovuta alle origini italiane dei suoi antenati: «si sentì sempre diverso, e non cessò di scontrarsi con l’ambiente che lo circondava, nel quale contraddittoriamente, voleva sentirsi pienamente integrato». Nasce anche da questo sentimento contrastante uno degli aspetti più importanti del suo romanzo d’esordio, La strada per Los Angeles, che lo rese indigesto a molti editori, tanto che verrà pubblicato postumo: «Fante ha il coraggio di dare testimonianza di quei destini sballottati dalla miseria, dalle umilianti condizioni imposte dalla Grande Depressione, essendo tuttavia cosciente che a quell’epoca pochi americani volessero ascoltare le sventure dei loro vicini [gli immigrati]. […] quel libro che raccoglie le follie di un giovane scrittore che cerca di sopravvivere a Los Angeles non fu pubblicato perché il romanzo era troppo avanti per l’epoca, era più postmoderno che moderno, un precoce, furente e impubblicabile Giovane Holden». Non chiamarmi bastardo_E_ Margaretto_OKMargaretto pone dunque molta attenzione anche nel ricostruire il contesto ambientale in cui cresce lo scrittore e cerca di sviscerare quel rapporto di adorazione e odio che lo lega ai suoi genitori: il padre muratore, che aveva abbandonato l’Abruzzo per gli States senza ottenere altro che fame e privazioni, e la madre, la cui superstizione religiosa e sottomissione al marito ne fanno per il figlio un enigma. La giovinezza di John Fante si consuma dunque nell’incomprensione, nel rancore e nella miseria, rischiarate soltanto dalla caparbia ostinazione nel volersi affermare nel mondo letterario: «Sentirsi scrittore, credersi scrittore, essere scrittore, era così che trovava la forza per alzarsi ogni mattina e lasciarci le penne in quell’industria del pesce. Mentre carica sacchi di sale da quaranta chili, rimuove con una pala grandi pezzi di ghiaccio o mette casse e casse sui nastri trasportatori per venticinque centesimi l’ora, i suoi compagni non smettono di prenderlo in giro: “Ehi, scrittore!”, urlano portandosi una mano sui genitali». In realtà le cose non andranno meglio nemmeno dopo la pubblicazione di Aspetta primavera, Bandini, che pure fu ben accolto dalla critica e gli aprì le porte di Hollywood come sceneggiatore; in una lettera confessa che «scrivere per il cinema è tutt’altra cosa dallo scrivere libri» e alla rabbia si sostituisce la frustrazione, l’amarezza di star svendendo il proprio talento – giungerà ad autodenigrarsi con l’appellativo di “puttana di Hollywood”. Merito di Eduardo Margaretto, oltre ad aver delineato un profilo completo dell’autore che potrà essere apprezzato da fantiani e non, è anche quello di non lesinare i puntuali riscontri autobiografici nei romanzi e nei racconti, consapevole della costanza con cui Fante «prendeva la materia prima della vita e la trasformava in qualcosa di più profondo». Numerosi anche gli estratti dalle lettere alla madre e agli amici, in particolare a Henry Louis Mencken, consulente editoriale che fece pubblicare il suo primo racconto e con il quale intessette un incrollabile rapporto di stima e di confidenza – così come Francis Scott Fitzgerald aveva trovato uno dei suoi numi tutelari nell’editor Maxwell Perkins, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza ora pubblicata da minimum fax; tuttavia sia per Fante sia per Fitzgerald, nonostante il loro innegabile talento, la vita fu avara di gratificazioni in ambito letterario e tutt’altro che semplice: occorre forse ricordarlo ai tanti che dichiarano che oggi non ci siano le condizioni per potersi dedicare serenamente alla scrittura. Forse non ci sono mai state.