"Internazionalismo liberale" di Guido Lenzi (ilfoglio.it )

di Redazione, del 05 giugno 2014

Internazionalismo Liberale

Attori e scenari del mondo globale

da ilfoglio.it del 5 Giugno

Guido Lenzi è ambasciatore ed ex direttore dell’Istituto europeo di studi di sicurezza a Parigi, oltre che rappresentante permanente presso l’Osce a Vienna. Questo suo libro si apre ricordando la famosa profezia di Fukuyama sulla fine della storia dopo la caduta del Muro di Berlino, e si chiude con la speranza che la cultura liberale possa continuare a confidare nel fatto che la storia sia ancora dalla sua parte, anche se l’occidente non può “contare sulla sola forza intrinseca delle proprie idee, disperse in mille rivoli”. Nel mezzo, un quarto di secolo nel quale nessun nuovo vero ordine mondiale è riuscito a sostituirsi a quello basato sull’equilibrio del terrore, peraltro dissoltosi senza rimpianti. Dopo il Muro sono cadute le Torri e, metaforicamente, le frontiere. Le ideologie si sono disintegrate. Nuove questioni ecologiche, nella più ampia accezione del termine, sono venute alla ribalta. Ma dopo le autodeterminazioni nazionali ottocentesche, le due guerre mondiali e le decolonizzazioni, la scena mondiale è stata saturata da una miriade di nuovi attori, statuali e non, legittimi e non, perfino criminali. Per questo in molti parlano di incomprensibilità, e una delle metafore che vanno per la maggiore è quella baumaniana del “mondo liquido”. In realtà, sostiene Lenzi, stiamo assistendo non tanto alla fine, quanto a un’accelerazione della storia, il che comporta nuove difficoltà di adattamento. Non solo perché gli spazi si sono dilatati smisuratamente, ma perché gli attori sembrano agire tutti sullo stesso piano: “I rapporti non sono più ‘verticali’, ordinati gerarchicamente, sulla base di una delega di autorità e responsabilità, bensì sono diventati ‘orizzontali’, in rete, in una miriade di interconnessioni”. Quello attuale è un periodo storico altamente sperimentale, la cui configurazione dei rapporti internazionali potrebbe anche corrispondere a qualcosa che l’occidente aveva invocato a gran voce sin dalla fine dell’Ancien Régime: dall’illuminismo degli albori seicenteschi britannici e americani passando per la rivoluzione francese, il cosmopolitismo kantiano, l’epopea napoleonica, il concerto delle nazioni del Congresso di Vienna, l’idealismo hegeliano, il positivismo di Comte, fino ai Quattordici punti di Wilson e alle Nazioni Unite di Roosevelt.

In questa lunga transizione la caratteristica dominante è l’imprevedibilità, che ha dilatato gli interstizi in cui possono infiltrarsi comportamenti apolitici, se non illegali o apertamente criminali, e che rovescia spesso il sogno in incubo. Ma è un periodo di passaggio – ammesso che esistano periodi che non lo sono – al termine del quale potrebbeb emergere un utilitarismo di nuovo conio che la filosofia politica definisce “internazionalismo liberale”: sistema di sicurezza complessivo e collaborativo, non antagonistico. Lenzi pensa a un “contratto sociale internazionale che cerchi ispirazione e alimento nel recupero di formule neoimperiali, neomedievali”. Dal punto di vista giuridico, il modello dovrebbe essere quello della Common Law, mentre dal punto di vista ideologico Lenzi auspica un “realismo etico” ispirato a Kennan e Morgenthau “che riassuma in sé la prospettiva ideale e la prudenza dell’azione concreta, l’utopia e la precauzione, riconciliando Machiavelli e Kant, Max Weber e Carl Schmitt, con l’aggiunta del pensiero cristiano di Jacques Maritain e Reinhold Niebuhr (e del nostro Sturzo)”. Visioni ideali al posto delle ideologie, che facciano dimenticare certe utopie fuori tempo massimo o le stanche dispute “tra anciens e modernes, tra religiosità e laicità”.

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