Inglesi. Made in Roma (Liberal)

di Redazione, del 17 aprile 2012

Da Liberal - 17 aprile 2012
[...] Non un testo per specialisti ma l’intervento di uno dei più importanti intellettuali inglesi del tempo che sente il bisogno di scrivere per illuminare il lato nascosto, dimenticato della storia del suo paese.
Esce “Una breve storia d’Inghilterra”, scritto, durante la prima guerra mondiale, dal punto di vista del pubblico. Ne anticipiamo un brano.
I debiti verso l’Impero Romano (e verso il cristianesimo) di un popolo dall’animo tormentato come le sue coste

Qualcuno si domanderà perché abbia accettato, benché la consideri una sorta di sfida, di scrivere, fra le altre mie cose, un libro sulla storia inglese che non ha particolari pretese accademiche ma vuole essere opera di un semplice appartenente al pubblico dei lettori.

Posso rispondere affermando che conosco abbastanza bene questo argomento per sapere una cosa: non esiste alcuna storia d’Inghilterra scritta dal punto di vista del pubblico. La cosiddetta storia popolare dovrebbe essere più giustamente detta antipopolare. Tutte queste opere sono scritte, quasi senza alcuna eccezione, contro il popolo; in questi testi o lo si ignora o si tende studiatamente a dimostrarne i torti. È vero che Green (John Richard Green, 1837-1883, storico, ndt) ha dato al suo libro il titolo di Breve Storia degli Inglesi, tuttavia deve aver preso talmente sul serio la promessa di essere breve da non fare alcun accenno al popolo inglese. Ad esempio, egli dedica una parte consistente della sua opera alla “Inghilterra Puritana”. L’Inghilterra, però, non è mai stata puritana. Sarebbe come definire, del tutto scorrettamente, l’ascesa di Enrico di Navarra come l’inizio della Francia puritana. D’altra parte, qualcuno dei nostri storici più estremisti whig non avrebbe timore di vedere, nella campagna di Wexford e Drogheda l’Irlanda puritana. Ma è, soprattutto, riguardo al periodo medievale che le cosiddette storie popolari calpestano la storia del popolo. A questo proposito vi è una differenza quasi comica tra la mole di notizie fornite sugli ultimi due o tre secoli di storia inglese, nei quali nacque l’attuale sistema industriale, e ciò che è detto sui periodi precedenti, genericamente definiti medievali. Per dare un’idea della superficialità con la quale si racconta l’età delle abbazie e dei crociati, basterà un piccolo esempio. In un’enciclopedia indirizzata al grande pubblico apparsa qualche anno fa, in cui si professava di insegnare la storia inglese alle masse, vi erano alcuni ritratti dire. Non ci si poteva certo aspettare che fossero tutti autentici, così il mio interesse fu attirato da quelli che erano sicuramente immaginari. La letteratura contemporanea fornisce molti brillanti spunti per realizzare ritratti d’uomini come Enrico II o Edoardo I, tuttavia sembra che non solo non siano stati trovati ma neanche intravisti. Imbattendomi in un’immagine indicante Stefano di Blois, la mia vista cominciò a barcollare vedendolo indossare uno di quegli elmetti con i bordi di acciaio piegati come una mezzaluna che si portavano ai tempi delle gorgiere e delle calzamaglie. Ho più di un sospetto che gli autori abbiano utilizzato la testa di un qualche alabardiere traendola da scene tipo l’esecuzione di Maria Stuarda, tuttavia, il personaggio indossava un elmetto che era spacciato per medievale; insomma, ogni elmetto, purché fosse vecchio, andava bene per Stefano. Ora, supponiamo che i lettori di quell’enciclopedia abbiano cercato il ritratto di Carlo I e abbiano trovato la testa di un poliziotto. Supponiamo che la foto sia stata presa, senza tra l’altro che fosse cancellato l’elmetto moderno, da qualche istantanea dell’arresto di Mrs. Plankurst pubblicata sul Daily Sketch. Credo ragionevole ritenere che i lettori si sarebbero rifiutati di ritenerlo un ritratto in vita di Carlo I. Avrebbero sospettato che sotto ci fosse qualche pasticcio. Ebbene, il lasso di tempo che separava Stefano di Blois da Maria Stuarda è molto maggiore di quello che separa noi da Carlo I. La rivoluzione che interessò la società umana tra l’inizio delle crociate e la fine dell’età dei Tudor è incomparabilmente più grande e definitiva di ogni cambiamento intercorso tra noi e Carlo. E, soprattutto, quella rivoluzione dovrebbe essere il primo e l’ultimo avvenimento di cui dovrebbe trattare un’opera storica che si autodefinisce popolare. È la storia delle grandi conquiste del nostro popolo, oggi completamente perdute. Ora, in tutta modestia, darò dimostrazione di conoscere anche qualcos’altro della storia inglese; e credo di avere maggiori ragioni per farlo del tizio che ha operato lo scambio di cappello tra il crociato e l’alabardiere. Ma l’aspetto più curioso e significativo di questa dimenticanza, ma chiamiamola pure omissione riguardo alla società medievale risiede in un fatto che ho già avuto modo di notare. Il grande assente della cosiddetta storiografia popolare è proprio il popolo. La Magna Charta ad esempio, è descritta a ogni lavoratore, falegname, bottaio o muratore come una sorta di Grande Alca senza che gli sia detto che la sua mostruosa solitudine è dovuta al fatto che essa anticipò la storia piuttosto che seguirla. Non gli si insegna che l’intero sistema della società medievale si reggeva grazie alle pergamene su cui erano scritti gli statuti delle corporazioni; che la società si fondava su un sistema di carte più interessanti per lui della Magna Charta. Il falegname può avere avuto notizia di uno statuto concesso per la difesa degli interessi dei baroni ma non sa nulla di tutte le carte concesse ai falegnami, ai bottai e a tutti coloro che svolgevano mestieri simili. Utilizzando un altro esempio, gli studenti che studiano la storia sui testi scolastici, che tutto semplificano e sintetizzano, non hanno mai sentito parlare di un cittadino, cioè di un non nobile, fino a quando non gli sia apparso con una camicia ed un cappio intorno al collo. Non c’è dubbio che non hanno la più pallida idea di cosa volesse dire essere un cittadino nel Medioevo. Gli stessi commercianti dell’età vittoriana mai si sarebbero immaginati protagonisti di un’avventura come la battaglia di Courtrai in cui i mercanti medievali dovevano preoccuparsi, più che di conquistarsi il titolo di cavaliere, di non essere travolti dai cavalli dei loro nemici. Credo che a questo punto abbia più di un motivo per raccontare quel poco che so di una storia realmente accaduta. Una volta mi imbattei in un uomo che era stato allevato negli scantinati di una grande casa, nutrito di rifiuti e gravato di lavoro. Egli smise di credersi uno sventurato e la sua condizione gli divenne accettabile, grazie ad una storia che gli fu raccontata. La storia parlava di suo nonno, uno scimpanzè e di suo padre, un selvaggio che prima era vissuto nei boschi e poi era stato catturato e addomesticato, divenendo un essere quasi intelligente. Alla luce di questi fatti, egli poteva essere riconoscente verso chi gli aveva permesso di vivere in quella condizione semi umana e sentirsi più sollevato dalla speranza che dopo di lui l’evoluzione sarebbe continuata. È strano che i miei sospetti, e la successiva scoperta della falsità della storia, nacquero quando sentii tirare in ballo il sacro nome del Progresso. Ora ne so abbastanza della vita di quell’uomo per affermare che egli non aveva nulla a che fare con l’evoluzione ma che molto più banalmente era stato diseredato. Il suo albero genealogico era del tutto estraneo alle scimmie che, al massimo, vi si possono essere arrampicate; assomiglia piuttosto a quell’albero, di nome Dedishado, strappato alle sue radici e posto sullo scudo di un cavaliere senza nome.

La Provincia Britannica

La terra sulla quale ora viviamo un tempo aveva l’alto privilegio poetico di essere la fine del mondo. La sua estremità era l’ultima Thule, l’altro confine del nulla. Quando queste isole, perse tra le tenebre dei mari del nord, furono finalmente illuminate dalle potenti luci di Roma, chi le scoprì ebbe la sensazione, più per orgoglio che per desiderio di conquista, di aver toccato il più remoto frammento di mondo. Non era una sensazione sbagliata, anche da un punto di vista geografico. In questi territori posti alla fine del mondo conosciuto vi era realmente qualcosa di estremo. La Gran Bretagna non è tanto un’isola quanto un arcipelago, anzi è un labirinto di isole. In pochi altri paesi è possibile trovare un simile e strano intreccio di mare e terra, terra e mare. I grandi fiumi danno l’impressione non soltanto di incontrarsi nell’oceano ma di perdersi a cielo aperto l’uno nell’altro nelle colline: il territorio, benché sia nel complesso piatto, delinea verso ovest delle montagne che si sostengono reciprocamente; una tradizione molto antica porta i britannici a contemplare il tramonto alla ricerca di terre lontane. Gli abitanti sono in perfetta sintonia con le loro isole. Sono divisi in diverse nazioni: Scozzesi, Inglesi, Irlandesi, Gallesi dei territori montuosi occidentali e hanno complessivamente qualcosa di diverso dalla noiosa rettitudine delle popolazioni germaniche del continente o dal bon sens français, talvolta acuto, altre volte banale.Vi è qualcosa che unisce tutti i Britannici, qualcosa che neppure gli “Atti d’unione” hanno dissolto. La parola migliore che lo possa definire è insicurezza, una sensazione che si adatta a uomini che camminano sul ciglio delle scogliere, sempre al limite.

L’avventura, una solitaria predilezione per la libertà, un humour senza brio, sorprendono chi li critica e persino loro stessi. Le loro anime sono tormentate come le loro coste. Gli stranieri notano che spesso mostrano di provare imbarazzo. Negli Irlandesi probabilmente si rivela quando parlano, negli Inglesi quando pensano. La parola bull per gli Irlandesi, infatti, rappresenta una licenza linguistica. Per gli Inglesi la stessa parola indica sia John Bull, il rappresentante tipico della Nazione, che un bovino privo di intelligenza, provocando così un palese doppio senso. Le cose hanno sempre un doppio significato, come l’anima quando si specchia in acque diverse. Il popolo inglese è il meno devoto al sentimento della classicità; il senso dell’Impero che i Francesi esprimono tanto elegantemente e i Tedeschi tanto grossolanamente, essi lo conoscono appena. Sono costantemente colonizzatori ed emigranti ed è risaputo che si sentono a casa loro in ogni paese. Sono divisi tra l’amore per la loro terra e l’amore per qualcos’altro; di tutto ciò il mare è un po’ il simbolo. (...) Il grande, illuminato eroe che per primo conquistò la Gran Bretagna, fosse o no il distaccato semi Dio di Cesare e Cleopatra era certamente un Latino e quando vi arrivò descrisse queste isole con tutto il secco positivismo della sua penna di soldato. Tuttavia, anche i brevi resoconti che Giulio Cesare scrive sugli indigeni ci lasciano un senso di mistero che non è spiegabile solo con la nostra ignoranza dei fatti. Sembra che la loro società fosse organizzata sulla base di un oscuro sistema al cui vertice vi era una casta sacerdotale. Le pietre ora senza forma ancora disposte in figure simboliche testimoniano la presenza e l’attività di questa classe superiore. Probabilmente adoravano le divinità naturali; ma mentre questa fede originaria può essere citata per spiegare la costante presenza, nell’arte prodotta su queste isole, degli elementi naturali, il suo scontro con il pur tollerante Impero Romano fa pensare alla presenza di fenomeni che di solito si accompagnano alla adorazione per la natura, mi riferisco a pratiche innaturali. Ma su quasi tutti i problemi dai quali sono sorte tante controversie moderne, Cesare non dice nulla. Non ci dice se la lingua che essi utilizzavano fosse celtica; alcuni nomi di luoghi hanno anche fatto supporre che, almeno in parte, fosse già di ceppo teutonico. Non sono in grado di pronunciarmi sul grado di verità di ognuna di queste interpretazioni, mi voglio pronunciare invece sulla loro importanza; almeno per un mio piccolo e semplice scopo. A dire il vero la loro importanza è stata estremamente esagerata. Cesare dichiara di non volere dare niente di più di un rapido sguardo da viaggiatore; inoltre, quando molto tempo dopo i Romani fecero ritorno e trasformarono la Gran Bretagna in una loro provincia, continuarono a dimostrare una singolare indifferenza verso tutte le questioni che hanno appassionato tanti professori.
Erano interessati a prendere e dare alla Gran Bretagna ciò che avevano preso e dato alla Gallia.Non sappiamo se i Britannici allora, e di conseguenza ora, appartenessero a ceppo Iberico, Cimrico o Teutone. Sappiamo solo che per un breve periodo furono Romani. Di quando in quando si scopre nell’Inghilterra moderna qualche frammento di pavimento romano. Queste antichità più che accrescere, sembrano ridimensionare l’importanza dei Romani. Danno l’impressione di qualcosa di lontano che è invece molto vicino, di qualcosa che sembra morto ma che è ancora vivo. È come se si scrivesse l’epitaffio di una persona sulla sua porta di casa. L’epitaffio probabilmente conterrebbe un elogio, ma difficilmente sarebbe sincero. L’importante non è che la Francia e l’Inghilterra hanno resti romani, ma che sono resti romani. (...)

La Gran Bretagna è stata romana per quattrocento anni, più a lungo di quanto sia stata protestante e molto più a lungo di quanto non sia stata un paese industriale. È necessario spiegare brevemente cosa abbia significato essere romani, altrimenti ciò che accadde immediatamente dopo apparirebbe privo di senso. Far parte dell’Impero Romano non voleva dire essere sottomessi come lo è una tribù di selvaggi quando è schiavizzata da un’altra, né implicava qualcosa di simile all’orribile compiacimento mostrato dal cinismo dei politici dei nostri giorni di fronte alla decimazione degli Irlandesi. Sia i conquistatori sia i conquistati erano pagani ed entrambi avevano delle istituzioni che ai nostri occhi conferiscono al loro

paganesimo una certa disumanità; il trionfo dei vincitori, il mercato degli schiavi, la mancanza di tutto il romantico nazionalismo che troviamo nella storia moderna. Tuttavia, l’Impero Romano non distruggeva le nazioni, semmai le creava.

Originariamente i Britannici erano fieri di essere Romani, non di essere Britannici. La spada di Roma era come un grande magnete o meglio come un grande specchio circolare di acciaio in cui ogni popolo poteva riflettersi.

Gilbert K. Chesterton