Importare la democrazia
Sulla costituzione liberale italiana

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Collana: Storia politica
2009, pp 248
Rubbettino Editore
isbn: 8849823059
Tessendo l’elogio del governo rappresentativo J.S. Mill affermava però che una comunità “deve essere consenziente al regime politico che le viene destinato”; deve “possedere la volontà e la capacità indispensabili a garantirne l’esistenza”. Se questo non è, allora le istituzioni rappresentative sono di scarso valore, il popolo non è “adatto per la libertà” ed è necessario che le pubbliche autorità abbiano maggiori poteri repressivi. Nel suo Il comando impossibile Raffaele Romanelli aveva già sottolineato che con l’unificazione italiana era stata imposta la libertà ad un paese che non la conosceva, che in tanta parte non l’aveva chiesta e che per le forme in cui la ricevette la considerò un sopruso. A suo parere, molte peculiarità della moderna Italia vanno ricondotte a quel marchio d’origine, e ai modi in cui venne importata la democrazia. Soffermandosi qui su alcuni nodi della costituzione italiana ottocentesca – le idee costituzionali prima del 1848, gli atteggiamenti successivi verso la legge elettorale, il suffragio femminile, l’assetto da dare alla banca d’Italia, l’eterno nodo dei rapporti tra centro e periferia che oggi si ripropone sotto il nome di “federalismo” – l’autore ne conclude che le forme del governo libero non sono state mai molto popolari in Italia, e che nell’Ottocento le sue classi dirigenti, i suoi intellettuali politici guardavano con maggior simpatia a forme di governo e di rappresentanza diverse, semmai di tipo consultivo, comunque tutte imperniate su una visione organicistica e gerarchica del potere che si riteneva assai più confacente all’indole del Paese.