Il volto dell'Essere

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Collana: Varia
2005, pp 148
Rubbettino Editore, Fuori Catalogo
isbn: 8849813473
Prefazione di Prefazione di don Antonio Staglianò
Se l’Essere ha un volto, allora la domanda che interroga sull’Essere è: chi è l’Essere? La prospettiva svolta da S.E. Mons. Vincenzo Rimedio è personalista. Pur ripercorrendo le tappe più significative della parabola della “metafisica” (= la dottrina sull’ente in quanto ente), emerge chiara – nelle agili presentazioni delle proposte degli autori menzionati, dalla nascita della filosofia nella grecità classica, attraverso la svolta moderna, fino ai grandi pensatori contemporanei – la volontà di tratteggiare l’inevitabile conclusione, come un assunto di fondo che tesse la trama delle sue riflessioni, il leit motiv che lega strettamente la prima parte dell’opera alla sua lunga Appendice: la persona è il volto dell’Essere. È una verità che dischiude speranze per il futuro, nonostante i travagli del presente, dove proprio l’oblio dell’Essere nell’uomo rischia di portare l’umanità verso il baratro mortificante del nulla, del vuoto, verso la deriva insipiente del nichilismo. Le pagine che leggeremo con piacere (per chi ha il gusto della sintesi) mi appaiono come uno “sfogo cogitante” espresso ad alta voce di un pensatore credente, il quale, vivendo da Vescovo la propria impegnativa missione di evangelizzazione, non ha smesso di interessarsi di questioni solo apparentemente “speculative e teoriche”, solo apparentemente “inutili” all’iniziativa pastorale. La sua precedente trilogia sull’Essere testimonia che Mons. Rimedio ha voluto credere pensando e pensare credendo, sforzandosi di evidenziare la forza della teoria sulla prassi, l’importanza delle idee (non solo chiare, ma soprattutto vere) per l’azione. “Pensare l’agire” non è una perdita di tempo, ma è un modo necessario di amare le persone che si incontrano, le quali hanno fame anzitutto di interiorità, hanno sete di orientamenti profondi, hanno desiderio della Verità, la quale soltanto appaga la ricerca di senso della loro vita. La Fides et ratio di Giovanni Paolo II ha dato ragione al Vescovo emerito di Lamezia, riproponendo alle soglie del terzo millennio il recupero dell’impresa di sempre: pensare la fede per pensare la vita, utilizzare i percorsi della ragione per evitare che la pratica credente degeneri in magia e superstizione. Pensare, riflettere, dialogare con quanti pensano e percorrono i sentieri della sapienza filosofica è un atto d’amore alla vita, è il servizio non negligente dovuto alla fede: fides nisi cogitatur nulla est, la fede se non si pensa è nulla, diceva Sant’Agostino, perché la fede cattolica è fides quaerens intellectum, è fede che cerca l’intelligenza, sosteneva Sant’Anselmo e poi San Tommaso. Proprio in questa impresa deve essere contestualizzata la passione “filosofica” di Mons. Rimedio: ribadire lo spessore razionale della Rivelazione cristiana, enucleare il contenuto veritativo-metafisico del cristianesimo, sviscerare la valenza antropologica del Vangelo. Il Vangelo “custodisce” l’umano dell’uomo, perciò lo può offrire al mondo, lo può salvare e redimere: Cristo è l’uomo vero. L’umanesimo compiuto, quello integrale, quello vero, sta tutto qui: è il tema continuamente ripetuto nelle riflessioni dell’Appendice. Questa verità salvifica, accolta dalla fede, va proposta nell’annuncio (Kerigma), vissuta nel culto rituale (liturgia), testimoniata attraverso l’amore (carità) e ora – nella società complessa, globale, multietnica e multireligiosa, postmoderna – deve essere con più criticità mediata culturalmente. Se Cristo è l’uomo vero, se egli è la chiave del criptogramma umano, con quali parole si potrà annunciarlo all’uomo di oggi? La prassi dell’amore, la testimonianza della santità è via privilegiata, lo sappiamo. Conosciamo però anche l’alto grado di complicazione del linguaggio in cui gli uomini di oggi sono avviluppati. È nota soprattutto la crisi delle evidenze etiche che giustifica quella diffusa perdita di esperienza nel tempo in cui gli uomini – divenuti “maggiorenni” dall’Illuminismo in poi – ritengono di poter far da soli, di non aver bisogno di nessuna Rivelazione positiva, ma nemmeno di quella creaturale, di nessuna luce, se non quella della loro ragione autonoma. Tuttavia, il disastro delle guerre, la paura di un mondo tecnocratico che non fa più respirare i valori dell’esistenza, l’odierno terrorismo internazionale, dimostrano a molti che la ragione dell’Illuminismo va rivisitata proprio nel suo nucleo incandescente: il rifiuto della luce dell’Essere, la negazione della metafisica. La ragione moderna va smentita nel suo esito infelice: il nichilismo, che non solo oscura il volto dell’Essere, ma ne nega totalmente ogni espressione. La riflessione di Mons. Rimedio dà un notevole contributo a questa rivisitazione e a questa smentita. Il suo è anzitutto un apporto di “mediazione linguistica”, poiché il dettato è profondo, ma agevole ed accessibile: non è facile presentare autori di una certa consistenza teoretica, come Aristotele, Tommaso Campanella, Rosmini, Heidegger, E. Stein, tra gli altri. Il suo è però anche un apporto di contenuto metafisico-antropologico interessante: Egli stringe fortemente il nesso tra L’Essere e l’uomo. I “sentieri dell’Essere” sono quelli dell’uomo: rispondono alla questione antropologica fondamentale circa il senso della vita umana. Questo legame tra Essere-uomo – tipico della svolta verso il soggetto della modernità – non è pensato a discapito dell’Essere (come purtroppo avviene in tanta parte della filosofia contemporanea), ma a favore dell’Essere e a tutto vantaggio dell’uomo. Solo l’uomo è la via dell’Essere, perché l’Essere è nell’uomo, si manifesta nell’uomo (qui preso come vertice di tutta la creazione, nelle cui meraviglie – dice sin dalle prime pagine Mons. Rimedio – splende il volto dell’Essere). Ma se l’uomo non è una monade individualisitica (senza porte e senza finestre) chiuso nel suo autarchico individualismo, allora l’, relazione sostanziale o una sostanza relazionale, un esse ad, una persona. L’uomo è persona: affermazione fondamentale del personalismo contemporaneo che il Vescovo condivide con Rosmini, Mounier, Maritain. La persona però è il guadagno della tradizione cristiana, suo dono prezioso alla storia del pensiero, allo svolgimento della filosofia. Per la via della persona, dell’essere personale dell’uomo, costituito ad “immagine e somiglianza di Dio”, si può percorrere un sentiero ininterrotto che porta a contemplare il maestoso disegno di Dio sulla creazione e sull’uomo, la strutturale simbolicità dell’essere umano e dei segni naturali che lo circondano, la luce dell’Essere che splende alla mente dell’uomo e lo rende intelligente, capace di intelligere, di legare, di stabilire relazioni significative su ogni cosa, tra ogni cosa, dentro il tutto, colto anche “come tutto”, in una tensione trascendentale che lo fa inquieto, lo pone alla ricerca, lo stimola ad andar sempre oltre, mai pago, comunque bisognoso. Sì, diciamo con Rosmini: “l’uomo non è grande se non perché è bisognoso”. Questo bisogno strutturale che lo costituisce e determina è l’anima profonda del suo essere personale: l’uomo è esse ad, relazione; l’Essere si manifesta in lui, realmente. L’uomo però non è l’Essere, ma partecipazione dell’Essere. L’Essere non è l’uomo: l’Essere è Dio, Ipsum Esse subsistens, perché Dio è, Dio è l’Essere. Insomma, l’Essere che si predica di Dio, trova però in Dio la sua più alta determinazione. Così si sfugge alla critica svolta da Heidegger alla onto-teologia che avrebbe richiuso e costretto Dio in un concetto, fosse pure quello più nobile, il concetto dell’Essere. L’Essere dice Dio, ma di più è Dio a dire l’essere. Qui, direttamente, la metafisica filosofica incrocia la Rivelazione cristiana e il dialogo tra filosofia e teologia si snoda in un circolarità feconda. Ecco perché Mons Rimedio ha bisogno per andare avanti nella sua riflessione di ricorrere al pensiero non solo dei maestri insuperabili del passato (Agostino, Tommaso, Bonaventura, Gioacchino da Fiore, Rosmini), ma anche di grandi teologi contemporanei come H.Urs von Balthasar, K. Hemmerle, G. Mondin, B. Forte e P. Coda. L’accostamento del mio nome a questa “nobile schiera di teologi” è solo segno dell’amabile bontà dell’Autore di questa opera, del bene che immeritatamente mi vuole e che io filialmente contraccambio, ringraziandolo per aver Egli voluto accogliere la sfida di “aiutare a pensare” l’Essere trinitariamente. Chi è l’Essere? L’Essere è Dio e Dio è l’Amore, la Trinità delle persone del Padre, del Figlio e dello Spirito, la comunione del Padre che manda il Figlio e dona lo Spirito, il circuitare pericoretico, immanente in Dio, che nello Spirito – nella libertà dell’amore – diventa estatico e si travasa nell’altro da Dio fuori di Dio, l’uomo della “sua” bellezza, l’uomo delle sue compiacenze, l’uomo dell’umanesimo vero, l’uomo vero, Dio-nel-Figlio-fuori-di-Dio, l’uomo Gesù di Nazareth identico a Dio, tutta la nostra gioia per un futuro più felice e più umano, tutta la nostra speranza dentro la morte come certezza di resistere nella vita eterna: proprio là, dove il volto dell’Essere apparirà senza nessun velo e noi vedremo Dio “faccia a faccia”, contempleremo Dio nel suo volto assoluto, il volto trinitario dell’Essere. Allora si eleverà il canto vero all’Amore e sarà come il roveto ardente “che arde e non si consuma”.