Il trionfo dell’antipolitica? Ma, per Leonardo Facco, Grillo non è la soluzione ()

di Redazione, del 24 aprile 2012

Il successo del partito di Marine Le Pen in Francia è stato salutato da tutti come l’ennesima prova di quella disaffezione (ma sarebbe meglio definirla ostilità) nei confronti della politica che agita l’Europa. In Italia, Beppe Grillo ha, nei giorni passati, fatto presente ai media il nuovo peso raggiunto dal suo partito. Insomma, sembra proprio che la politica, quella che abbiamo conosciuto finora, abbia perso smalto e che i cittadini cerchino soluzioni alternative. Il rischio tuttavia è che queste soluzioni si configurino solo come un ritorno al passato.
A segnalare il rischio è Leonardo Facco, autore per Rubbettino di un irriverente Elogio dell’antipolitica, in libreria in questi giorni. Abbiamo chiesto a Facco un parere a partire dalle tesi del libro su questi temi. Il brano che riportiamo integralmente sotto è liberamente riproducibile citando la fonte:

Ora tutti parlano di “antipolitica” e, perlopiù, lo fanno a sproposito. Tacciano Beppe Grillo, ad esempio, di essere l’emblema dell’antipolitica, quando invece il comico genovese fa politica da anni, coinvolgendo giovani e meno giovani nelle amministrazioni locali e, prossimamente, facendo correre il Movimento 5 stelle alle elezioni politiche. Basta leggere il programma del M5S, impregnato di statalismo e collettivismo, per rendersi conto che esso rappresenta niente più che l’ennesima evoluzione di un’ideologia, quella keynesiana  e statolatria, che ha in Stiglitz e Krugman i degni eredi del disastro economico-sociale che stiamo vivendo.
L’antipolitica è un’altra cosa. Non è la protesta demagogica insegnata dal personaggio pubblico di turno, si chiami Grillo, Di Pietro o Vattalapesca. L’antipolitica è il libero mercato, ovvero la riappropriazione da parte della tanto decantata “società civile” di quegli spazi che le camarille e le consorterie politiche occupano democraticamente, per volere del popolo (come dicono loro). L’antipolitica è il ritorno al buon senso.
L’antipolitica è quella che mette in dubbio il mito della democrazia come sistema insostituibile, che regge solo per i seguenti due motivi:
1 – è alimentato da una macchina propagandistica gigantesca che da decenni martella il cervello delle persone con il messaggio: democrazia è bello;
2 – è messo subdolamente in alternativa con il concetto di dittatura nel senso che, se una persona afferma di essere contro la democrazia, allora, per non si sa quale logica mirabile, è implicitamente catalogato tra coloro che sono a favore della dittatura. Una specie di ricatto ideologico.
In presenza di questi due presupposti si possono fare le seguenti due considerazioni:
1 – il martellamento a favore della democrazia, attraverso cui si arriva al dato di fatto che è politicamente corretto e indispensabile parlarne sempre e comunque bene, è molto simile al martellamento subito per 70 anni dai cittadini dell’ex-Unione Sovietica dal messaggio-mito “il comunismo è bello”. Questo nonostante i massacri, le purghe, il dissesto morale, sociale ed economico, l’asservimento di un intero popolo;
2 – per quanto riguarda l’alternativa nuda e cruda (e per questo fasulla), democrazia o dittatura, già nell’Ottocento, Alexis de Tocqueville affermava che “Il potere di fare e disfare che io rifiuto di accordare ad un singolo individuo [la dittatura] non lo concederei mai a parecchi individui [la democrazia]”.
In sostanza, detto con parole “antipolitiche”, non c’è distinzione teorica tra democrazia e dittatura, essendo entrambe forme di tirannia, esercitate in modo diverso, certo.
Per quanto riguarda l’affermazione su quanto stupenda sia la democrazia, basta solo guardarsi intorno e rendersi conto che la democrazia è davvero la lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi la cassa generale, per ottenere favori da parte di un gruppo a discapito di tutti gli altri. Questo concetto, lo spiegò assai bene Frédéric Bastiat alla metà del Diciannovesimo secolo. Attraverso la democrazia i peggiori, cioè quelli più affamati di potere, si fanno eleggere promettendo mari e monti ad un popolo di illusi e di imbranati che non vogliono prendersi cura di risolvere i propri problemi e sperano che una schiera di eletti faccia meglio di loro. In cambio si aspettano di ricevere quote delle ruberie dalla fazione che risulta vincente.
Insomma, per chi ha studiato Hans Hermann Hoppe, la democrazia è molto peggio di una monarchia ereditaria. In una monarchia ereditaria poteva capitare che, tra tante generazioni che si succedevano sul trono, vi fossero persone intelligenti e tutto sommato pregevoli. E anche quelli spregevoli dovevano fare attenzione a non inimicarsi né il popolo (da cui potevano essere cacciati o addirittura ghigliottinati), né Dio (da cui potevano essere sconfessati e scomunicati tramite la Chiesa ). Invece con la democrazia i peggiori prevalgono sempre senza che corrano molti rischi; al più saranno sostituiti alle prossime elezioni (capita sempre più di rado) da un' altra fazione dopo avere, nel frattempo, svaligiato la cassa (moltiplicando il debito statale) e introdotto misure che garantiscano loro posti e prebende.
E così la democrazia è la lotta all’ultimo coltello tra fazioni contrapposte per il bottino, seguendo la cosiddetta legge della giungla, se non fosse che nella giungla non avvengono le nefandezze e le porcherie che ci sono, in maniera costante e abominevole, sotto il regime della democrazia. Dove quello che dice di fare il tuo bene e di curare gli interessi generali è lì solo per spennarti ben bene e curare i suoi propri (sporchi) interessi a danno di tutti. Ricapitolando, la democrazia è la dittatura dei più forti e corrotti contro i più deboli e ingenui; è una lotta fra caste che si caratterizza per un contrasto permanente tra gruppi di parte (che per questo si chiamano partiti) che vogliono prevalere l’uno sull’altro perché solo prevalendo possono dominare tutti (questo è il dogma della democrazia) ed estorcere risorse da tutti. Lo scandalo dei rimborsi elettorali è il sale della democrazia.
L’antipolitica ha il coraggio di sostenere che quelli che vi dicono che la democrazia opera per il bene comune sono solo dei briganti infiltratisi nelle caste. L’antipolitica elogia l’individuo, non lo Stato, l’azione umana e la “prasseologia”, non la pianificazione. Ci sono su Internet scritti a non finire su questi temi e ci sono proposte e percorsi diversi che suggeriscono di sostituire al potere della massa (democrazia) quello dell’individuo, della persona responsabile e libera di interagire con altri in società consensuali e non dittatoriali.
In ogni caso, il criterio distintivo di chi pensa “antipolitico” è l’usare la propria testa, il credere che la libertà sia il valore supremo, ma che non vi sia libertà senza responsabilità. Charles Bukowski, scrittore sui generis, usava dire quanto segue: “La differenza tra una democrazia ed una dittatura è che in una democrazia prima voti e poi prendi ordini. In una dittatura non devi perdere tempo a votare”! Bukowski è più antipolitico di Beppe Grillo.