Il seminario di Siena: da arcivescovile a regionale
1614-1953/1953-2003

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Collana: Varia
2003, pp 382
Rubbettino Editore, Fuori Catalogo
isbn: 8849806787
Nei decenni successivi al Concilio di Trento, molte diocesi italiane applicarono quello che venne spesso considerato uno dei decreti più significativi dello stesso Concilio, il testo con cui si chiedeva ai vescovi di provvedere ad aprire nelle loro diocesi una casa in cui raccogliere i candidati al sacerdozio per offrire loro una formazione più adatta ai ruoli che avrebbero dovuto ricoprire. Sfogliando gli annuari pontifici, si constata che l’Italia fu all’avanguardia nella applicazione del decreto, grazie soprattutto a san Carlo Borromeo che non solo diede l’esempio operando nella diocesi di Milano, ma collaborò in più occasioni con le varie diocesi limitrofe e preparò un regolamento di vita per i seminaristi che sarebbe diventato il punto di riferimento assoluto per i seminari italiani e l’esempio da imitare per i successivi quattro secoli della storia della Chiesa. Quando però si leggono le relazioni che i vescovi mandano periodicamente a Roma per informare sullo stato della loro diocesi, si ha spesso la sorpresa di trovare che in una diocesi dove alcuni decenni prima era stato costituito il seminario, il nuovo vescovo comunica di avere a sua volta fondato il seminario. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di millantato credito: semplicemente, lo zelo iniziale del vescovo tridentino, che ha provveduto all’apertura del seminario, si è poi scontrato con difficoltà di ogni tipo, di carattere economico o altro. In effetti, non era tanto semplice per il vescovo reperire i fondi necessari per consentire alla nuova istituzione di accogliere gli alunni, di pagare le spese degli edifici, di dare un congruo stipendio ai docenti (e spesso non si riusciva neppure a trovarli). Subentravano poi conflitti interni con le scuole già attivate, spesso con i canonici delle cattedrali che avevano a loro volta delle scuole in cui provvedevano a dare qualche formazione ai futuri preti. Le conseguenze erano allora prevedibili: quel seminario aperto dopo il Concilio, veniva poi chiuso, o lasciato languire, nei decenni successivi, rendendo necessaria una nuova fondazione. Di tali vicende abbiamo notizia in molte opere dedicate alla storia dei singoli seminari. A partire soprattutto da fine Ottocento e nei decenni successivi, non sono pochi i seminari che dedicano qualche attenzione alla loro storia, spesso in occasione dei centenari della loro istituzione. Tali opere risentono dei modelli storiografici del tempo. La storia della Chiesa è scomparsa dalle facoltà universitarie statali ed è confinata nelle istituzioni ecclesiastiche, un certo clima generale ostile al mondo cattolico spinge gli storici a un lavoro sostanzialmente apologetico, i ricercatori che in quel periodo operano all’interno della Chiesa, quali un Lanzoni o un Duchesne, per fare solo due nomi, e che sulla base di una ricca documentazione archivistica mettono in causa vecchie e venerande tradizioni, spesso ai confini della leggenda, vengono considerati come i nuovi pericolosi iconoclasti, spingendo a un’ulteriore opera apologetica. Anche le storie dei seminari risentono di tale clima, spesso hanno come scopo primario di raccontare i grandi fasti dell’istituzione, di presentare i nomi dei personaggi cresciuti in quel seminario e poi assurti ai vertici della gerarchia ecclesiastica. La cosa è del tutto comprensibile, il clima culturale non facilita altri modelli storiografici e le vicende ecclesiali del XX secolo, prima con la crisi modernista e la conseguente paralisi del lavoro scientifico, poi con il regime fascista che auspica lo studio apologetico della società cristiana per poi esaltare i fasti della terza Roma, incrementano quel tipo di ricerca e di mentalità. I cambiamenti di mentalità e di metodi saranno piuttosto lenti. Certo, non sono mai mancati gli editori di testi, gli esperti di archivi che hanno sistematicamente portato alla luce documenti di grande interesse, aprendo continuamente orizzonti nuovi alla ricerca. Uno dei gesti più noti del pontificato di Leone XIII fu proprio l’apertura agli studiosi degli archivi vaticani. Il papa dichiarava contestualmente che la Chiesa non ha nulla da temere dalla verità, e che fare apologetica non significa nascondere la realtà, ma farla conoscere. Questo non significa che a partire da quel momento tutti gli archivi vaticani siano stati aperti a tutti: ma certamente la scelta di papa Pecci ebbe conseguenze di grande rilievo per lo studio della storia della Chiesa. Ci volle però parecchio tempo prima che di quella scelta si potessero vedere gli effetti anche a livello locale. Molto spesso gli archivi diocesani, e quelli dei seminari, erano in stato di pietoso abbandono, per mancanza di mezzi e di personale. Oppure erano diventati quasi feudo personale di qualche archivista, che applicava ai ricercatori un suo riservato regolamento di consultazione, o meglio di non consultazione. D’altra parte, si trattava anche di salvaguardare un patrimonio archivistico spesso di grande valore. Il fatto che molti archivi non fossero né inventariati né catalogati, rendeva possibili i furti e le asportazioni più varie. Molti ricercatori hanno fatto l’esperienza di trovare su bancarelle documenti importanti sottratti agli archivi ecclesiastici, o addirittura pagine miniate tagliate da antichi lezionari, antifonari o messali. Negli ultimi decenni, molte diocesi hanno provveduto a rendere accessibili i loro archivi, preparandone gli inventari, organizzando la documentazione in modo da renderla sempre più accessibile e fruibile. È evidente che si trattava di un passaggio obbligato anche per il rinnovamento della ricerca: e i frutti sono ormai ben visibili. La storia locale si è profondamente rinnovata, molte diocesi hanno pubblicato saggi e ricerche scientificamente ineccepibili, ricche di documentazione, e che rappresentano strumenti fondamentali non solo per la storia religiosa. Tali premesse ci servono per capire meglio il senso del lavoro svolto e in svolgimento nella diocesi di Siena negli ultimi anni. Le tappe sono state significative: riordino della biblioteca del seminario, catalogazione della documentazione archivistica e immediato uso della stessa, prima con dei convegni che hanno visto la partecipazione di studiosi di diverse provenienze ed estrazione culturale, rendendo possibile un confronto tra il lavoro svolto in loco e lavori analoghi organizzati in altre sedi, poi con i primi saggi dedicati allo studio della storia locale, utilizzando la documentazione reperita e riorganizzata. Il presente volume costituisce un ulteriore passo sulla via intrapresa. Siena rappresenta un luogo di convergenza di vari influssi. Nei diversi seminari senesi vi sono rettori che sentono maggiormente il riferimento ai modelli di san Carlo, con i tre grandi cardini di ogni regolamento: pietà, studio, disciplina, ma non dimenticano lo stile meno austero di san Filippo Neri. In anni successivi qualche vescovo avrebbe subito l’influsso dei regolamenti di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Altri considerano il seminario il luogo della fuga dal mondo, il giovane come un fragile strumento su cui modellare la persona che dovrà rappresentare l’alter Christus, risentono dell’influsso della scuola francese del XVII secolo, con la grande spiritualità dei sulpiziani; ma non possono sfuggire, in seguito, al riformismo leopoldino. Soprattutto, non possono dimenticare che il seminario non è solo il luogo di formazione dei futuri preti, ma anche della futura classe dirigente. In effetti, molti seminari italiani si presentano come “misti”, ammettono cioè nel loro interno sia i candidati al sacerdozio, sia quanti intendono solo approfittare dell’unico luogo di formazione culturale per svolgere i loro studi. Spesso si tratta anche di una ragione economica: la presenza di convittori di estrazione nobile o borghese, in grado di pagare la retta, permette al seminario di risolvere i problemi economici, ammettendo anche giovani di umile condizione e non in grado di provvedere al proprio sostentamento. Siena fa parte di quelle diocesi che hanno scelto il seminario misto, detto anche seminario-collegio. A fine ’700, il Sinodo di Pistoia avrebbe confermato l’esigenza che la formazione dei sacerdoti si svolgesse tutta all’interno dei seminari. Anche in altre diocesi si sarebbe pensato di applicare tale orientamento. Di fatto, si trattò solo di un auspicio. Rimasero attive varie altre forme di accesso al sacerdozio, quali le scuole cattedrali e le scuole parrocchiali; e ancora a metà Ottocento il numero degli ordinati formati in seminario era ampiamente inferiore a quello di quanti pervenivano al sacerdozio per altre vie; così come permarrà la prassi di inviare alle scuole esterne anche quanti dimoravano in seminario, spesso ad esempio nelle scuole dei gesuiti. L’apertura in seminario delle scuole necessarie all’intero corso di studi sarà però a Siena molto più sollecita che in altri seminari. Le analisi dei documenti e degli elenchi degli alunni dei seminari senesi permette poi di mettere in risalto alcune specificità locali: per esempio, a differenza di altre zone, a Siena a metà Seicento vi è in seminario una folta rappresentanza di alunni provenienti dai ceti nobiliari, che diminuisce in altri periodi. L’indagine permette di affacciare interessanti ipotesi esplicative: la presenza di certe categorie sociali può essere prova di una forte domanda di educazione; ma può anche indicare i diversi orientamenti che i vari vescovi danno al loro seminario, privilegiando qualcuno il ruolo di formazione per alunni destinati a compiti diversi, anche non ecclesiastici, e altri una formazione più orientata agli impegni pastorali, con la conseguenza di escludere le categorie socialmente più alte e di incrementare la presenza di alunni provenienti da ceti sociali inferiori, che forse lasciavano maggiormente sperare di continuare gli studi fino al sacerdozio. Un altro elemento significativo è la presenza nell’amministrazione dei beni del seminario di deputati laici che dovranno ogni anno presentare all’arcivescovo il rendiconto della gestione economica del seminario: una situazione che provocherà qualche problema, forse accentuato, invece che risolto, dalla decisione di nominare dei canonici che controllassero il rispetto delle regole nella gestione economica. Un’analisi comparata con un altro seminario di particolare importanza come quello di Padova permette di mettere in risalto una forte diversità di orientamenti nelle scelte delle due diocesi; gli studi portano poi a mettere in risalto una forte aderenza della società religiosa alla società civile e socio-economica, che si influenzano reciprocamente. Tra l’altro, il reperimento dei libri contabili del seminario offre l’occasione per la ricostruzione di un capitolo di storia di grande interesse. Vi sono poi ulteriori elementi che possono essere letti in sinossi con vicende di altri seminari. La buona formazione umanistica produce anche frutti diversi da quelli spirituali. I seminaristi senesi sono in certe occasioni esperti attori, mettono in scena accademie impegnative, anche in musica, magari non sempre consone alla serietà dei luoghi; qualcuno arriva a recitare “commedie democratiche”, al tempo del governo dei francesi. Si dice anzi che in quegli anni ci fosse stato fra i seminaristi un certo traffico di coccarde francesi, fenomeno che avrà in diversi seminari forti analogie in anni successivi. Nel periodo delle guerre di indipendenza, si troveranno in varie città seminaristi che si schiereranno con i “patrioti”, che arriveranno anche a contestare gli orientamenti pontifici (come dimenticare quel seminario in cui, dopo il rifiuto di Pio IX di partecipare alla guerra contro gli austriaci, avevano cotto in padella il suo ritratto?); così come a fine Ottocento e inizio Novecento in certi seminari qualcuno penserà bene di ostentare sulla tonaca il garofano bianco, segno dell’adesione alla democrazia cristiana di Romolo Murri. Anche a Siena nel 1848 alcuni seminaristi, forse sostenuti da qualche professore, avrebbero simpatizzato con i repubblicani. Un altro aspetto che vede il seminario di Siena all’avanguardia è la decisione di seguire nelle scuole i programmi governativi, conseguenza certamente della scelta di aprire le scuole anche agli alunni laici. Ciò tra l’altro, insieme con i buoni rapporti con l’autorità civile, avrebbe evitato al seminario di Siena, dopo il raggiungimento dell’Unità italiana, le polemiche conseguenti alle visite volute dal governo anche per i seminari, che portarono alla chiusura temporanea o definitiva di non poche scuole attive nei seminari stessi. Da notare che proprio la scelta dei programmi governativi sarà al centro di forti polemiche nei primi anni del Novecento tra quanti ritenevano che così si finiva per dichiarare implicitamente la superiorità di quei programmi su quelli tradizionali dei seminari, e quanti ritenevano fosse necessario offrire a tutti i seminaristi una cultura di base, prima dello studio della teologia, analoga ai loro compagni laici. Saranno le decisioni e le riforme elaborate nel corso del pontificato di Pio X a prevedere l’adeguamento di tutte le scuole dei seminari ai programmi governativi. La presenza in Toscana di un numero molto alto di diocesi e quindi di seminari, spesso in difficoltà, causa lo scarso numero di alunni, ad organizzare scuole e ambienti decorosi e all’altezza del compito, avrebbe spinto qualche vescovo a pensare alla fondazione di un seminario nazionale toscano, quasi un anticipo della costituzione, che si sarebbe realizzata nel corso del Novecento, di vari seminari interdiocesani o regionali. I lunghi preparativi per tale riforma si intrecciano con le altre iniziative volte a permettere al seminario senese di conferire i gradi accademici al termine degli studi teologici, come avveniva in vari altri seminari italiani. Una possibilità finalmente ottenuta che non avrebbe avuto lunga vita: la riforma degli studi voluta da Pio XI avrebbe posto condizioni tali, per il conferimento dei gradi accademici, da escludere da simile possibilità quasi tutte le facoltà presenti nei seminari italiani. Nel corso degli anni cinquanta del secolo XX il clero senese sembra particolarmente colpito dalle attività di colui che verrà definito “il microfono di Dio”, padre Lombardi, con tutte le iniziative destinate a preparare “un mondo migliore”. Ma non era solo la diocesi senese a sentirsi sollecitata dalle iniziative di padre Lombardi, che per qualche anno sembrò avere un quasi-monopolio della pastorale italiana, con l’appoggio di non pochi vescovi. Negli stessi anni però il seminario sta vivendo un momento particolarmente significativo, poiché giunge a conclusione la preparazione del seminario regionale, che realizza la volontà e gli auspici espressi già da Pio X. Il 19 ottobre 1953 viene inaugurato a Siena il pontificio seminario regionale “Pio XII”, senza apparenti manifestazioni di gaudio. Anche a Siena è successo quanto era successo in altre regioni: si trattasse della difficoltà dei vescovi locali i cui seminari venivano riuniti a decidere sulla nomina di rettori e professori per il nuovo seminario, dal momento che questo avrebbe implicato la rinuncia a una parte del personale in attività nei vari seminari, o si trattasse della volontà di Roma di sottrarre all’autorità locale la cura dei seminari regionali, il fatto è che le nomine del personale dirigente e insegnante vennero fatte da Roma e tale personale rappresentava se non una multinazionale, almeno una multiregionale: il pro rettore veniva da Assisi, i vicerettori e i professori provenivano da Roma, da Bergamo, da Alessandria, da Lucca e da altre diocesi toscane. Un fenomeno già verificatosi in altre occasioni, e ampiamente studiato, ad esempio, da Antonio Buoncristiani per quanto riguarda le diocesi umbre e la fondazione, nel 1912, del seminario regionale di Assisi. Il caso poi (o la Provvidenza?) ha voluto che proprio Buoncristiani, studioso delle vicende dei seminari umbri, si trovi oggi a dirigere pastoralmente quella diocesi di Siena dove nel 1953 è pure nato un seminario regionale. Il raggiunto accentramento regionale, con la costituzione del nuovo seminario, finisce così per determinare un accentramento nazionale, con l’intervento romano nella nomina del personale dirigente. In anni più recenti, si è tornato a parlare di autonomie regionali, di decentramento. Se questo valga anche per la storia dei seminari, ce lo diranno fra qualche decennio gli autori di un prossimo volume dedicato alla storia del seminario di Siena dopo gli anni cinquanta del XX secolo. (dall’Introduzione di Maurilio Guasco)