Il Regno di Napoli? Cadde per un pugno di zolfo (Il Giornale )

di Matteo Sacchi, del 14 marzo 2012

Da Il Giornale - 14 marzo 2012
Un saggio di Eugenio Di Rienzo racconta come il gioco delle grandi potenze fece crollare il trono dei Borbone

Quando si parla di Regno delle Due Sicilie è molto facile cadere nell'aneddotica, oppure nella retorica. Anzi, per essere precisi, nelle retoriche. Da un lato quella antiborbonica che fa del regno di Franceschiello la culla di ogni male. Dall'altro tutti coloro che hanno fatto proprio il verbo di un revisionismo borbonico che partendo dalla ferrovia Napoli-Portici e passando per le manifatture di Capodimonte fa del Sud Italia un eldorado fatto a pezzi dall'espansionismo sabaudo.
Per fortuna il nuovo saggio di Eugenio di Rienzo non appartiene a nessuno di questi due schieramenti. Il lavoro di questo “modernista” della Sapienza, Il regno delle Due Sicilie e le potenze europee, 1830-1861 (Rubbettino, pagg. 230, euro 14) rilegge la storia del Mediterraneo della prima metà dell'800 in una chiave nuova, molto geopolitica.
Francesco I, Francesco II e i loro ministri e plenipotenziari visti attraverso i complessi carteggi diplomatici inglesi francesi e austriaci studiati da Di Rienzo appaiono tutt'altro che i membri di una corte da operetta. Lo scenario delineato è quello di un Regno meridionale costretto a barcamenarsi nel gioco delle grandi potenze. Una specie di Svizzera del Mediterraneo che riesce a sopravvivere e a prosperare solo nell'equilibrio. Quando però la partita diventa sempre più complessa e instabile le possibilità di manovra di Napoli diventano sempre più limitate. Insomma il Regno non cade per mancanza di modernità, e forse nemmeno per le trame piemontesi, il suo destino è deciso altrove. Per usare le parole di Di Rienzo: «L'abbandono di Francesco II della piazzaforte di Gaeta, appare un evento previsto, con largo anticipo, dalla diplomazia internazionale...». Insomma a partire dalla “sulphur war” passando poi per la grande crisi della guerra di Crimea Napoli fu costretta a partecipare ad una tremenda sciarada da cui non avrebbe mai potuto uscire incolume. Troppo grandi gli interessi inglesi in Sicilia, troppo forte l'espansionismo francese. I sardo piemontesi furono bravi a sfruttare le correnti della storia. Ne ottennero tutto quello che potevano ottenere: quella «unità debole», nata con la benedizione inglese, di cui Di Rienzo parla nell'ultimo capitolo.

Di Matteo Sacchi