Il pugile polacco ()

di Alessandro Zaccuri, del 17 gennaio 2014

da l'Avvenire del 17 gennaio

Non è un romanzo, non è una raccolta di racconti: Il pugile polacco (tradotto da Maria Pina Iannuzzi per Rubbettino) è il progetto narrativo al quale Eduardo Halfon lavora da tempo, levando e aggiungendo, mutando l'ordine dei capitoli, avvicinandosi un po' di più all'idea di libro che ha in mente. Salvo poi pentirsi, magari, e ripristinare, distaccare una sezione per trasformarla in un testo autonomo, ritornare - onestamente - sui propri passi. Messa così può sembrare un'operazione fredda, cerebrale, ma il risultato sorprende ogni volta per semplicità e limpidezza, per intensità e calore. Già noto in Italia per il bellissimo L'angelo letterario (Cavallo di Ferro, 2012), Halfon scrive in prima persona, perché in effetti ha una biografia che lo autorizza e quasi lo costringe a farlo: nato a Città del Guatemala nel 1971, all'età di dieci anni si è trasferito con la famiglia negli Stati Uniti, ha dimenticato la lingua madre, si è laureato in ingegneria. Ma a un certo punto ha capito di essere uno scrittore, e uno scrittore spagnolo. Ha studiato il castigliano e si è messo a girare il mondo, raccogliendo così le storie destinate a entrare nei suoi libri. Le riporta riservandosi il lusso di dire "io", appunto, eppure il lettore ha l'impressione di sapere pochissimo di lui, Eduardito, e di imparare invece moltissimo delle persone che incontra. Di Marjorie Eliot, per esempio, la pianista newyorkese che per vincere il dolore ospita nel suo appartamento concerti jazz al quale nessuno è invitato e chiunque può partecipare. O l'altro pianista, il serbo Milan Raki?, che vanta un'eccellente formazione classica, ma nutre una passione assoluta per la selvaggia musica gitana. E Juan Kalel, lo studente guatemalteco che, rimasto orfano, rinuncia alla laurea ma non alle poesie, la sua segreta «treccia di parole». Tante vicende, spesso intuite per un solo istante (straziante il quadro di "Bambù", con la gabbia che contiene e insieme protegge un povero ragazzo disabile), ma Halfon sa bene quale storia rende ragione di ogni altra. È l'apologo autentico del "pugile polacco", che con i suoi consigli è riuscito a salvare il nonno dell'autore dal mattatoio di Auschwitz. È successo di notte, molti anni fa, in una delle celle a ridosso del Muro Nero contro il quale venivano fucilati i prigionieri del Lager. I due uomini si incontravano per la prima volta, scoprivano di provenire entrambi da Lodz, in Polonia, e uno dei due era ancora vivo solo perché ai nazisti piaceva come tirava di boxe. Il nonno di Halfon gli deve la vita, eppure non ricorda, o non vuole ricordare, le parole che l'altro gli ha rivolto. Che cosa dire durante l'interrogatorio, che cosa tacere nella speranza di essere risparmiato. Ecco, commenta lo scrittore, in fin dei conti la letteratura è qualcosa di importante e decisivo, «molto vicino, sulla punta della lingua». «Non dobbiamo dimenticarlo», aggiunge: «Ma sempre, innegabilmente, lo dimentichiamo». Per questo continuiamo a cercarlo senza sosta, attraverso tentativi ed errore, nelle storie degli altri.

di Alessandro Zaccuri

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