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Il mondo largo
Riflessioni sulla globalizzazione

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Collana: Senato della Repubblica
2003, pp 106
Rubbettino Editore
isbn: 8849806533
Prefazione di Marcello Pera
OSANNA O CRUCIFIGE: sembra che, quando si parla di globalizzazione, non si riesca a sfuggire da questi opposti atteggiamenti. Opportunità infinite, crescita costante, emancipazione continua, da un lato, oppressione, degradazione, mercificazione, dall’altro. Perché? Che cosa ha di intrinsecamente buono o cattivo questo fenomeno tanto da dividere gli studiosi e i cittadini, da creare profeti di benessere e predicatori di sventure, da produrre speranze ottimistiche e contestazioni radicali? E che cosa ha di nuovo rispetto, ad esempio, ad alcuni suoi predecessori, come la rivoluzione scientifica, quella tecnologica, quella industriale? E se non è nuova, la globalizzazione, ma è una rinnovata sfida della conoscenza e del progresso, come affrontarla, affinché siamo noi, che consapevolmente o inintenzionalmente l’abbiamo creata e voluta, a goderne i maggiori benefici per il maggior numero di popoli e persone? Insomma: il mondo si allarga. Si allargano i commerci, i rapporti economici, le relazioni politiche, le integrazioni culturali, e, dietro a questo allargamento, i valori, i princìpi, i diritti, le aspirazioni, le visioni. Che cos’è che non va in questo processo? Che cosa c’è da correggere? Perché lo si dovrebbe fermare? Il mondo largo è da restringere o espandere ancora? Le lezioni sull’argomento tenute nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani e qui raccolte in volume trattano esattamente queste questioni. Esse hanno autori di indiscusso prestigio: dal compianto Senatore Giovanni Agnelli a Henry Kissinger, da Václav Havel a Valéry Giscard d’Estaing, da Bill Gates a Bernard Lewis. A leggerle tutte assieme, si scopre che esse offrono un punto di vista prezioso e originale per la conoscenza del fenomeno, e ne forniscono una descrizione articolata e multidisciplinare, dall’economia alla politica alla cultura alla storia. 2. La visione positiva della globalizzazione che Giovanni Agnelli ci fornisce è collegata alla crescita della ricchezza e dello sviluppo globale del pianeta. Un vantaggio non esclusivo dei paesi già ricchi, ma certo condizionato da precise regole di “governance” o, come noi potremmo dire, di buon governo. Agnelli sottolinea come la globalizzazione sia un fenomeno antico, che negli ultimi 50 anni ha assunto le forme nuove della cooperazione, della libertà degli scambi e della crescita economica, lasciandosi alle spalle quelle del predomino e della conquista. E ricorda con efficacia che questa nuova globalizzazione “ammette la leadership ma non tollera l’egemonia”. Ben vengano dunque gli organismi internazionali come le Nazioni Unite, dove si dispiega la logica della cooperazione tra Stati. Ma senza dimenticarne i limiti: “l’onu è stata spesso indebolita dai residui di concezione egemonica che presiedettero alla sua creazione”. Un giudizio che suona terribilmente attuale. L’ex Segretario di Stato americano e Premio Nobel per la pace Henry Kissinger fornisce la lettura che del fenomeno della globalizzazione danno in questa fase gli Stati Uniti, partendo da due considerazioni fondamentali. In primo luogo, la constatazione che l’America è oggi l’unica grande potenza planetaria e nessun altro paese è all’altezza di competere con essa sul piano militare. Questa potenza incontrastata, però, dopo gli attentati dell’11 settembre, si è scoperta vulnerabile ad un nuovo tipo di nemico: il terrorismo internazionale. Da questo punto di vista apparentemente contraddittorio discende la nuova attitudine americana verso il resto del mondo, che include aspetti controversi e gravidi di conseguenze: la lotta planetaria contro l’“asse del male”, la dottrina della guerra preventiva e l’inclinazione marcata all’unilateralismo, tipico di un paese che si sente in lotta per la sua propria sopravvivenza e che quindi non può accettare veti circa il suo diritto all’autodifesa. Questioni aperte e intricate che Kissinger sintetizza con efficacia e con una certa grazia: “Gli americani tendono a credere che il mondo possa essere reso pacifico applicando princìpi wilsoniani: se tutti fossero democratici non ci sarebbero conflitti e quindi se diffondiamo i nostri valori in tutto il mondo ne conseguirà quasi inevitabilmente la pace”. Václav Havel si sofferma sul ruolo storico della civiltà europea, pervasa dall’idea di diffondere nel mondo i frutti delle proprie conquiste politiche ed intellettuali, spesso per un malinteso sentimento di superiorità sulle altre culture del pianeta. Il provocatorio invito che Havel rivolge all’Europa è di lasciare da parte ambizioni egemoniche e di mettersi in gioco, tentando, con più umiltà, di “cambiare il mondo a partire da se stessa”. L’ex Presidente ceco sottolinea come l’attuale aspirazione dell’Europa a scendere in competizione con gli Stati Uniti allo scopo di riequilibrarne il peso sulla scena mondiale rifletta una crisi di autostima della nostra civiltà continentale, che sembra divenuta incapace di definire se stessa se non per opposizione. Anche in questo caso Havel invita gli europei a tirarsi fuori da questa inutile gara sul terreno dei consumi e del profitto e a scegliere il percorso del dubbio e dell’interrogativo proprio delle sue radici socratiche. Se insomma c’è un modello europeo di globalizzazione, ci dice Havel, questo dovrebbe essere all’insegna della qualità della vita, della bellezza, della tutela degli affetti e dei sentimenti, facendo leva su doti dimenticate come lo stupore e l’umiltà. Il Presidente della Convenzione europea Valéry Giscard d’Estaing inquadra il tema della globalizzazione all’interno degli sviluppi della costruzione comunitaria, il cui prossimo allargamento ai paesi dell’Europa centrale e orientale consentirà la riunificazione politica del vecchio continente, tanto a lungo diviso dalla cortina di ferro, imponendo però al contempo una profonda riorganizzazione delle istituzioni dell’Unione. Un’impresa, dice Giscard, che richiede un enorme impegno e che comporta scelte decisive per il futuro di 450 milioni di cittadini. Dovrà essere ripensato il sistema di decisione della comunità mantenendolo in equilibrio tra efficacia e democrazia; bisognerà costruire un ruolo politico per l’Unione che sia adeguato al suo peso economico e di conseguenza bisognerà dar corpo all’aspirazione che l’Europa parli con una voce sola, aspirazione così spesso evocata eppure ancora così inafferrabile. E soprattutto sarà necessario che questo processo di mutamento e di crescita non sia percepito come un percorso chiuso e burocratico dai cittadini europei, ma al contrario come una grande occasione di partecipazione. Il fondatore della Microsoft Bill Gates ci apre una finestra su uno dei motori più portentosi della globalizzazione: Internet e in genere l’informatica. Bill Gates dice di aver nutrito per tutta la vita un sogno: quello di diffondere a tutti gli abitanti del pianeta le risorse della conoscenza e dell’informazione e di realizzare questo sogno attraverso la potenza del computer e in particolare del suo versante più creativo, il software. Questo sogno ha anche portato Bill Gates ad essere l’uomo più ricco e forse più potente del mondo proprio grazie alla conoscenza. È un fenomeno nuovo nella versione globale incarnata da Gates, ma che ha radici filosofiche antiche. Cinquecento anni fa, uno dei padri fondatori della scienza moderna, Francis Bacon, coniò lo slogan scientia est potentia. Il problema si pone quando questa conoscenza non è distribuita, è appannaggio di pochi, diviene strumento di sopraffazione. Ecco allora il ruolo di Internet come motore inarrestabile della diffusione e della globalizzazione della conoscenza. La sfida, come ricorda Gates nel suo intervento, diviene quella di portare questa tecnologia alla portata di tutti, scavalcando sia gli handicap economici sia quelli fisici. A questo ottimismo contagioso con cui Gates descrive gli orizzonti dello sviluppo tecnologico futuro si può solo aggiungere una riflessione. Questa volta non di 500 anni fa ma di 50, quando Bertrand Russell intravide come l’avanzare travolgente dei progressi scientifici potesse portare ad un divorzio tra scienza e coscienza o, se si vuole, tra tecnologia e saggezza. L’ultimo appuntamento è quello con uno degli storici più illustri del Medio Oriente e profondo conoscitore del mondo islamico, il professor Bernard Lewis. Il suo intervento verte su un tema di bruciante attualità fin dal titolo: “È possibile la democrazia in Medio Oriente?”. Anche questo è un aspetto specifico del fenomeno della globalizzazione: non il versante economico, tecnologico o culturale, ma quello delle regole e dei valori. La democrazia si può imporre? Si può esportare? Si può insegnare? E si può farlo riguardo a quella particolare zona del mondo che è il Medio Oriente? Lewis non ci fornisce risposte dirette, ma un quadro di riferimento all’interno del quale quelle domande possono essere legittimamente poste. In questo modo egli fa piazza pulita di molti falsi miti e credenze superficiali. Spiegandoci ad esempio che gli aspetti più deteriori dei regimi dittatoriali di molti paesi islamici non hanno nulla di tipicamente connaturato a quella cultura, ma sono di diretta importazione occidentale. È il caso del partito Baath in Iraq, e delle sue origini naziste. Se quindi si può importare il peggio che ha prodotto l’Occidente perché non si potrebbe farlo anche con il meglio? 3. Il carattere multiforme della globalizzazione e i molti punti di vista da cui può utilmente essere analizzata è dunque, per i nostri autori, assai chiaro. Ma la raccolta di queste lezioni ci suggerisce, credo, che è forse anche possibile una comprensione che si richiami a radici più profonde e unitarie. Radici che risalgono alla storia della civiltà europea, alle sue origini intellettuali greco-romane, all’innesto del Cristianesimo, fino alla rivoluzione scientifica del secolo diciassettesimo, che ha introdotto concetti chiave del mondo moderno come la laicità del pensiero, la libertà della ricerca, la critica dell’autorità, l’eguaglianza tra gli studiosi e, in prospettiva, fra tutti gli individui. Già grazie a questi primi eventi il mondo si è fatto largo. E tutte le espressioni della tradizione culturale europea e occidentale lo hanno ulteriormente allargato. Esse hanno in sé una forte carica universalistica e sono quindi intrinsecamente “globalizzatrici”, giacché valorizzano l’uomo come tale, ora come “animale razionale” che cerca tramite la saggezza una risposta ai propri interrogativi esistenziali, ora come destinatario di una promessa divina di salvezza, ora come soggetto che indaga con la propria ragione i segreti dell’universo. Con particolare riguardo a quest’ultimo aspetto, credo sia doveroso mettere in luce come i progressi della scienza e della tecnologia realizzati negli ultimi decenni, pur rappresentando in se stessi un elemento positivo, espongano tuttavia la nostra civiltà al pericolo, già evidenziato da Bertrand Russell, di incrementare la naturale divaricazione tra l’elevato tasso di crescita dell’intelligenza e della scienza e quello più basso e più lento della saggezza e della sensibilità morale. Il mondo largo crea spazi che possono restare vuoti. Nessuno può sottovalutare i pericoli impliciti in questa crescente divaricazione, e tuttavia ritengo che sia opportuno controbilanciare questa considerazione con una più ottimistica, legata alla capacità dell’uomo stesso di imparare dai propri errori, secondo il processo cognitivo tipico della ricerca scientifica. La capacità di apprendere dall’esperienza può indurci a ridimensionare i pericoli insiti nell’accelerato progresso scientifico degli ultimi decenni e a nutrire la ragionevole speranza che la forbice tra lo sviluppo della conoscenza e quello della saggezza non debba aumentare. C’è qualche ragione per mettere in guardia contro gli eccessivi ottimismi, ma non ce n’è alcuna per essere necessariamente pessimisti. Il luddismo è già stato ridicolizzato dalla storia una volta. Perché cadere un’altra volta nella trappola, senza apprendere dall’esperienza, compresa quella preziosa del feedback positivo che esso rappresentò nella stagione dell’emancipazione e dei diritti? Ringrazio con vivo piacere gli autori delle lezioni per aver accolto il mio invito e per la preparazione dei loro scritti. A Gaetano Quagliariello, Maria Antonietta Calabrò, Giancarlo Loquenzi, Dianora Citi, per il loro generoso impegno, e a tutto il meraviglioso personale del Senato che ha collaborato con me, va la mia cordiale riconoscenza. (dall'introduzione)