Il grande romanzo nascosto nella «Busta 91» (El terrible)

di Antonio D'Orrico, del 31 maggio 2013

Da Sette/Corriere della Sera - 31 maggio 2013

Una trama che copre tutto il secolo scorso e racconta, tra Sudamerica e Italia fascista, una storia alla Osvaldo Soriano
Cosa ci vuole per fare un bel romanzo oggi? Direi una storia di fútbol che non sia solo di fútbol. Alla Osvaldo Soriano, per intenderci. Anzi, a essere rigorosi, per fare un bel romanzo ci vuole una storia di fútbol uruguayano, preferibilmente anni Venti e Trenta, forse il più bel fútbol mai giocato nella storia del mondo, il fútbol giocato da El terribleJosé Nasazzi (che nella vita normale tagliava lastre di marmo), da Cea (al secolo venditore ambulante di colonne di ghiaccio), da Andrade (che era lustrascarpe). I campioni che mostrarono all'Europa «quali meraviglie si potevano fare con una palla da fútbol». Insomma quel modo di intendere il calcio che Paolo Conte ha riassunto nei versi: «L'uomo che è venuto da lontano ha la genialità di uno Schiaffino».
Poi, per fare un bel romanzo, ci vuole un orfanotrofio dove finisce il protagonista (la mamma, prostituta, gli ha promesso che un giorno verrà a riprenderlo ma quel giorno non arriverà mai e così il protagonista non saprà nemmeno come si chiamava la donna che lo ha messo al mondo). Non è facile crescere in orfanotrofio e l'atmosfera è ben riassunta da questo brano: «I funerali di noi bambini, invece, di quelli che si ammalavano e morivano, si svolgevano dentro l'istituto. Ma noi non assistevamo. Ne ho visti morire un sacco. Però le suore dicevano che fuori ne morivano molti di più, perché venivano contagiati più facilmente. Mentre noi, isolati, dovevamo ritenerci fortunati.Ecco cosa ci dicevano. L'altra nostra fortuna, sempre stando alle suore, era il fatto che ci trovassimo ad una distanza rassicurante dall'Europa, dove la gente si stava ammazzando in una guerra terribile». Non può mancare, in un grande romanzo, una grande amicizia, di quelle che nascono, in condizioni difficili, estreme, quando si è ragazzi. A questi requisiti risponde l'amicizia che lega Nesto Bordesante, il protagonista, a un altro ospite dell'orfanotrofio che si chiama anche lui Nesto Bordesante. Perché i due si chiamino allo stesso modo è uno dei segreti, dei misteri di questo romanzo e, ovviamente, non posso rivelarlo. Questa amicizia si fonda su un patto di sangue ed è in qualche modo certificata da un gruppo di maiali cannibali, nel ruolo di testimoni e di garanti. La scena è di quelle forti: «Ancor prima di giungere al porcile, forse a un centinaio di metri, cominciammo a sentire l'euforia con cui i maiali stavano godendosi quell'inatteso banchetto notturno. Sembrava che cantassero ubriachi».
La formula del giuramento finale è la seguente: «Avevamo 15 anni. Quella notte lui aveva ucciso un uomo. Ed io l'avevo aiutato a sotterrarlo». Ma se c'è una grande amicizia c'è anche un grande tradimento, è fatale, è la legge della narrativa, ma ancora di più è la legge della vita. Il sigillo definitivo a questo grande tradimento lo apporrà un tram, una domenica pomeriggio in una strada di Buenos Aires affollata di tifosi tripudianti del Boca.

Per fare un bel romanzo ci vuole poi un trasferimento dell'eroe nell1talia di Mussolini. Ci vogliono altre peripezie, tra splendori, miserie e telefoni bianchi. Ci vuole un giornalista che si vende per tempo sempre al miglior offerente. E ci vuole finalmente una ragazza di sedici anni che si chiama Veridiana e che farà precipitare nell'abisso il nostro eroe, fino al naufragio finale. Ma non finirà così...

Questo bellissimo romanzo l'ha scritto Stefano Marelli, 43 anni, al primo colpo, al suo debutto assoluto in narrativa. Marelli vive in Svizzera ma è nato in Brianza. Ha fatto molti lavori (benzinaio, oste, giornalista, autista). Scrive sottotitoli per la tv svizzera e, nel tempo libero, romanzi di questa potenza. Altre stelle uruguayane l'ho letto in manoscritto perché concorreva a Parole nel vento, il premio letterario calabrese che cerca nuovi talenti (e, come vedete, ci riesce). Secondo le regole del premio, il manoscritto si chiamava burocraticamente e anonimamente «Busta 91». Quella busta conteneva un tesoro.

Di Antonio D'Orrico