Il cinema italiano e i tribunali, perché Sidney Lumet non abita qui (Il Foglio)

di ANSELMA DELL'OLIO, del 24 luglio 2013

Da Il Foglio del 24/07/2013

Il giornalista e docente anticonformista Guido Vitiello ha curato il volume "In nome della legge" (Rubbettino), con sottotitolo: "La giustizia nel cinema italiano". Dieci saggi analizzano con acume le decisive differenze tra il classico courtroom drama anglosassone e la rappresentazione cinematografica dei processi italiani, con tutti gli strascichi borbonici esiziali incorporati. Il luminoso saggie introduttivo di Vitiello da solo vale il prezzo del libro. Modello di chiarezza letteraria e intellettuale, pone il quesito da cui si snodano le diverse prospettive degli altri studiosi: perché in Italia non esiste - né può esistere - un modello di film giudiziario paragonabile a "La parola ai giurati", di Sidney Lumet, ma nemmeno una serie tv alla Perry Mason? E' istruttiva la disamina di Vitiello dei vari filoni, divisi tra pellicole legali a sfondo politico, di denuncia o comiche. Si constata che un terzo della produzione di film giudiziari è composto di commedie all'italiana, e sono proprio le più efficaci.
La commedia si conferma l'unico autentico genere praticato dai cineasti italiani e sempre amato dal pubblico. Assai puntuale è poi l'evocazione della "misteriosa legge storica" che trova il cinema italiano raramente contemporaneo a se stesso. Si presentano come esempio due film di Elio Petri: "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (1970), che prefigura il caso Calabresi, il commissario assassinato nel '72 a Milano, e "Todo modo" (1976), che contiene in nuce il caso Moro, di qualche anno più tardi.
Stessa storia per "Il portaborse" di Daniele Luchetti, uscito un anno prima dell'inizio di Tangentopoli. Nessun film girato dopo queste vicende s'avvicina per acutezza e nitore di visione a quelli che hanno preceduto i fatti. C'è poi la commistione italiana tra sistema giudiziario inquisitorio e accusatorio, e le conseguenze sul nostro ordinamento del mai completato passaggio dal primo, squilibrato a favore dell'accusa, al secondo, in cui accusa e difesa sono sostanzialmente alla pari, e che prevede la presunzione d'innocenza e la necessità di provare la colpevolezza "oltre ogni ragionevole dubbio". L'esistenza in Italia del "libero convincimento del giudice" è un serio handicap per la difesa, perché esula dalla necessità di prove concrete e inopinabili. Il saggio di Giovanni Damele esamina il processo come rito e spettacolo, e le diverse funzioni del giudice a seconda del sistema applicato. Nel processo inquisitorio è sacerdote di un rito teso a trovare un colpevole;
in quello accusatorio è un più democratico arbitro. Damele annota che la "cross examination" del processo accusatorio americano è per sua natura agonistica e più drammatizzabile del "rito sacro" inquisitorio, più una liturgia che un avvincente botta e risposta. E' condivisibile la rivalutazione del cinema di Damiano Damiani, reggista targato come "mestierante", mentre i suoi film ("Il giorno della civetta") reggono bene il confronto con autori consacrati. Andrea Pergolari afferma che il film progenitore della commedia all'italiana, e che si svolge per metà in un'aula di tribunale, è "Imputato, alzatevi!" (1939). Segue carrellata sulle commedira' sfondo gittliziario di Zampa, Steno, Age, Scarpelli e Risi, per finire con un profondo apprezzamento per il cinema di Pietro Germi sul tema: da "In nome della legge" (1948), a "Divorzio all'italiana" (1962), a "Sedotta e abbandonata" (1964).
Giovambattista Fatelli racconta l'italiano "poliziottesco" anni Settanta, apprezzato da Quentin Tarantino come l'ultimo segno di vita degno di nota del cinema italiano, schifato dal critico collettivo e amato dal pubblico. E osserva che in Italia sono stati più facilmente perdonati gli assassini terroristi di quell'epoca che non i polizieschi definiti "fascistoidi" dagli snob demagogici. Altri saggi affrontano film e fiction sui giudici antimafia Borsellino e Falcone (Isabella Pezzini), le fiction tv a tema e il caso Tortora (Milly Buonanno), i salotti-tribunali tv come "Porta a Porta" e "Annozero" (Christian Ruggiero), e la mancata nascita del legai thriller letterario italiano (Alessandro Perissinotto). Il volume illumina il garbuglio sempiterno della società italiana e la sua fumosa, squilibrata tradizione giuridica, attraverso la sua rappresentazione, non solo filmica, degli ultimi sessant'anni: da non perdere. 

DI ANSELMA DELL'OLIO

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