Il caso Danilo Coppola. Le mie prigioni gridano vendetta (Panorama)

di Redazione, del 20 dicembre 2012

chirico_01-1

da Panorama - 20 dicembre 2012
Il taglio dei capelli, un po' da paggio e inconfondibile, è rimasto lo stesso di quella «indimenticabile» estate del 2005, quando con i colleghi immobiliaristi Stefano Ricucci e Giuseppe Statuto (i «furbetti del quartierino») tentò la scalata al cielo della finanza italiana, finita con arresti e condanne.

Oggi Danilo Coppola medita vendetta. Ha in tasca la sentenza della Cassazione che ha annullato il suo fallimento e punta a rientrare nel «giro buono» con l'operazione di Porta Vittoria a Milano: 160 mila metri quadrati, un finanziamento di 180 milioni di euro del Banco popolare. Il suo quartier generale a Roma è ben presidiato: un'impenetrabile cancellata, telecamere, vigilantes e una «guardiola» con i vetri blindati. Nel cortile, Mercedes e Bmw nere con i vetri fumé. All'interno marmi bianchi e mosaici dorati, quadri e sculture di arte contemporanea, un'immensa scala di cristallo elicoidale. Si apre una grande porta scorrevole e compare lui: completo grigio gessato, cravatta lucida, ai piedi un paio di stivali neri. Barba leggermente lunga e sul mento la cicatrice ricordo di un brutto incidente d'auto che gli ha lasciato un'invincibile claustrofobia. Disponibile e informale, accetta di iniziare la conversazione parlando del suo parrucchiere: «Ne ho uno a Roma, di fiducia, e uno a Parigi. Quando ero più giovane portavo i capelli ancora più lunghi, quasi sulle spalle». E come la guardavano, quando entrava nei consigli d'amministrazione? Sto nella finanza da quando avevo 18 anni e anche quando siedevo nel consiglio d'amministrazione della Bnl ho sempre cercato di essere me stesso. Mi sento molto libero. Direi quasi un cane sciolto. Ma per il salotto buono della finanza italiana lei è sempre stato uno da tenere a distanza. O no? Questo è il problema del nostro Paese: non si accetta mai il nuovo. Poteri chiusi, direi quasi «mafiosi» nel loro modo di comportarsi, pretendono di mettere fuori dalla porta chi non è uno di loro. Ci sono errori che non rifarebbe, per esempio fare squadra con Ricucci e Statuto? Non ho fatto squadra con loro, ci siamo semplicemente trovati insieme per fare degli affari. Però da allora le hanno affibbiato l'etichetta di furbetto del quartierino. E io sarei un furbetto, io? No, i furbetti sono altri. Ho impiegato 6 anni per vedermi riconosciuto dalla Corte di cassazione quello che ho sostenuto fin dall'inizio: che le mie società non erano in bancarotta, che sono state fatte fallire dalla magistratura a fronte di un potenziale debito tributario  che l'Agenzia delle entrate non mi aveva neppure contestato e che, appena uscito dal carcere, ho pagato versando 172 milioni di euro. Finalmente la Cassazione ha accertato che sono state violate persino le norme più elementari di procedura fallimentare. Veramente la sentenza è stata annullata per vizio di notifica al suo liquidatore che era in Sri Lanka. Perché sceglierlo laggiù, se le sue società sono a Roma e Milano? Danno Coppola,45 anni, è dagli anni 90 nell'immobiliare.
Nel 2003 il fatturato è a 3,5 miliardi e nel 2005 viene coinvolto nelle scalate a Bnl e Antonveneta. Ma la magistratura ferma la sua corsa e lo accusa di bancarotta e riciclaggio. Coppola fa 24 mesi da recluso e viene condannato a 6 anni in primo grado a Roma per bancarotta della sua Micop. In novembre è iniziato un altro processo, sempre Era una persona competente, che conoscevo bene. In realtà sono 31 i vizi procedurali che abbiamo contestato e che la Cassazione, in buona parte, ci ha riconosciuto. La Corte ha visto la falsità dei documenti con cui è stato procurato il fallimento della mia società. Ma, scusi, chi voleva farla fallire? Dispongo di documenti inediti da cui si ricava che è stata pianificata un'azione a tavolino. L'obiettivo era arrestare me e i miei collaboratori per poi fare fallire le mie società senza che potessimo fare opposizione. Dietro ci sono i poteri forti della finanza che si sono serviti del potere giudiziario. E quando sarebbe stato ordito questo piano contro di lei? Fin dal 2005 è stato ordinato un dossier aggio nei miei confronti e sono stati messi sotto controllo i miei telefoni. Cercavano qualsiasi cosa, anche assolutamente falsa pur di eliminarmi. Però lei è stato accusato anche di riciclaggio e di bancarotta fraudolenta. Quando mi hanno arrestato (il 1° marzo 2007, ndr), le mie società avevano in cassa liquidità per oltre 170 milioni di euro. Come si fa a dire che eravamo in bancarotta? L'accusa di riciclaggio, poi, riguarda l'acquisto di una Ferrari che ho comprato con un regolare finanziamento preso da una società del mio gruppo. Tutti, a dire il vero, si chiedono come sia nata la sua fortuna. Lei è stato accusato di avere avuto rapporti con la banda della Magliana...Ma se le ho appena detto che sono stati fatti dei dossier falsi su di me... Ho già per bancarotta e riciclaggio, mentre il 19 dicembre si è prescritto quello per la scalata alla Bnl. Il 4 dicembre, però, la Cassazione annulla la condanna per la Micop e così ora tutti i processi rischiano. Spiegato tante volte che si trattava solo di un'omonimia: l'Antonio Mancini che conosco non è quello della banda della Magliana. Come è stato ampiamente accertato. Ma è vero che ha acquistato terreni e appartamenti dalla società di Umberto Morzilli, «il meccanico» della banda? Riscriva per la centesima volta che li ho comprati leggendo un'inserzione sul giornale, passando attraverso un'agenzia e una società di recupero crediti. Non è stato Morzilli a offrirmeli. Ai tempi dell'università lei ha partecipato a un corso del Sisde. Voleva fare l'agente segreto? Avevo risposto a un questionario. In realtà poi mi avevano assunto davvero, ai servizi segreti; proprio allora, però, ho iniziato a lavorare con mio padre. Che rapporti ha con il finanziere tunisino Tarak Ben Ammar? Con Tarak c'è stata sempre e solo amicizia: forse in futuro potrà sfociare anche in qualche affare. E l'editoria? Ha appena chiuso «Finanza e mercati» più gli altri giornali del suo gruppo e manda a casa 38 dipendenti. Ho speso quasi 34 milioni in 6 anni per le varie testate. Non posso più andare avanti così. Alcuni giornalisti saranno riassunti e Finanza e mercati tornerà, sia pure sotto un'altra veste. Adesso chiederà i danni per il suo fallimento, per l'indebita detenzione? Questo lo vedremo. Intanto ho dimostrato che, nonostante tutto quello che mi hanno fatto, le mie aziende sono ancora in piedi. Ho 2 mila persone che lavorano per il mio gruppo. Ho ancora azioni della Mediobanca e condurrò a termine l'operazione di Porta Vittoria. Ma è solo l'inizio.

Se il carcere preventivo è abuso
Adriana è una badante romena: accusata dell'omicidio di un'anziana, fa 3 anni di carcere e poi viene assolta perché si scopre che l'anziana è morta d'infarto. Elizabeth, colombiana, passa 4 anni in galera e altri 6 con obbligo di dimora per spaccio internazionale di droga: poi l'assoluzione. Sono due delle storie di Condannati preventivi (Rubbettino, 160 pagine, 10 euro), libro di Annalisa Chirico contro l'abuso della carcerazione preventiva. Attraverso casi più o meno noti, ma tutti finiti con gli arresti in carcere (da Alfonso Papa a Silvio Scaglia), il libro è un allarme sulla custodia cautelare. Oggi 4 detenuti su 10 sono in attesa di giudizio, poi la metà di loro viene dichiarata innocente.

di Ignazio Ingrao