I riformatori calabresi (Calabria Ora)

di Redazione, del 22 maggio 2013

Da Calabria Ora - 22 maggio 2013


La chiarezza innanzitutto: è l’unico modo per sottrarre alla polvere delle biblioteche patrimoni, culturali e di memoria.

E la chiarezza, estrema se si considera la densità degli argomenti, è il pregio de “Il pensiero riformatore calabrese”, l’ultima fatica editoriale di Spartaco Pupo per i tipi di Rubbettino. Fresco di presentazione alla Fiera del libro di Torino, il volume racconta, forse per la prima volta in maniera organica, la storia delle élite culturali calabresi, il loro pensiero, il loro isolamento in società arretrate e l’epilogo tragico delle vite di molti di loro.

Alcune domande retoriche per capire di cosa si parla: cos’avevano in comune i fratelli Grimaldi, Francescantonio e Domenico, con l’abate Antonio Jerocades e il sacerdote cosentino Francesco Saverio Salfi? E in cosa si somigliavano l’economista bruzio Francesco Spiriti e il matematico Gregorio Aracri? Su questa scia si possono - si devono- aggiungere altri nomi. Due su tutti: Mario Francesco Pagano e Antonio Genovesi. Troppi nomi? Troppo pochi rispetto alla lista stesa da Pupo.

Questi nomi, comunque - e ci si scusa con gli addetti ai lavori per la grossolana incompletezza- è necessario farli, perché delineano un percorso. Per la precisione, indicano la strada che, a metà XVIII secolo, dalla Calabria portava a Napoli, e quindi nel resto dell’Europa “che contava” e viceversa.

Ecco le coordinate del pensiero riformatore: l’illuminismo, nascente in tutt’Europa ma maturo a Napoli quasi come in Francia. La rivoluzione napoletana (che i più ricordano forse grazie “Al resto di niente”, il bel film di Antonietta Del Lillo) del 1799, con il suo tragico, e comunque significativo esperimento repubblicano, è lo spartiacque di questa avvenuta intellettuale, ricostruito in maniera secca e avvincente da Pupo. Senza la Repubblica Napoletana (su cui il giudizio definitivo sarebbe stato dato da Vincenzo Cuoco), le sue ingenuità ma pure gli slanci che ne animarono i protagonisti, non si spiegherebbe il perché della classe intellettuale che, da metà ’700 si “sintonizzò” su “frequenze” europee e rischiò in proprio. Però tutte le figure menzionate da Pupo non erano “rivoluzionari”. Bensì “riformatori”. Per Pupo si trattava di studiosi che s’inserivano a pieno titolo nella grande tradizione italiana del “realismo politico” ed erano tutt’altro che sognatori di “palingenesi” rivoluzionarie. Volevano trasformare la società a partire dall’esistente, senza traumi eccessivi o rotture catastrofiche. Le loro traversie (alcuni finirono davanti al plotone d’esecuzione, altri morirono esuli o emarginati) stimolano una domanda: lo spirito rivoluzionario è il prodotto dei fallimenti del riformismo? Difficile rispondervi. Ci si accontenti di sapere che il “mix” di realismo politico e di voglia di cambiare di questa pattuglia di intellettuali calabresi sarebbe stata la “cifra” del meridionalismo postrisorgimentale. Altro elemento importante in questa vicenda, è il ruolo della massoneria. Né esaltata né demonizzata dall’autore, la libera muratoria del XVIII secolo viene dipinta per quel che era: un formidabile veicolo di idee e studi avanzati, Quel che basta per ridimensionare alcune tesi della più recente storiografia “conservatrice”.

Il resto è tutto da approfondire. Ma l’assaggio di Spartaco Pupo è indispensabile per rientrare in argomenti quasi dimenticati. Il resto può essere oggetto di altre, necessarie ricerche. Chissà che non se ne occupi proprio il prof di Arcavacata.

 

Di Saverio Paletta