I meriti dell'intervento straordinario ()

di Redazione, del 17 ottobre 2013

Di Giuliano Amato

Pubblichiamo di seguito il messaggio inviato da Giuliano Amato per la presentazione del volume di Amedeo Lepore La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca Mondiale

Esprimo insieme le mie scuse e il mio dispiacere per l’assenza forzata di oggi. Le scuse ve le devo, per il sol fatto di essere atteso e di non trovarmi invece con voi.

Il dispiacere è per la possibilità che è venuta meno di discutere un libro nel quale mi sono molto riconosciuto, perché vi ho trovato conferma, alla ,luce della nuova e preziosa documentazione che porta alla luce, delle tracce sulle quali, oltre quarant’anni fa, avevo lavorato io stesso nel mio “Governo dell’industria in Italia”.

Rilevavo allora quanto dovevamo all’Amministrazione statunitense ai fini di una ricostruzione post-bellica del Paese che non si affidasse soltanto ad un’iniziativa privata allora debole e indebolita nei suoi stessi punti di forza, ma la inserisse nella cornice di un’azione pubblica lungimirante e aperta tanto in chiave macroeconomica quanto sul terreno della politica industriale. Questo dicevano i documenti allora disponibili dell’ECA (l’Economic Cooperation Administration) e questo ci conferma oggi la documentazione non solo dei prestiti, ma degli orientamenti e degli interscambi con le nostre autorità della Banca Mondiale.

Non è a loro che dobbiamo l’intervento straordinario, che fu un prodotto della nostra cultura e della nostra politica. Ma di sicuro dobbiamo anche a loro i successi che esso potè realizzare nella sua stessa estensione dagli investimenti infrastrutturali iniziali e quelli direttamente produttivi.

Significativo –e rilevante per una corretta ricostruzione della nostra storia- è anche che l’ultimo prestito della banca Mondiale avvenisse a metà degli anni ’60 su sollecitazione di Guido Carlo, che poco prima era stato protagonista della svolta restrittiva costata la prima rottura nella coalizione di centro-sinistra.

Giustamente conclude l’autore che tornare ad allora non avrebbe senso, ma lo avrebbe invece “assumere il valore generale di una politica di carattere nazionale, che è stata in grado di prendere su di sé il compito di affrontare una situazione critica, da non lasciare all’esclusivo gioco delle forze di mercato, al di fuori di ogni intervento statale”.

Sono d’accordo con questa conclusione e pongo a tutti la domanda se l’ostacolo a tal fine sia davvero la cultura economica contraria all’intervento pubblico, o non sia piuttosto uno Stato che negli anni dell’intervento pubblico ha saputo inverare tutte le possibili disfunzioni e ha disperso invece le professionalità, e l’etica, che lo avevano reso in momenti topici della nostra storia una chiave essenziale di sviluppo, non conflittuale con l’iniziativa privata e capace- come scrive l’autore- “di realizzare una complementarietà tra convenienze, interessi e valori divergenti, unificandoli in un disegno unitario di sviluppo”.

E’ questo ciò che dovremo saper restituire all’Italia.