I libri fecero l'Italia (Il Sole 24 Ore)

di Stefano Folli, del 24 luglio 2012

Da Il Sole 24 Ore - 15 luglio 2012
«Non c'era l'Italia ma c'era la letteratura italiana, la quale parlava dell'Italia, di una collettività mansueta e umiliata, la invocava, la compiangeva, la esortava a essere più forte e più gagliarda e più libera. Le canzoni all'Italia, in uno stile anche molto affine, risuonano dai tempi di Petrarca a quelli di Leopardi, più o meno con la stessa soave cadenza di lamento e di lutto. ( ... ) È il codice della letteratura, prodottasi prima dell'Unità statale, sul territorio di molteplici Stati regionali, e per il suo ultimo segmento espressosi nel periodo fra il 1789 e il 1861, a indicare propriamente la letteratura del Risorgimento, a fronte della successiva letteratura dell'Italia unita». Così scrive Marino Biondi analizzando il rapporto fra letteratura e storia nazionale.

Parole chiare per riassumere un tema rimasto un po' in ombra nelle celebrazioni dei 150 anni. Ma tema centrale per capire il peso della letteratura nella formazione di una coscienza italiana (quei due termini, «una e indivisibile», che il presidente Napolitano ha sentito il bisogno di richiamare perché fin troppo appannati"). In nessun Paese come in Italia la letteratura ha svolto un ruolo "politico" altrettanto cruciale.

Non senza contraddizioni, il fenomeno solca i secoli e crea quell'unità linguistico letteraria che presiste all'unità statuale. E quando quest'ultima si realizza, è evidente che l'impronta letteraria, nel segno del più limpido romanticismo, ha plasmato tutti i padri fondatori e i protagonisti del Risorgimento: primi fra tutti Mazzini e Garibaldi. Eppure il riscatto nazionale non riesce mai a elevarsi al rango di epopea. Il Risorgimento, una volta compiuto, produce opere nel complesso tutt'altro che epiche: nella letteratura e poi nel cinema. Opere problematiche, osserva Biondi, in qualche caso denigratorie. Fino agli anni contemporanei, in cui sembra che «nell'Ottocento si specchi il Novecento». Anzi, è proprio «il Novecento che divora l'Ottocento». Cioè i problemi della modernità (e della crisi dello Stato nazionale) si sovrappongono alla ricostruzione storica.

Di Stefano Folli